Progetto di ricerca
IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI CHIESANUOVA (PADOVA)
a cura di Antonio Spinelli
1. Il contesto generale
Per studiare il ruolo e il funzionamento del campo di concentramento di Chiesanuova è necessario prima di tutto contestualizzare la sua storia ed inserirlo nel più ampio sistema concentrazionario strutturato dal fascismo nel corso degli anni ed in particolar modo durante il secondo conflitto mondiale. La pubblicazione di Capogreco [1] ha offerto uno sguardo complessivo sul fenomeno dell’internamento, figlio dell’entrata in guerra dell’Italia e della legge di guerra del 1938. Pur consapevoli del carattere “liquido” di alcune categorie, si può tentare di categorizzare i campi italiani istituiti tra il 1940 e il 1943 considerando sia la tipologia dei campi stessi sia quella degli internati che hanno convissuto o che si sono succeduti nello stesso luogo, nonché coloro che materialmente gestirono i luoghi di internamento. Le misure del governo fascista possono essere sostanzialmente suddivise in internamento civile regolamentare (gestito dal Ministero degli Interni) e internamento civile “parallelo” (gestito dal Regio Esercito) [2]. Nonostante tale distinzione, solo in alcuni casi i luoghi di internamento hanno avuto un uso specifico, come ad esempio i campi per gli jugoslavi, mentre in molti altri i sudditi di paesi nemici sono stati internati negli stessi campi in cui c’e stata una presenza di un certo rilievo di ebrei o di nomadi.
Le seguenti tabelle [3] tentano di restituire in estrema sintesi il lavoro di Capogreco escludendo, sulla base della periodizzazione scelta, molte altre strutture utilizzate dal regime fascista (dalle carceri alle caserme; dai luoghi di confino ai campi nelle colonie africane, come i 19 campi per civili libici in funzione tra il 1930 e il 1933, tra cui quelli di Ajdabiyah ed Ain el Gazala).
Tabella 1. Campi di concentramento istituiti e funzionanti, in periodi diversi, tra il 1940 e il 1943: categorie per le quali fu previsto l’internamento in campi gestiti dal Ministero dell’Interno
| Ebrei stranieri e apolidi | Tra i più noti vanno ricordati quello di Ferramonti di Tarsia e di Campagna.- Campi femminili (Pollenza e Treia/Petriolo, in provincia di Macerata; Casacalenda e Vinchiaturo in provincia di Campobasso; Lanciano in provincia di Chieti).- Campi maschili (Civitella del Tronto, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tortoreto e Tossicia in provincia di Campobasso; Casoli e Lama dei Peligni in provincia di Chieti; Urbisaglia in provincia di Macerata; Civitella della Chiana in provincia Arezzo, Bagno a Ripoli in provincia di Firenze).- Internamento nei comuni (“internamento libero”). |
| Ebrei stranieri profughi | Campo di Korčula (Curzola); localita di Vela Luka (Valle Grande) sull’isola di Korčula in Croazia. |
| Ebrei italiani di “effettivo pericolo” per l’ordine pubblico | Campi di Urbisaglia, Campagna, Gioia del Colle. |
| Civili ebrei e non ebrei | Carceri utilizzate come luoghi di transito prima dell’assegnazione ai campi di concentramento o all’internamento libero. |
| Rom e Sinti | Risultano presenze significative a Boiano, Agnone, Tossicia, Ferramonti, Tremiti, Vinchiaturo e nei comuni prescelti per l’internamento libero; gli zingari della provincia di Ferrara furono concentrati nel comune di Berra, quelli di Bolzano nel locale carcere. |
| “Sudditi nemici” e altri civili stranieri | In Italia, i britannici venivano internati a Montechiarugolo, Civitella della Chiana, Civitella del Tronto, isole Tremiti, Treia, Pollenza e Solofra; i greci a Bagno a Ripoli, Montechiarugolo, Civitella della Chiana, Treia e Pollenza; furono utilizzati anche i campi di Lanciano, Salsomaggiore, Chieti, Agnone, Isernia, Corropoli, Alberobello, Servigliano, ecc. Nei territori conquistati, come ad esempio in Libia, furono utilizzati i campi di Togiura e Buerat el Hsun. |
| Civili italiani (“internati per motivi di polizia”) ritenuti pericolosi o sospetti | Equiparabili agli oppositori politici. |
| Oppositori politici | Campi come quelli di Manfredonia, Colfiorito, Istonio, Ariano Irpino, Monteforte Irpino, Fabriano. In precedenza furono internati nelle colonie di confino (es.: Ustica, Ventotene, Pisticci, Tremiti, Lipari, Ponza) poi divenute campi di concentramento. |
| Internati “protettivi” | Internamento atto a proteggere gli elementi ostili ai partigiani, ma anche i delatori e i collaborazionisti |
| Civili jugoslavi | Campi di Casoli, Citta S. Angelo, Corropoli, Lanciano, Notaresco,Scipione; nuovo campo di Sassoferrato; ex coloniedi confino di Ponza e LipariInternamento nei comuni in Italia che interesso anche altricivili stranieri, come quelli albanesi |
Tabella 2. Campi di concentramento istituiti e funzionanti, in periodi diversi, tra il 1940 e il 1943: campi gestiti dal Regio Esercito [4] per civili di diversa nazionalità, ebrei o militari nemici.
