Il meccanismo della deportazione

Il meccanismo della deportazione

(sintesi tratta da Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano 2002)

 

Il Ministero dei Trasporti e la Reichsbahn (Ferrovie del Reich) ebbero un ruolo fondamentale nel genocidio ebraico: senza il loro contributo non si sarebbe potuto provvedere al trasporto di milioni di individui di ogni ango­lo d’Europa dalle loro residenze ai centri di sterminio.

L’intero movimento era coordinato dall’ufficio IV B4 di Adolf Eichmann a Berlino, il quale indirizzava le richieste di treni per il trasporto degli ebrei alla Sezione 211 della Divisione Operativa E del Ministero dei Trasporti diretto da Albert Ganzenmuller. Tale sezione, denominata “treni speciali”, era presieduta da Otto Stange. Nonostante il trasporto avvenisse con va­goni bestiame, dal punto di vista della spesa gli ebrei venivano calcolati come viaggiatori ordinari e, come tali, la Reichsbahn ne richiedeva il prezzo per il trasferimento. Le autorità tedesche cercarono di far pagare il viaggio agli stessi ebrei, cui estorsero il denaro con l’inganno, come in Austria, oppure di far coprire i costi dei trasporti ai singoli Paesi sottomessi, come in Fran­cia. È assai probabile che questo sia avvenuto anche nell’Italia della Re­pubblica Sociale.

Responsabili dei convogli ebraici erano Wilhelm Frohlich e Karl Jakobi, l’uno addetto agli orari e l’altro alla composizione dei treni. Tenuto conto di tutte le difficoltà dovute alla guerra in corso, i convogli economicamente ottimali erano quelli formati da almeno 1000 deportati: cioè 20 vagoni di 50 persone ognuno, più 3 vagoni per il personale di scorta.

Dall’Italia, dove il numero degli ebrei era decisamente basso, di rado si raggiunse tale cifra e talvolta si può parlare addirittura di trasporti di poche decine di unità, del tutto “antieconomici” dal punto di vista nazista. L’unico convoglio che superò i mille deportati fu quello del 18 ottobre 1943, che trasportava gli ebrei rastrellati due giorni prima a Roma. Per il resto, la media delle persone deportate dall’Italia occupata si arresta intorno alle 500-600 persone per convoglio, mentre nella Zona di Operazione Litorale Adriatico con capitale Trieste, la medi dovette aggirarsi sulle 60-80 persone per convoglio.

 

Le due fasi distinte nel meccanismo della deportazione

Nella prima, dal novembre 1943 al 30 gennaio 1944, gli ebrei, dopo il loro arresto, vennero concentrati dai tedeschi nelle carceri delle principali città per raggiungere là il numero sufficiente a formare un convoglio di deportazione. Questa fase coincise con la presenza sul territorio italiano di un distaccamento volante della Polizia di Sicurezza nazista, che, al comando del fiduciario di Eichmann, Theodor Dannecker, procedeva agli arresti e alle deportazioni.

La seconda fase vide il campo di concentramento italiano di Fossoli di Carpi divenire campo poliziesco di raccolta e di transito per la deportazione (Polizei und Durchgangslager). Dal 1° febbraio 1944, tutti gli ebrei che già vi si trovavano e quelli che a mano a mano vi venivano raccolti furono destinati alla deportazione. Dai primi di agosto del 1944, Fossoli ormai evacuata venne sostituita, nella sua funzione di campo di transito centrale, da BolzanoGries. Questa seconda fase coincise con la presenza di un ufficio antiebraico stabile. Con sede a Verona, al comando di Friedrich Bosshammer.

I convogli dei prigionieri politici, diretti verso i KL, viaggiavano sotto la guida SIPO-SD (Polizia di Sicurezza e Servizio di Sicurezza); quelli degli ebrei, diretti verso Auschwitz, viaggiavano sotto la sigla RSHA (Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich). Solo i convogli RSHA subivano la selezione per il gas.

