Dalle leggi razziali all’internamento

Dalle leggi razziali all’internamento

(tratto da Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. 2, La Nuova Italia, Scandicci 1996)

 

L’Italia aveva accolto dopo il 1933 un numero consistente di ebrei provenienti dalle zone sotto dominio nazista. Essi poterono godere dei vantaggi offerti loro da leggi assai liberali in materia di soggiorno degli stranieri, risalenti al periodo precedente al fascismo, che ne facilitarono l’insediamento e consentirono loro di esercitare molte professioni, dalle quali erano invece esclusi nella maggior parte dei paesi europei, persino in quelli retti da democrazie parlamentari. La popolazione italiana accolse gli esuli quasi sempre con comprensione e benevolenza.

Tuttavia la protezione offerta dal fascismo fu precaria sin dall’inizio. La sua stretta parentela ideologica con il nazionalsocialismo conferiva all’esilio un senso di provvisorietà, nato dal timore che col tempo si sarebbe verificato in politica estera un riavvicinamento alla Germania.

Inoltre il fascismo manifestava nei confronti degli ebrei un comportamento sempre più ambivalente. La stampa, controllata dal regime, assunse toni antisemiti subito dopo l’inizio delle persecuzioni in Germania.

Le leggi razziali italiane modificarono di colpo la situazione degli esuli ebrei, che da quel momento si trovarono  esposti a brutali persecuzioni. Il decreto legge del 7 settembre 1938 privava del diritto di soggiorno tutti gli “ebrei stranieri”, minacciandoli di espulsione, qualora non avessero abbandonato il paese entro sei mesi. La precarietà del soggiorno, il ripetersi degli allontanamenti, in alcuni casi persino alla frontiera tedesca, e il divieto di lavoro introdotto dal decreto spinsero molti a intraprendere tentativi disperati per lasciare l’Italia. Al tempo stesso si verificò un forte impoverimento degli esuli.

Con una decisione che sembrerebbe in contraddizione con la politica qui delineata, il regime continuò a concedere agli ebrei fino all’agosto 1939 uno speciale “visto turistico”, intendendo in tal modo venire incontro alle esigenze delle compagnie di navigazione e del settore alberghiero.  Con questo “visto turistico” arrivarono in Italia ancora circa 5000 persone. Finché l’Italia si mantenne non belligerante, durante i primi nove mesi della guerra mondiale, le vie di transito per raggiungere i porti italiani e imbarcarsi rimasero aperte. La conseguenza fu che in molti casi rimasero bloccati in Italia profughi i cui consolati italiani, soprattutto nella Polonia occupata, avevano rilasciato visti di transito sulla base di visti di ingresso per altri paesi, spesso assai poco attendibili, pur di aiutarli a fuggire.

Nel periodo che va dal decreto del 7 settembre 1938 al 10 giugno 1940, quando anche l’Italia entrò in guerra, gli “ebrei stranieri” che riuscirono a lasciare il paese furono tra i 10000 e gli 11000. A quella data si trovavano però ancora in Italia circa 3800 profughi.

Con l’inizio della guerra, nel settembre 1939, tutti i paesi partecipanti al conflitto adottarono misure di internamento per i cittadini dei paesi nemici. Tali provvedimenti nascevano in primo luogo da esigenze di sicurezza militare ed erano volti soprattutto a evitare lo spionaggio. D’altra parte i governi intendevano evitare che si stabilissero collegamenti tra i propri oppositori politici e gli stranieri.

Nel disporre gli internamenti i vari paesi adottarono criteri diversi. Durante l’aggressione tedesca alla Francia, l’Inghilterra adottò il criterio francese e trasferì in campi di internamento gran parte degli esuli, sia ebrei che non ebrei. Anche la Svizzera decise di internare gli stranieri, compresi gli ebrei e gli oppositori del regime hitleriano cacciati dalla Germania e dall’Austria.

Le misure di internamento erano rimesse alla discrezione di ciascun governo. Ciò nonostante i vari paesi seguirono più o meno da presso la Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra.