| Nei territori jugoslavi * Intendenza della II Armata (Supersloda)** Governatorato civile della Dalmazia*** VI Corpo d’Armata | Civili jugoslavi | * Quadrante adriatico settentrionale: Arbe (Rab)** Area centrale (Dalmazia): Melada (Molat)*** Quadrante adriatico meridionale (Mamula e Prevlaka)Altri campi: Zlarin (Croazia); Čiginj (Cighino – Slovenia) |
| In Italia | Gonars, Visco, Monigo, Chiesanuova (PD), Colfiorito, Renicci | |
| Campi di transito * V Corpo d’Armata** XVIII Corpo d’Armata | * Buccari (Bakar), Porto Re (Kraljevica)** Scoglio Calogero (Ošljak) | |
| Nel Montenegro (1) e in Albania (2)IX Armata o Superalba | 1) Bar (Antivari), 2) Kukes, Klos, German, Kavaje, Puke, Scutari, Durazzo | |
| Campo di transito | Ebrei | Porto Re (Kraljevica) |
| In territorio libico | Ebrei | Ebrei stranieri e libici – campo di Jadu/Giado |
| In Grecia | Oppositori politici | Chaidari e Larissa (settembre 1943) |
| Ebrei | Rodi (ebrei della nave Pentcho naufragata nel 1940) | |
| In Francia | Ebrei; civili francesi e di altre nazionalità | Embrun tra il maggio 1943 e l’armistizio; Modane; Sospel (Sospello) tra la fine del 1942 e l’armistizio. |
| In Eritrea | Civili e politici etiopi | Asmara (1940-1941) |
| In Etiopia | Civili etiopi | Ambo e Shano (1936-1941) |
| In Somalia | Civili, militari, politici etiopi; prigionieri di guerra inglesi | Danane (1935-1941) |
| In Italia e in Libia | Militari | Cinecittà, L’Aquila e molti altri; Bengasi e altri. |
Tabella 3. Campi di concentramento istituiti e funzionanti, in periodi diversi, tra il 1940 e il 1943: campi gestiti dall’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia.