 

L’organizzazione dei trasporti

Quando in Italia veniva organizzato un trasporto, i responsabili delle deportazioni ebraiche (Theodor Dannecker prima, Friedrich Bosshammer più tardi) negoziavano con il responsabile delle Ferrovie Italiane la data e il quantitativo di vagoni occorrenti e stabilivano con il Comandante in capo della Polizia dell’Ordine, Jurgen von Kamptz, la scorta necessaria fino al campo di destinazione. Chi forniva i treni per la deportazione doveva farli trovare già pronti alla stazione di partenza, con i portelloni aperti, la paglia per terra e, per ciascun vagone, un bidone per i bisogni corporali.

Risulta che in almeno quattro casi parteciparono all’accompagnamento del convoglio anche carabinieri italiani: nel trasporto n. 6 del 30 gennaio 1944, in quello n. 10 del 16 maggio 1944, in quello n. 29 T del 21 giugno 1944, in quello n. 34T del 31 luglio 1944. Ma si tratta di eccezioni. Di solito solo il macchinista era italiano e conduceva il treno fino alla frontiera.

Ermeticamente chiusi dall’esterno, gelidi d’inverno, soffocanti d’estate, i vagoni risultavano essi stessi strumenti di morte. Molti furono i deportati che giunsero cadaveri o fuori di senno, dato che nessuna eccezione veniva fatta tra gli arrestati da deportare: sui treni venivano infatti caricati, senza alcuna distinzione, anche gli infermi, gli invalidi, i bisognosi di assistenza, i neonati.

Dall’Italia le ore di viaggio erano circa un centinaio. Per raggiungere Auschwitz, i giorni di viag­gio potevano essere quattro (per esempio per i convogli n. 8, n. 13, n. 14, n. 18), sei (per il convoglio n. 6) e perfino sette (per il convoglio n. 10).

 

Ad Auschwitz

Gli italiani giunsero ad Auschwitz dall’autunno del 1943, proprio mentre l’intero campo subiva una ripartizione in tre distinti settori: il campo base, o Auschwitz 1, dov’era sistemata anche tutta l’amministrazione; il campo Auschwitz 2 o Birkenau, dov’era sistemato il centro di sterminio per uccidere con il gas. Questo comprendeva un immen­so territorio con varie sezioni di abitazione: un campo per uomini, un campo-ospedale maschile, un campo-quarantena maschile, un campo per donne, un campo-famiglia per zingari, un campo-famiglia per ebrei di Theresienstadt. Il terzo, Auschwitz III, comprendeva Monowitz e i campi ausiliari dedicati all’industria. Il maggiore era di gran lunga Birkenau (49.114 prigionieri al 20 gennaio 1944, contro i 18.437 di Auschwitz I e i 13.288 di Auschwitz III), dove finì la maggior parte degli ebrei italiani.

Inizialmente lo scarico dei prigionieri avveniva nei pressi di Auschwitz I; dall’estate del 1942 l’arrivo fu spostato allo scalo merci della cittadina di Oświęcim (Auschwitz) situata a qualche centinaio di metri tra il campo I e il campo II; la selezione avveniva sulla banchina stessa dell’arrivo. A metà maggio del 1944, in previsione del grande afflusso di ebrei dall’Ungheria, la linea ferroviaria fu prolungata fino all’interno di Birkenau, lungo i binari fu costruita la rampa di scarico che correva nell’arteria principale del campo e divideva il settore maschile del campo da quello femminile.

Lo scarico della maggior parte dei convogli degli ebrei italiani, giunti ad Auschwitz a partire dal 23 ottobre 1943, avvenne di norma sulla rampa posta a circa 800 metri di distanza da Auschwitz II chiamata anche Judenrampe, mentre a partire almeno dal convoglio di maggio del 1944 (n. 10), direttamente all’interno di Birkenau.