 

L’internamento fascista

Allo scoppio del conflitto mondiale anche l’Italia si apprestò a internare gli stranieri. Il presupposto giuridico per tali misure era offerto dalla Legge di guerra del luglio 1938, che sarebbe entrata in vigore al momento della dichiarazione di guerra. Tale legge prevedeva tra l’altro che:

Il Ministro dell’Interno, con un suo decreto, può disporre l’internamento dei sudditi nemici atti a portare armi o che comunque possano svolgere attività dannosa per lo Stato.

Il Ministero poteva inoltre obbligare i cittadini di una potenza nemica a risiedere in una determinata località. Contro questi due provvedimenti non era ammesso ricorso all’autorità giudiziaria.

Alla fine di agosto del 1939 il Ministero dell’interno invitò per la prima volta i prefetti a svolgere accertamenti sui cittadini di probabili stati nemici  (francesi, inglesi e polacchi) che soggiornavano nelle varie province, classificandoli in tre gruppi: “da espellere”, “da assegnare in campi di concentramento” o “da allontanare dalle località di residenza”. Le prefetture segnalarono 1367 persone per l’espulsione, 1462 per l’internamento e 2169 per l’allontanamento dal domicilio abituale. In questa fase iniziale non vi fu tuttavia alcun riferimento agli “ebrei stranieri” come gruppo a sé stante, malgrado venissero già previste misure di internamento nei confronti di italiani ed espressamente anche di ebrei italiani.

Dopo l’attacco della Germania alla Francia i preparativi per l’internamento vennero ripresi con maggiore solerzia. Il 20 maggio il Ministero ordinò ai prefetti di ricontrollare le indicazioni fornite in precedenza riguardo agli appartenenti a stati nemici, sottolineando per la prima volta come negli elenchi “dovessero essere naturalmente compresi ebrei stranieri”. Alcuni giorni dopo quello stesso dicastero sostenne in una lettera al Ministero degli Esteri che anche gli stranieri provenienti da stati amici potevano costituire un rischio per la sicurezza militare e interna, e che pertanto doveva essere prevista la possibilità di procedere all’internamento anche nei loro confronti. La nota era evidentemente rivolta in primo luogo contro gli ebrei sfuggiti al nazismo, dei quali infatti si affermava:

A parere di questo Ministero, gli ebrei stranieri residenti in Italia e specialmente quelli che vi sono venuti con pretesti, inganno o mezzi illeciti, dovrebbero essere considerati appartenenti a Stati nemici, criterio che, a quanto risulta, viene seguito in Germania.

Nella sua risposta il Ministero degli Esteri si dichiarava d’accordo con l’internamento degli ebrei “tedeschi o quelli di uno Stato caduto di fatto in potere della Germania” e consigliava di procedere per gradi: gli “individui pericolosi” dovevano essere rinchiusi in campi appositi, quelli “sospetti” essere internati in luoghi isolati, mentre per gli altri si sarebbe dovuto adottare un rigido “obbligo della residenza obbligatoria in località determinate”.  Quanto agli ebrei appartenenti a paesi neutrali, il Ministero degli esteri ne proponeva l’allontanamento. Gli apolidi dovevano essere classificati secondo la cittadinanza di origine.

Il 1° e l’8 luglio 1940 il Ministero dell’Interno dette ai prefetti disposizioni precise di procedere all’arresto di persone “sia italiane che straniere di qualsiasi razza”.

L’approntamento dei “campi di concentramento” e la scelta dei comuni per il cosiddetto “internamento libero” erano allora già a buon punto. Era ormai dal gennaio 1940 che Guido Lospinoso, ispettore generale di pubblica sicurezza e altri funzionari di pari grado stavano viaggiando in lungo e in largo, soprattutto per l’Italia centrale e meridionale, con il compito di reperire edifici da utilizzare come campi ci concentramento, quali ville in campagna, conventi, fortezze, scuole, caserme e fabbriche.

Secondo un appunto del Ministero dell’Interno, a fine maggio erano disponibili tra i vari campi 4700 posti, che avrebbero dovuto essere portati rapidamente a 9400. Inoltre, “per far fronte alle ulteriori necessità”, una nota impresa edile ottenne l’appalto per erigere due campi di baracche a Ferramonti-Tarsia (CS) e a Pisticci (Matera).

Le “Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località di internamento”, che portano la data dell’8 giugno, vennero trasmesse ai prefetti come semplici disposizioni amministrative.