| Campi per allogeni sloveni e croati residenti nei vecchi confini del Regno d’Italia | – campo di Cairo Montenotte in Liguria;- campi di transito di Poggio Terzarmata/Zdravščina, Piedimonte/Podgora e Gorizia nella Venezia Giulia. |
Dalla tabella 2 appare subito chiaro che il campo di concentramento di Chiesanuova, oggi parte integrante del quartiere 6 ovest di Padova, è indissolubilmente legato ad una tipologia di internati, i civili jugoslavi, e a uno specifico responsabile della gestione del campo stesso, il Regio Esercito. L’internamento civile, figlio delle misure volute dal fascismo in caso di entrata in guerra nei confronti di persone sospette, spie e oppositori politici, vide una prima strutturazione negli anni Trenta. Risalgono, infatti, al 1933 le ricerche per l’individuazione di campi di concentramento atti allo scopo, mentre nel 1936 il Ministero della Guerra mise nero su bianco i criteri generali relativi sia all’istituzione dei campi sia all’identificazione delle persone destinatarie di tale misura di controllo [5]. In questo veloce riferimento alle tappe decisionali del fascismo, risulta centrale il Regio decreto n. 1415 dell’8 luglio 1938, noto come Testi della Legge di Guerra e della Legge di Neutralità [6], rispettivamente riportati nel dettaglio negli allegati A e B. L’articolo 284 stabiliva che il «Ministro dell’Interno, con un suo decreto, può disporre l’internamento dei sudditi nemici atti a portare armi o che comunque possano svolgere attività dannosa per lo Stato» [7]. Se con l’art. 285 si prevedeva che il Ministero dell’interno, con apposito decreto emanato in accordo con quello degli Esteri, poteva disporre l’accompagnamento del suddito nemico alla frontiera, è con l’art. 286 che si introduce il divieto o l’obbligo di soggiorno. Il ministro dell’Interno, sempre con apposito decreto, avrebbe potuto così vietare o costringere i sudditi nemici a soggiornare in determinate località, una facoltà estesa anche ai prefetti che potevano così gestire quanto accadeva nei territori di loro competenza. I successivi art. 288 e 289 parlano esplicitamente di internamento o di espulsione come mezzi punitivi per i casi previsti dalla legge di guerra o in caso di contravvenzione dei divieti e degli obblighi stabiliti dal Duce. Le regole generali sul trattamento dei “prigionieri di guerra” erano fissate dall’art. 106 [8]. L’effettiva entrata in guerra dell’Italia (decreto n. 566 del 10 giugno 1940) comportò “l’applicazione della legge di guerra nei territori dello Stato” [9]. L’internamento dei civili stranieri poteva così avere inizio. Furono però ulteriori circolari del giugno 1940 a specificarne le modalità. Bisogna, infatti, ricordare che il 1° giugno 1940 il Ministero dell’Interno, rivolgendosi alle Prefetture, chiarì quanto segue:
1) appena dichiarato lo stato di guerra dovranno essere arrestate et tradotte in carcere le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci turbare ordine pubblico aut commettere sabotaggi attentati nonché le persone italiane aut straniere segnalate dai centri C.S. per l’immediato internamento;
2) delle persone arrestate dovrà essere segnalato telegraficamente numero Ministero inviando poi brevi rapporti con indicazioni motivi che ne hanno provocato il fermo et parere circa opportunità che siano destinate in una isola ovvero in campo concentramento oppure soltanto in comune terraferma, tenendo presente che essendo
i posti delle isole limitatissimi le relative proposte dovranno essere ristrette ai casi reale et effettiva necessità;
3) per le altre persone da internare dovrà essere provveduto volta per volta che se ne presenti la necessita segnalando i casi con rapporti at questo Ministero per le determinazioni. Raccomandandosi vivamente che il servizio di cui trattasi proceda con il massimo ordine et senza destare allarmismi in modo da dare la sensazionecche ogni provvedimento e diretto a colpire casi isolati di effettiva pericolosità e non e la conseguenza di preoccupazioni d’ordine generale che non possono sussistere dato il clima fascista della Nazione [10].
Sollecitato dalle richieste di chiarimenti pervenute dai prefetti, sette giorni dopo il Ministero inviò una nuova circolare che puntualizzava alcune questioni relativi agli stranieri e ai sudditi nemici e che si concludeva con queste parole:
Nel raccomandare ancora una volta che il servizio di cui trattasi proceda con ordine et senza destare allarmismi, si avverte che ai fermi delle persone da inviare in campi di concentramento dovrà provvedersi gradualmente a seconda della pericolosità degli internandi, dei posti disponibili nelle carceri et delle forze di polizia a disposizione delle singole questure. Riassumendo, si deve procedere con oculato e vigile rigore colpendo giusto senza fare inutili vittime ciò che sarebbe molto deprecabile attuale delicato momento [11].