Alcuni trasporti giungevano di notte, per esempio il n. 10 e il n. 18, rendendo lo scenario, dopo un viag­gio massacrante, se possibile, ancora più terrificante. Tutto si svolgeva sotto la luce abbagliante dei riflettori. Tra l’abbaiare dei cani e gli incomprensibili ordini urlati dalle SS, la confusione era indicibile: il treno, circondato da un cordone di SS, veniva aperto dai prigionieri del campo addetti; si facevano velocemente uscire i deportati, intontiti dal lungo viaggio, e si praticava una prima selezione. Da una parte della rampa venivano allineati gli uomini, dal­l’altra le donne con i bambini. Pianti e grida disperate si levavano dalle file per l’inaspettata, improvvisa separazione che non lasciava neppure il tempo per un addio, un bacio, una parola d’incoraggiamento.

I deportati dovevano poi avvicinarsi a turno ai medici SS che, secondo l’apparenza fisica, decidevano della loro attitudine al lavoro. Con un gesto inviavano gli uni a destra, gli altri a sinistra. Gli infermi, le mamme con i bambini, le donne gravide, gli anziani e quanti apparivano di costituzione debole erano destinati al gas, mentre i deportati validi venivano salvati momentaneamente in proporzione commisurata alle esigenze di manodope­ra del momento. A piedi, oppure più raramente, fatti salire su dei camion sulle cui fiancate era dipinta una croce rossa, i prescelti per l’assassinio immediato venivano condotti agli Impianti di sterminio posti alla fine della strada principale l’uno di fronte all’altro, crematori II e III, oppure, più raramente agli impianti III e IV posti più lontano, sul lato sinistro del campo.

Arrivati al recinto del crematorio, dovevano mettersi in fila per poter imboccare una scala che dal livello del suolo portava a un sotterraneo. La discesa conduceva a un immenso spogliatoio dove le vittime venivano con­vinte a lasciare i propri vestiti per subire una doccia prima di entrare nel campo. Tenuto conto delle centinaia di persone arrivate con ciascun convo­glio, l’attesa all’esterno durava talvolta ore. I deportati, così denudati, veni­vano spinti in un altro grande locale (prima le donne e i bambini, poi gli uomini) dal cui soffitto scendevano finte bocchette da doccia. Riempito que­sto locale fino all’inverosimile, la pesante porta di legno a tenuta stagna veni­va chiusa alle loro spalle e, al buio, iniziava una pioggia di gas velenoso immesso dall’esterno. Il sistema inventato consisteva in quattro grandi colonne quadrate di metallo forato, che finivano con la loro parte superiore all’ esterno del locale e che si ergevano per una cinquantina di centimetri su un terrapieno esterno. Tali specie di parallelepipedi, ricoperte esternamente di cemento, avevano un coperchio, anch’esso di cemento che veniva rimosso quando iniziava un’operazione di assassinio di massa. I funzionari del servi­zio sanitario di Auschwitz erano incaricati, dopo aver accuratamente indos­sato guanti e maschera protettiva, di immettere negli apparenti comignoli, sassolini di gas velenoso costituito da acido prussico, Zyklon B. Questo, sci­volando lungo le colonne metalliche, si liberava nell’aria della camera a gas ad una temperatura di circa 27 gradi, facilmente raggiunta a causa del calore sprigionato dai corpi accalcati dei prigionieri. La morte sopraggiungeva in pochi minuti, per asfissia. Era quasi istantanea per coloro che si trovavano nei pressi delle colonne e molto rapida per coloro che gridavano di più. Da uno spioncino del portellone di legno, il medico di turno poteva osservare lo svolgersi dell’assassinio e dopo poco accendere la luce e stilare un atto di constatazione della morte dei prigionieri.