 

prescrizioni 1
prescrizioni 2
prescrizioni 1 prescrizioni 2

 

Le norme generali che vi erano contenute, integrate da una circolare del 25 giugno, avrebbero regolato negli anni successivi la vita degli internati. Nello loro linee essenziali vennero inserite nel Decreto legge del 4 settembre 1940, che costituì la base giuridica per tutte le varie disposizioni riguardanti l’internamento.

Immediatamente dopo la proclamazione dello stato di belligeranza e l’entrata in vigore della Legge di guerra, ebbero inizio gli arresti degli italiani e degli stranieri destinati all’internamento. L’arresto degli ebrei provenienti dai paesi sotto dominio nazista venne rimandato fino al 15 giugno. L’ordine di arresto recitava:

Appena vi sarà posto nelle carceri, ciò che dovrà ottenersi sollecitando traduzione straordinaria individui già arrestati ai campi di concentramento loro assegnati, dovrà procedersi rastrellamento ebrei stranieri appartenenti a Stati che fanno politica razziale. Detti elementi indesiderabili imbevuti di odio contro i regimi totalitari, capaci di qualsiasi azione deleteria, per difesa Stato et ordine pubblico vanno tolti dalla circolazione. Dovranno pertanto essere arrestati ebrei stranieri tedeschi, ex cecoslovacchi, polacchi, apolidi della età di diciotto a sessanta anni.    

(Ministero dell’Interno ai Prefetti – circolare telegrafica n° 45626/443 del 15 giugno 1940)

 

Donne e bambini non andavano arrestati, bensì “in attesa apprestamento appositi campi concentramento già in allestimento” inviati provvisoriamente nei capoluoghi di provincia, dove le prefetture avrebbero dovuto provvedere, secondo un piano predisposto dal MI, a distribuirli tra i comuni scelti per l’internamento.

Pochi giorni dopo venne precisato che dall’arresto erano esclusi gli ebrei immigrati in Italia prima del 1919 o sposati con italiani. L’internamento riguardava anche i “misti” che il regime fascista comprendeva nella razza ebraica se professavano la religione ebraica.

Con la distinzione tra “sudditi nemici” ed “ebrei stranieri appartenenti a Stati che fanno politica razziale” si venivano a creare due categorie di internati. In seguito il Ministero dell’Interno arrivò a dichiarare che l’internamento in campo di concentramento del secondo dei due gruppi non dipendeva dallo stato di belligeranza e sarebbe comunque avvenuto, anche senza di esso.

Il regime riservò ai due gruppi un trattamento differenziato. Nei confronti dei “sudditi nemici” restò in vigore la tripartizione in “pericolosi”, “sospetti” e altri. Nello stesso periodo invece quasi tutti gli uomini ebrei e oltre un terzo delle donne e dei bambini erano internati nei campi o nei comuni.

 

In precedenza, ed esattamente il 26 maggio, Guido Buffarini Guidi, sottosegretario di stato al Ministero dell’Interno, inviò al capo della polizia Arturo Bocchini, il seguente telegramma:

 Il Duce desidera che si preparino dei campi di concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra .Ti prego di riferire direttamente.

Pochi giorni dopo un appunto del Ministero dell’Interno, datato 31 maggio, servì a fare il punto della situazione sui campi di concentramento già approntati: 4700 posti pronti all’uso e altri da allestire per giugno. “Complessivamente saranno così disponibili campi di concentramento sufficienti per internare 9400 persone.”

 

posti campi
zona controllo campi
posti campi zona controllo campi

 

Gli arresti degli immigrati e dei profughi ebrei presero il via alla data stabilita e andarono assai oltre quella che fino a quel momento era stata la più vasta ondata di arresti nei confronti di stranieri, vale a dire quella in occasione della visita di stato di Hitler in Italia, nel maggio del 1938.

In pratica gli arresti proseguirono senza interruzioni fino alla caduta di Mussolini, nel luglio 1943, dato che anche i gruppi di profughi trasferiti in Italia dalla Libia, dall’Albania o dai territori annessi della Jugoslavia dovevano trascorrere di regola un periodo in carcere, prima di essere definitivamente internati.

Inoltre, nei tre mesi immediatamente successivi alla proclamazione dello stato di belligeranza vennero allontanati dall’Italia, secondo un elenco nominativo del Ministero dell’Interno, 1089 stranieri.