Le numerose comunicazioni intercorse tra il potere centrale e quello periferico nel giugno 1940 costituirono l’ossatura del sistema oppressivo-reclusivo del fascismo. Non solo venivano fornite indicazioni su chi era necessario fermare e con quale iter, ma si indicava anche il modo con cui condurre gli arresti. In quelle settimane furono diffuse, inoltre, le Prescrizioni per i campi di concentramento e per le località di internamento [12], testo cardine che regolò la vita degli internati e che fu poi inserito nel decreto del Duce del Fascismo datato 4 settembre 1940 [13]. Inoltre, il RDL emanato qualche giorno dopo [14] andò a modificare il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931.
L’insieme di questi tasselli poteva disporre delle vite degli ebrei stranieri, più volte richiamati nelle circolari, così come dei sudditi nemici e dei civili italiani ritenuti pericolosi, rendendo chiaro che l’internamento non era solo uno strumento rivolto alla sorveglianza degli stranieri in tempo di guerra, ma un potente sistema di controllo dell’opposizione politica e sociale in Italia e nei territori gestiti dal Regno. L’intreccio tra normative e circolari, che a loro volta trovavano una sponda nelle leggi razziali, non deve però far dimenticare la distinzione originaria tra internati per motivi di guerra e internati per motivi di pubblica sicurezza: i primi erano considerati «nemici» dello Stato perché stranieri ed in quanto tali «pericolosi»; i secondi, sottoposti alle stesse misure, erano per lo più italiani che avevano però meno tutele dei sudditi appartenenti ad altri paesi e che, in qualche modo, rientravano in una politica di equilibrio diplomatico dettata dalla necessità di garantire una reciprocità di trattamento agli italiani internati all’estero.
Seppur vincolato alle richiamate normative che affidavano al Ministero dell’Interno la competenza sull’internamento civile, va messo in risalto che da un punto di vista quantitativo furono invece le autorità militari a farne un uso maggiore. Il punto di non ritorno fu l’attacco italo-tedesco dell’aprile 1941 alla Jugoslavia. Guidato da una strategia politico-militare mirante ad un controllo delle zone occupate o annesse dall’Italia [15], il Regio Esercito ricorse in modo massiccio all’internamento dei civili e, in diverse occasioni, anche a quello dei militari utilizzando per questi ultimi le disposizioni riservate ai civili stessi [16].
Le operazioni di arresto e di internamento operate in Jugoslavia si accompagnavano a violenze che sfociarono in fucilazioni sommarie, incendi di villaggi, deportazioni [17]. Così, nei territori annessi, le autorità militari predisposero e utilizzarono diversi campi di concentramento che gestirono direttamente. Come riportato nella tabella 2, il territorio fu suddiviso in tre zone alle quali corrispondevano tre strutture di detenzione. Tra queste, per il territorio di Fiume e della Slovenia, entrò in funzione il campo di Arbe (Rab) controllato dall’Intendenza della II Armata, diventata poi Supersloda ossia Comando Superiore Slovenia Dalmazia. Proprio dalla II Armata, guidata dal generale Vittorio Ambrosio e, dal gennaio del 1942 ai primi di febbraio del 1943, dal generale Mario Roatta che aveva lasciato ad Ambrosio il comando dello Stato Maggiore dell’Esercito, dipesero i movimenti di internati slavi che venivano spostati nei campi istituiti in Italia: Gonars e Visco in provincia di Udine; Monigo alla periferia di Treviso e Chiesanuova a Padova; Renicci, località della frazione di Motina nel territorio di Anghiari in provincia di Arezzo.