Dopo il massacro, venivano accesi i ventilatori che funzionavano tramite delle bocchette di immissione di aria in alto a pochi centimetri dal soffitto, e delle bocchette di emissione di aria in basso, a pochi centimetri dal pavi­mento. Il locale veniva aperto solo dopo una mezz’ora. A quel punto dove­va entrare in funzione un gruppo speciale di poveri prigionieri costretti a sbrigare le pratiche successive: estrarre dalla camera a gas i cadaveri accaval­lati, abbracciati, terrorizzati. I corpi venivano districati e trascinati fuori dove, in un apposito spazio, venivano loro rasati i capelli, estratti i denti d’oro, strappati gli anelli, gli orecchini, tutto materiale riciclato a profitto dell’ economia del Reich. I corpi, a piccoli mucchi, venivano poi caricati su un montacarichi che conduceva al piano superiore, il piano terra rispetto alla planimetria dell’ edificio. In quella sala erano già accesi e caldi cinque forni crematori a tre vani ognuno. I corpi venivano immessi con un carrello all’interno dei forni.

Confrontando le date di arrivo dei convogli dall’Italia con le date di ini­zio funzionamento di ciascun impianto di sterminio di Birkenau, – quattro tecnologicamente avanzati e due più primitivi, non dotati di forni cremato­ri, cosiddetti bunker (detti anche «casa rossa» e «casa bianca»), si deduce che gli ebrei provenienti dall’Italia finirono per lo più nelle camere a gas II, III, IV e V.

Quanti avevano superato la selezione iniziale venivano avviati ai blocchi dov’erano situati i bagni; si spogliavano consegnando ai sorveglianti ciò che avevano addosso. Poi, nudi, dopo essere stati completamente rasati da squa­dre di barbieri, entravano nelle docce.

Il tutto doveva svolgersi di corsa sotto una pioggia di botte e di imprope­ri, cosa particolarmente penosa per le donne, che dovevano effettuare que­ste operazioni sotto gli sguardi e i dileggi delle SS di guardia.

Dopo la doccia, sempre alla massima velocità, avveniva la distribuzione dei vestiti. Nessuno si preoccupava delle misure e ogni prigioniero afferrava al volo le divise a righe e i pesanti zoccoli che venivano lanciati. Quando gli italiani giunsero ad Auschwitz, le divise a righe – per la penuria di tessuto nell’industria tedesca – non erano più prescritte, tranne che per coloro che uscivano nei Kommando di lavoro. Per i prigionieri, si riciclavano i vestiti di quanti in precedenza erano stati eliminati col gas. Dopo il bagno e la «vestizione» veniva effettuata l’immatricolazione: i dati del deportato erano riportati su un formulario inviato poi alla Politische Abteilung del campo, situata ad Auschwitz I. Il prigioniero riceveva un numero che gli veniva anche tatuato sull’avam­braccio sinistro. La numerazione dei prigionieri immessi nel campo di Auschwitz era progressiva: quando vi giunsero i primi ebrei dall’Italia il 23 ottobre 1943, era arrivata a 158.490, sicché il primo immatricolato prese il numero 158.491. Il numero di matricola delle donne era di molto inferiore a quello degli uomini: la prima deportata immatricolata dall’Italia ebbe infatti il n. 66.172.

Ricevuta la loro nuova identità «numerica», i prigionieri venivano man­dati nel Quarantänelager. Là iniziava la loro permanenza di fame, miseria e dolore ad Auschwitz.

 

 

Convogli con la presenza di ebrei internati in precedenza nelle province venete

Convoglio n. 6

Fu formato a Milano e a Verona il 30 gennaio 1944, giungendo a Auschwitz il 6 febbraio successivo. Viaggiava sotto sigla RSHA.