Al momento di essere trasferiti dalle carceri nei campi di internamento gli ebrei venivano di solito prelevati dalle loro celle e condotti in un locale a parte o nel cortile del carcere, dove attendevano di essere portati alla stazione ferroviaria.

Il trasferimento dal carcere alla stazione avveniva per piccoli gruppi con il cellulare. Per il viaggio in treno erano previsti scompartimenti separati, a volte persino vagoni speciali. La scorta era composta da agenti di polizia o carabinieri. Le spese sostenute dalle questure per queste traduzioni erano considerevoli.

Malgrado la chiusura della frontiera, molti profughi tentarono di farsi raggiungere in Italia dai loro congiunti, incoraggiati in parte anche dalle voci che circolavano. Lo stesso governo italiano concesse a non meno di 4000 profughi ebrei di entrare nel paese durante il periodo in cui fu in vigore l’internamento, fino all’armistizio del 1943. Si trattava di persone che per svariati motivi si erano ritrovate in Libia, a Rodi, in Albania o nei territori jugoslavi occupati o annessi nella primavera del 1941 e che lì in parte erano già state internate.

 

  • Il primo nucleo a essere trasferito in Italia fu quello noto con il nome di “gruppo di Bengasi”: 302 ebrei stranieri di vari paesi uomini donne e bambini rifugiatisi in Italia con il visto turistico, ma poi nel maggio ’40, temendo di essere espulsi, erano ripartiti per la Libia e da lì volevano imbarcarsi per la Palestina.
  • Dopo la conquista della Jugoslavia, aggredita il 6 aprile 1941 da Italia e Germania insieme, l’Italia si annettè la striscia costiera croata, con alcune isole a sud-est di Fiume, la metà meridionale della Slovenia e gran parte della costa dalmata e delle isole di fronte ad essa. I vincitori crearono una nuova entità politica, lo “Stato indipendente della Croazia” che oltre alla Croazia vera e propria comprendeva anche la Bosnia-Erzegovina e quanto restava della Dalmazia, tra cui Dubrovnik (Ragusa). I territori occupati da italiani e tedeschi erano separati da una linea in direzione sud-est. I fuggiaschi dal nuovo stato croato e dalla Serbia, assoggettate a un comandante militare tedesco, si riversarono senza eccezioni nelle zone della Jugoslavia occupate o annesse dall’Italia.

 

La ragione per cui le autorità italiane autorizzarono i trasferimenti in Italia fu in sostanza che, temendo in quelle zone disordini, se non addirittura azioni di resistenza armata, da parte della maggioranza slava della popolazione, esse vedevano nei profughi ebrei un pericolo per la pubblica sicurezza. Il prefetto di Fiume, l’Alto commissario  per la provincia di Lubiana e il Governatore della Dalmazia miravano quindi a liberarsi della loro presenza. Due erano le soluzioni che si offrivano: l’espulsione o l’internamento in Italia. A seconda dei casi si sceglieva l’una o l’altra possibilità. Una volta trasferiti in Italia i profughi venivano inevitabilmente internati in un campo o in un comune.

 

In Slovenia i trasferimenti ebbero inizio già in luglio. Il primo gruppo destinato all’Italia era formato da 127 ebrei, in gran parte tedeschi, austriaci e cechi che furono internati per lo più nel campo di Ferramonti di Tarsia (12 luglio 1941 – 106 persone). Nel settembre 1941 Emilio Grazioli, Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, consigliò di internare nei comuni invece che nei campi quei profughi che fossero in grado di provvedere al proprio sostentamento.

Soltanto nel novembre ’41 si iniziò a disporre con frequenza l’internamento nei comuni, anche quando non ricorreva la prevista condizione di agiatezza dei profughi. In genere si trattava di singole persone o di famiglie che si mettevano in viaggio con un “foglio di via obbligatorio”, con il quale dovevano presentarsi alla prefettura della provincia di internamento. Come sempre era il Ministero dell’Interno che provvedeva a distribuire i profughi tra le varie province.

Secondo dati dell’Alto commissariato della fine di luglio 1943 a quella data erano stati trasferiti in Italia 1300-1400 ebrei stranieri, la maggior parte nelle province di Sondrio, Alessandria, Aosta, Bergamo, Modena, Rovigo, Treviso e Vicenza.