Se le disposizioni generali erano state fissate negli anni precedenti, si devono alla circolare 3C del 1° marzo 1942 le direttive concettuali e fattuali relative all’internamento degli slavi nel quadro del «mantenimento dell’ordine pubblico e delle operazioni». Per la precisione i comandi potevano «internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, individui, famiglie, categorie di individui della città e campagna, e – se occorre – intere popolazioni di villaggi e zone rurali» [18]. Nella successiva circolare 3C-L risalente al 1° maggio 1943 [19] il capitolo XVI fu appositamente dedicato al “servizio prigionieri di guerra” e suddiviso in due paragrafi riservati rispettivamente ai prigionieri di guerra e agli internati civili, nonché alla costituzione e al funzionamento dei campi di concentramento a cui erano destinati. In particolare, nel secondo caso, si faceva diretto riferimento ai compiti di gestione dell’ufficio prigionieri di guerra d’armata, al campo di Arbe e, limitatamente al trasferimento degli internati, anche ai campi presenti in Italia. Poco dopo venivano notificati i nomi dei campi messi a disposizione dell’Intendenza, «i quali per la organizzazione, la disciplina, l’amministrazione e i servizi, fanno capo alle difese territoriali» [20]. Si specificava che «nei suddetti campi vengono internati esclusivamente civili sloveni appartenenti alla provincia di Lubiana, croati appartenenti ai territori annessi alla provincia del Carnaro e dalmati appartenenti a territori annessi alla Dalmazia». Si aggiunse, inoltre, la distinzione tra «protettivi» e «repressivi» che però non dovevano essere internati in uno stesso campo. Nel primo caso si trattava di persone che avevano chiesto protezione alle autorità civili o militari italiane perché a rischio di rappresaglie da parte di connazionali «passati alle bande»; nella seconda categoria venivano inseriti tutti coloro che avevano partecipato all’opposizione antifascista, che erano stati catturati durante i rastrellamenti, che erano considerati favoreggiatori e quelli che avevano avuto «rapporti volontari» con i partigiani.
Ogni campo, oltre al comando, doveva avere un ufficio di amministrazione, dei reparti territoriali e presidiari, i Carabinieri per la sorveglianza e le scorte, un’infermeria, gli uffici postali e di censura, un reparto di bonifica, servizi come quelli relativi alle cucine e alle latrine, gli spacci cooperativi, un impianto di illuminazione e di allarme. Seguivano altre indicazioni che, così come le prime, furono spesse disattese considerando le pessime condizioni in cui versavano gli internati [21]. Interessante, infine, il tentativo, in chiusura di capitolo, di dare una copertura legale all’intero processo dato che non c’erano regolamenti o disposizioni internazionali valevoli per gli internati civili e che si rendeva quindi necessario un intervento da parte dello SMRE, del Comando della Supersloda o dell’Intendenza che potevano così «regolare ogni attribuzione, competenza o diritto, sia dei comandi di campi che degli internati». In realtà, al punto successivo, veniva subito richiamato il bando del Duce n. 143 del 19 novembre 1942 [22] intitolato “Disposizioni penali relative agli internati in campi di concentramento costituiti nei territori annessi”.
Sorvolando in questa sede sulle discussioni in merito all’attribuzione delle competenze tra Comando Supremo, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza e l’Ispettorato per i servizi di guerra, gli ultimi due afferenti al Ministero dell’Interno, sono due gli aspetti che meritano attenzione. Il primo era la cronica mancanza di posti nei campi di concentramento e nelle località di internamento presenti in Italia, il secondo sta nel fatto che per i due tipi di internamento, quello governato da Roma e l’altro gestito dal Regio Esercito, sembrava valere una sorta di principio dei vasi comunicanti. Non a caso, già tra il 1941 e gli inizi dell’anno dopo, in Italia gli jugoslavi furono inviati nei campi gestiti dal Ministero dell’Interno e istituiti tra le province di Chieti e Teramo, ma anche in quelle di Pescara ed Ancona così come nelle isole di Ponza e Lipari, già utilizzate per confinare gli oppositori politici [23]. Rivelatisi insufficiente anche questa misura, nel corso del 1942 si rese necessario lo sviluppo di una rete di campi sottoposti alle autorità militari. Oltre ai cinque già citati, ne fece parte anche il campo di Colfiorito, frazione di Foligno. In tutti i casi si trattava di caserme o strutture già utilizzate per la prigionia. Considerando il totale delle strutture utilizzate per gli ex jugoslavi, il numero degli internati arrivò a toccare le 100.000 unità [24].