Secondo i documenti conservati nell’archivio del Museo di Auschwitz, 97 uomini superarono la selezione per il gas e furono immessi nel campo con i numeri di matricola da 173394 a 173490, le 31 donne immatricolate presero i numeri da 75174 a 75204. Secondo la ricerca del CDEC i deportati furono 605 e i reduci 20. I prigionieri in partenza da Milano erano confluiti nel locale carcere di San Vittore da vari campi di concentramento provinciali creati dalle autorità italiane appositamente per rinchiudervi gli ebrei arrestati: Tonezza del Cimone, Bagno a Ripoli (Firenze), Calvari di Chiavari e il campo di concentramento provinciale di Forlì. Al carcere di San Vittore furono inoltre concentrati ebrei arrestati alla frontiera italo-svizzera. Non si conosce esattamente la provenienza degli ebrei caricati a Vero­na, si può solo supporre che fossero stati arrestati nell’Italia centrale. Tra gli identificati di questo convoglio, secondo la ricerca del CDEC, i bambini (nati dopo il 1931) erano 36, gli anziani (nati prima del 1885) erano 158. La più giovane, nata nel settembre del 1943, si chiamava Fiorel­la Calò; la più anziana, Esmeralda Dina, aveva 87 anni. Sopravvissuti intervistati: Isacco Bayona, Luciana Sacerdote, Liliana Segre, Aldo Sorani.

 

L’ex colonia Umberto I di Tonezza del Cimone nel luglio 2005

 

Stazione Centrale di Milano

 

Convoglio n. 8

Il convoglio parti dal campo di Fossoli il 22 febbraio 1944, giungendo a Auschwitz il 26 successivo. Il trasporto viaggiava sotto la sigla RSHA.

Secondo i documenti conservati nell’ archivio del Museo di Auschwitz 95 uomini che all’arrivo superarono la selezione per il gas furono immessi nel campo con i numeri di matricola da 174471 a 174565; le donne imma­tricolate furono 29 e presero i numero da 75669 a 75697. La Transportliste non è conservata sicché non si conosce il numero totale dei deportati. Quelli identificati nel corso della ricerca del CDEC sono 489, 23 dei quali reduci.

I deportati erano confluiti nel campo di Fossoli dalle seguenti località dove aveva avuto luogo l’arresto tra la fine di dicembre del 1943 e il febbraio del 1944: Venezia, Como, Rieti, Bologna, Pavia, Ancona, Aosta, Ivrea, Vicenza, Brescia, Firenze, Treviso, Ferrara, Milano, Alessandria, Casale Monferrato, Torino, Trento, Asti.

Il Comando Centrale della Polizia di Sicurezza tedesca con sede a Vero­na, temendo di non raggiungere in tempo il «quorum» per la formazione del convoglio che, come si è detto, era di circa 500 persone, aveva fatto pressioni su prefetti e questori non solo perché effettuassero nuovi arresti, ma affinché le traduzioni avvenissero “entro e non oltre il 18 del corrente mese (febbraio)”. Tra gli identificati di questo convoglio i bambini (nati dopo il 1931) era­no 31, gli anziani (nati prima del 1885) erano 18. La più anziana, nata nel 1855, si chiamava Anna Jona; il più giovane, Leo Mariani, aveva un anno. Sopravvissuti interrogati: Michele Baruch, Matilde Beniacar, Leonardo De Benedetti, Primo Levi, Luciana Nissim, Eugenio Ravenna, Stella Valabrega, Leo Zelikowski,

 

Convoglio n. 10

Il convoglio partì dal campo di Fossoli il 16 maggio 1944 giungendo a Au­schwitz il 23 successivo. Si tratta del convoglio che impiegò in assoluto il maggior tempo per compiere quel tragitto. Il trasporto viaggiava sotto la sigla RSHA.

Secondo i documenti conservati nell’archivio del Museo di Auschwitz, 186 uomini superarono la selezione per il gas e furono immessi in campo con i numeri di matricola da A-5343 a A-5528; 70 le donne immatricolate con i numeri da A-5345 a A-5414 (la sovrapposizione dei numeri è stata effettuata dall’ufficio matricola di Auschwitz).

La Transportliste, che è conservata, conta 564 deportati; nel corso della ricerca sono stati accertati ulteriori 17 nominativi. I reduci sono 60. I de­portati erano stati fatti affluire nel campo di Fossoli dalle seguenti province dove avevano avuto luogo gli arresti tra la metà di aprile e quella di maggio del 1944: Roma, Grosseto (campo provinciale di Roccatederighi), Teramo (campo provinciale di Civitella del Tronto), Ferrara, Firenze, Macerata, Pavia, Bologna, Milano.