 

Quanto al Governatorato della Dalmazia, si ha notizia certa del trasferimento in Italia di singole persone fin da maggio. Secondo le intenzioni del Ministero dell’Interno esso doveva riguardare solo le persone benestanti che una volta internate non dovessero far ricorso al sussidio statale. 

Nell’ottobre 1941 si iniziò a progettare il trasferimento di gruppi più consistenti: dalle 1800 alle 2000 persone da distribuire tra dieci province italiane (centro e nord). Il primo convoglio partì da Spalato il 20 novembre. In rapida successione ne seguirono altri cinque entro il 15 dicembre. Tutti i profughi raggiunsero per nave a Fiume o Trieste e lì se il proseguimento del viaggio per via di terra ritardava vennero chiusi in carcere.

Sei furono i trasporti effettuati, con i quali giunsero in Italia da Spalato 1095 profughi. Di questi circa i due terzi provenivano dalla Croazia, più o meno duecento dalla Serbia, mentre altri cento circa erano fuggiti dall’Austria, dalla Germania, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia o dall’Ungheria. La prefettura di Spalato parlava di sei convogli, mentre il Ministero dell’Interno parlava sempre di cinque scaglioni. Con cinque telegrammi dall’identico testo il ministro preavvisava il 30 ottobre i prefetti di Vicenza, Treviso, Asti, Aosta e Parma che per “imprescindibili esigenze di sicurezza” era previsto l’internamento nelle province di loro competenza di 200 ebrei provenienti dalla Dalmazia.

 

primi 50 ebrei da dalmazia
arrivo dei 200 ebrei
primi 50 ebrei da dalmazia arrivo dei 200 ebrei

 

Dal confronto con i dati relativi all’imbarco forniti dalla prefettura di Spalato emerge che i gruppi destinati alle province di Vicenza e Treviso furono trasferiti in tre distinti scaglioni. Secondo il Governatorato della Dalmazia, al maggio 1942, gli ebrei trasferiti ammontavano a 1183 con una differenza di 138 persone spiegabile con i trasferimenti individuali.

A luglio 1943 gli ebrei stranieri trasferiti in Italia dalla provincia di Fiume, dalla Slovenia e dalla Dalmazia erano arrivati a 2800-2900. Per circa nove decimi erano “ex cittadini jugoslavi”, gli altri provenivano dall’Austria, dalla Germania, dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia, da dove in un primo momento erano emigrati in Jugoslavia.

 

rapporto ebrei gennaio 1942
conto ebrei governatorato
rapporto ebrei gennaio 1942 conto ebrei governatorato

 

In tutto vennero trasportati in Italia tra il luglio 1941 e il settembre 1943 non meno di 4100 ebrei stranieri dalla Jugoslavia, dall’Albania, da Rodi e dalla Libia.

 

A prima vista può apparire stupefacente che il regime fascista, pur mantenendo in vigore il Decreto di espulsione del 7 settembre 1938, e malgrado il sostanziale blocco degli ingressi, abbia poi, dopo aver dato inizio agli internamenti, autorizzato l’arrivo di tanti ebrei. Se si riesamina la politica verso gli ebrei stranieri a partire dall’introduzione delle leggi razziali, appare evidente che Mussolini  non ricorse, nonostante le frequenti pesanti minacce, al mezzo estremo dell’espulsione di massa, perché sarebbero inevitabilmente insorte difficoltà con i governi dei paesi vicini. Quanto alla Germania nazista, Mussolini non riteneva opportuno insistere perché si riprendesse gli ebrei. Un analogo atteggiamento assunse nei confronti della Croazia e del suo protetto Ante Pavelic.

Mussolini era ricorso però spesso all’allontanamento di singole persone già fin dalla primavera 1939. Questa impostazione venne seguita soprattutto nella provincia di Fiume, dove raggiunse proporzioni tali che si può parlare di allontanamenti di massa.

 

Campi ci concentramento prima del 1943 (fonte: Sarfatti)

Campo "Concezione" di Campagna

Campo "San Bartolomeo" di Campagna

Campo di Manfredonia (ex macello)

Campo di Ferramonti di Tarsia

Translate »