2. Il campo di Chiesanuova
L’esistenza del campo di Chiesanuova, dunque, rientra e deriva da questo quadro generale, a partire dal periodo in cui fu reso operativo, fine giugno del 1942, e dall’ubicazione, l’attuale caserma Romagnoli. Quest’ultima fu costruita nel 1940 senza che cittadini e parrocchiani ne avessero sentore, come testimoniato il 1° aprile del 1940 dal parroco Ettore Silvestri nella sua cronistoria:
Dopo di aver lungamente lavorato per impedire che dinanzi alla chiesa venisse edificata la nuova “Casa di Pena”, questa mattina senza aver avuto alcun preavviso la parrocchia è stata invasa di soldati, ingegneri, architetti. Si sfondano siepi, si tagliano alberi, si sradicano viti e si prende possesso di circa 120 campi: 60 antistanti alla chiesa e 60 un pochino più discosti verso Padova. Sono una decina le famiglie che rimangono senza terra e con l’ordine di sgomberare la casa entro tre mesi, dopo dei quali tutte le case saranno inesorabilmente atterrate.
Prima di mezzogiorno finalmente mi riesce di avvicinare il colonnello del genio militare e aver da lui ogni spiegazione. Verranno costruite due caserme per soldati. (…). Difatti circa 2000 operai cominceranno domani a lavorare e quando non vi saranno più gli operai vi saranno soldati e chissà mai quanta gente passerà per questa parrocchia [25].
Le caserme furono poi inaugurate il 15 gennaio 1941 alla presenza del generale Ugo Cavallero, in quel momento Capo di Stato maggiore generale, del generale Giuseppe Valle e di altre autorità militari e politiche. Scrisse ancora Silvestri, confermando alcuni dati e lamentandosi della nuova situazione creatasi a Chiesanuova:
Sorgono su un’area di 60 campi ciascuna e sono fabbricate su sei padiglioni, due casermette comando, cucina, bagni e refettorio. Per sé sono belle, ma tempo che per la parrocchia comincia una nuova epoca, certo non sarà più il paese staccato dalla città e in qualche maniera circoscritto in sé stesso, ma mi dà l’aria che stia per diventare un porto di mare [26].
Quello che sarebbe realmente diventata Chiesanuova e la caserma sud lo scoprì qualche mese dopo. Pur considerando errati periodo e numero di internati indicati, resta significativa la memoria di don Silvestri:
La caserma (…) è stata cambiata in campo di concentramento per prigionieri croati, sloveni. Sono già arrivati circa 4000 di questi disgraziati. Nella caserma sono state alzate quattro torri di legno per le sentinelle e tutta circondata da filo spinato. La sorveglianza è rigorosissima. Si dice siano tutti banditi e massacratori dei nostri soldati. In verità il 90 per 100 è povera gente razziata e portata in Italia, dopo che i loro villaggi sono stati incendiati [27].
Gli aspetti salienti della storia del campo sono stati analizzati e riportati da Capogreco [28], mentre altri dettagli emergono da ulteriori studi, molti dei quali imperniati sulla figura di padre Placido Cortese.
Il campo, delimitato da un muro di 4 metri di altezza, aveva a disposizione 6 padiglioni in muratura e 10 locali più piccoli. Sugli internati vigilavano il comandante del campo stesso, il colonnello Dante Caporali, un ufficiale per ogni padiglione e delle sentinelle che potevano usufruire delle garitte presenti ai quattro angoli del campo. I padiglioni erano considerati settori a sé stanti e ciascuno di loro aveva al suo interno due reparti, ognuno con sei cameroni liberamente accessibili. Alla fine della struttura erano presenti le latrine e un lavatoio collettivo.
I primi arrivi risalgono al 14 agosto 1942 quando 1429 uomini, quasi tutti originari della Provincia di Lubiana furono trasferiti da Monigo a Chiesanuova. Il numero degli internati era destinato a salire, ma va considerato che il campo veniva parzialmente svuotato per far posto a nuovi arrivi. Ad esempio, tra ottobre e novembre del 1942, 1500 internati furono spostati a Renicci e ad Arbe e a breve distanza di tempo giunsero a Padova degli internati militari già presenti nel campo di Gonars.
Nel corso del 1943, con gli arrivi dai campi di Zlarino, Arbe e Ustica, il campo arrivò a contare 3410 internati [29]. Come già evidenziato, dei trasferimenti si occupava l’Intendenza della II Armata ed in modo specifico l’Ufficio prigionieri di guerra che, avendo iniziato ad occuparsi di civili, modificò il proprio nome in Ufficio prigionieri e internati civili di guerra.