Tra gli identificati di questo convoglio i bambini (nati dopo il 1931) era­no 41, gli anziani (nati prima del 1885) erano 114. Il più giovane, nato da poco più di un mese, si chiamava Richard Silberstein. Sopravvissuti interrogati: Vittorio Cremisi, Leone Di Veroli, Nedo Fiano, Noemi Foa, Agata Herskowitz, Frida Misul, Servadio Moscato, Rosa Myler, Alberto Sed, Fatina Sed, Fortunata Sonnino, Natalia Tedeschi.

Foto del campo di Fossoli tratta dalla pagina di Wikipedia

 

Convoglio n. 13

Il convoglio parti dal campo di Fossoli di Carpi – ma a Verona furono cari­cati altri deportati – il 26 giugno 1944 e arrivò a Auschwitz il 30 successi­vo. Il trasporto viaggiava sotto sigla RSHA. Secondo i documenti conservati nell’archivio del Museo di Auschwitz, gli uomini che all’arrivo superarono la selezione per il gas e furono immessi in campo sono 180: i numeri di matricola vanno da A-15677 a A-15856; le 51 donne immatricolate presero i numeri da A-8457 a A-8507. Benché la Transportliste sia conservata, nel corso della ricerca del CDEC sono emersi diversi nominativi che non vi comparivano, non si conosce dunque il numero reale di deportati. Quelli identificati sono 527, dei quali 35 i reduci. I deportati fatti confluire nel campo di Fossoli dopo il loro arresto, avvenuto tra maggio e giugno del 1944, pro­venivano dalle seguenti province: Roma, Genova, Torino, Firenze, Venezia, Grosseto (campo provinciale di Roccatederighi), Rovigo.

Non si conoscono le provenienze delle persone caricate direttamente a Verona. Tra gli identificati di questo convoglio i bambini (nati dopo il 1931) era­no 21, gli anziani (nati prima del 1885) erano 150. Il più giovane si chiama­va Umberto Nacamulli ed aveva due mesi. La più anziana, Natalie Cameri­ni, aveva 92 anni. Sopravvissuti intervistati: Enrica Jona, Elena Levi, EIsa Levi, Settimio Limentani, Emma Pacifici, Angelo Zarfati.

 

Convoglio n. 33T

Il convoglio fu allestito a Trieste da dove partì il 31 luglio 1944 duretto ad Auschwitz dove giunse il 3 agosto. Furono così deportati gli ebrei detenuti alla risiera di San Sabba tra cui quelli arrestati nel padovano e condotti al campo di concentramento provinciale di Vo’ Vecchio.

Convoglio n. 37T

A seguito della seconda irruzione nella Casa di riposo israelitica di Venezia del 17 agosto 1944, gli ebrei furono trasferiti a Trieste. Da lì, il 2 settembre, furono deportati ad Auschwitz dove giunsero cinque giorni dopo.

Convogli n. 39T, 41T, 42T

Tra il 6 e l’11 ottobre del 1944, a Venezia, furono effettuati dei rastrellamenti di ebrei ricoverati nell’ospedale civile San Giovanni e Paolo e in quelli psichiatrici di San Clemente e di San Servolo. Portati a Trieste, gli ebrei partirono il 18 ottobre (convoglio 39T), il 28 novembre 1944 (41T) e l’11 gennaio 1945 (42T).

 

Non va dimenticato, inoltre, che il 7 agosto 1944 ci fu un’irruzione nella clinica Prosdocimo di Marocco di Mogliano dove erano ricoverati alcuni ebrei, condotti poi alla risiera di San Sabba e deportati ad Auschwitz. La stessa cosa avvenne l’11 ottobre 1944 nella clinica De Gironcoli di Conegliano Veneto.

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