Non diversamente dagli altri campi gestiti dal Regio Esercito [30], le condizioni di vita a Chiesanuova furono molto dure. Nonostante le razioni previste dal Regio Esercito fossero già al di sotto della quantità di calorie necessarie ad un uomo a riposo (877 calorie al giorno per i «repressivi», 1030 per i «protettivi»), a Chiesanuova il vitto garantiva un apporto di sole 700 calorie. Non restava che interpellare familiari e amici affidandosi al sistema di spedizioni degli uffici militari di Lubiana e in altri piccoli centri. Le difficoltà logistiche, le inefficienze e le ruberie rendevano la situazione esasperante e i morsi della fame intollerabili [31]. Solo dall’autunno inoltrato del 1942 si giunse ad una regolare consegna dei pacchi spediti dalle terre di origine.
Di fame parla anche don Silvestri il 1° gennaio 1943
Nel campo internati è scoppiata una pestilenza, ne muoiono tre o quattro al giorno. Si dice sia dovuta a cattivo trattamento, in una parola muoiono di fame. Ho fatto passi, per quanto mi è stato possibile, per vedere se si poteva avere un miglioramento.
Al punto che, ricevuto dal Papa il 18 gennaio, il parroco perorò la causa degli internati «che muoiono di fame» ricevendo assicurazioni di un intervento tramite l’invio del nunzio apostolico e ricevendo «una prima offerta di lire 20.000 per gli internati» [32].
L’altro aspetto fortemente sentito fu quello del freddo, anche se i padiglioni in muratura garantivano agli internati presenti a Padova un conforto maggiore rispetto a ciò che alcuni di loro avevano sperimentato nel campo di Arbe e in altri luoghi dove prevalevano le baracche o addirittura le tendopoli. A partire da questi presupposti, non poté che diffondersi la pratica del mercato nero, favorita dagli stessi soldati di guardia.
Secondo Capogreco, gli «internati militari» ebbero condizioni di vita migliori dei civili, anche se non erano visti di buon occhio dagli altri jugoslavi a causa della resa del 1941 e per questo se ne stavano appartati nei propri reparti. Per tutti, il palo delle punizioni presente nel piazzale del campo costituiva un perenne memento di ciò che li attendeva in caso di infrazioni, oltre alle celle predisposte nei sotterranei.
In generale, la situazione descritta portò, nel breve lasso di tempo in cui fu aperto il campo, alla morte di 70 persone [33], sebbene i non pochi medici internati a Chiesanuova avessero prestato la propria opera al servizio dei connazionali.
Se si tiene presente il contesto dell’internamento, si comprende meglio quanto sia stato importante sul piano umano e su quello prettamente materiale l’assistenza fornita da padre Placido Cortese, originario di Cherso (attuale Croazia) e da alcune studentesse slovene iscritte all’Università di Padova, Marija Slapšak, Majda Mazovec e Marija Ujčić [34]. Nel campo operavano anche il cappellano militare, Atanasio Cociani (alla nascita Cristiano Kocjančič), e il frate francescano Fortunat Zorman [35]. Il gruppo andò a formare il Mutuo Soccorso, la Samopomoć, che si mosse grazie ai contributi del Vaticano, dei vescovi di Lubiana, Gorizia e Padova e della Basilica di Sant’Antonio [36].
Allo stesso tempo non può essere dimenticato quello che possiamo considerare un comitato di assistenza interno, di matrice comunista, la Socialna Akcija, che riuscì a ridistribuire una parte dei contenuti dei pacchi ricevuti dagli internati ai prigionieri che ne avevano bisogno. D’altronde era difficile aprire altri canali assistenziali. I rapporti con l’esterno erano strettamente controllati alla stessa stregua degli atteggiamenti tenuti nei confronti degli internati. Si pensi a quanto riportato da don Silvestri il 16 agosto 1942:
Il generale Binetti di Padova, mi fa chiamare e mi intima di non entrare mai più in campo di concentramento. Ieri, mi dice, durante la santa essa ai 5000 reclusi, avete ricolta la parola attraverso l’interprete e li avete chiamati fratelli. Briganti sono, briganti e non fratelli. Faccio notare che anche l’ultimo delinquente è nostro fratello dinanzi al Signore. Ma non c’è verso di fargli comprendere questo. Tutto il male non viene per nuocere: sarà mandato un cappellano militare proprio per loro solo. Deo gratias [37].
Più avanti, il 21 novembre, don Silvestri ricordò le cerimonie per la festa della Salute e quanto accaduto nel corso della processione:
Le porte della caserma «campo di concentramento» si sono aperte e tutti i reclusi divisi in semicerchio hanno cantato alla Vergine un canto melodioso e commovente. Ma ad un certo momento, mentre il celebrante stava benedicendo tutta quella massa impotente, si sentì una voce che intimò a tutti di sciogliersi e che venissero chiuse le porte. Nessuno si mosse, le porte rimasero aperte e tutti ricevettero la benedizione. Ho saputo più tardi che l’ufficiale, che si era preso l’arbitrio di raccogliere i prigionieri e fare aprire i portoni perché fossero benedetti, venne punito [38].
Le richieste avanzate dalla Croce Rossa per assistere i prigionieri ristretti nei campi dell’internamento parallelo furono più volte respinte. Le prime tardive aperture in tal senso arrivarono nell’agosto del 1943 da parte di Badoglio [39]. Rimaneva quindi solo la carta della Chiesa cattolica come strumento di pressione nei confronti del regime fascista. Non a caso il Nunzio apostolico Francesco Borgoncini Duca poté spendersi per la causa degli internati recandosi, tra il 1940 e il 1943, in 31 campi per internati civili e in 4 tra quelli gestiti direttamente dal Regio Esercito, tra cui Chiesanuova, visitato nel febbraio 1943 insieme ai campi di Monigo e Renicci [40]. Inoltre, per volontà del Vaticano, in ogni campo per slavi furono inviati dei cappellani a patto che fossero italiani e quindi non di origine jugoslava [41].
D’altro canto non mancarono versioni diametralmente opposte delle condizioni di vita degli internati. Il cappellano militare capo della II Armata, monsignor Ivo Bottacci, visitò i campi per slavi nel gennaio 1943 descrivendoli come luoghi ideali e aggiungendo che «moltissimi internati alle loro case non potevano avere un ambiente e un trattamento simili» [42].
Da un punto di vista socio-culturale, a Chiesanuova furono organizzati concerti o incontri di studio, ma anche la pubblicazione di quattro numeri di un notiziario intitolato «La giusta verità per gli internati», un riferimento non certo celato al foglio propagandistico fascista «La giusta verità per gli sloveni».
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, alcuni internati tentarono, senza riuscirci, di impossessarsi delle armi dei soldati e prendere il controllo del campo. Due giorni dopo, nel perimetro della struttura concentrazionaria, comparvero i tedeschi che la occuparono [43]. Gli internati furono caricati su due treni e furono così trasferiti a Zagabria dove alcuni furono arruolati in formazioni collaborazioniste slovene. Il periodo di persecuzioni e deportazioni politiche e razziali colpì lo stesso padre Placido Cortese, impegnato nell’opera di salvataggio di militari alleati, soldati italiani ed ebrei. Condotto alla risiera di San Sabba, vi trovò la morte nell’autunno del 1944.
3. Prospettive per una nuova ricerca
Lo stato della ricerca, così com’è stato descritto nella prima parte, sconta una certa incompletezza non tanto per quanto riguarda il contesto generale né per gli studi su altri campi per slavi, quanto proprio per la mancanza di una completa ricostruzione della storia del campo di concentramento di Chiesanuova. Se è vero, infatti, che altri dettagli relativi al campo sono rintracciabili in alcuni studi [44], è quasi solamente attraverso le molteplici pubblicazioni dedicate alla figura di padre Placido che sono emerse alcune informazioni. In realtà l’impianto generale della ricerca su Chiesanuova è fermo alla scheda pubblicata da Carlo Spartaco Capogreco nel suo fondamentale lavoro I campi del duce che risale al 2004.
Da allora nessun lavoro ha affrontato nella sua interezza le necessità e gli interrogativi posti dall’esistenza stessa di un campo come quello padovano.
Si rende, infatti, necessario, studiare in modo puntuale le fasi della vita del campo, scandagliando a fondo l’individuazione della struttura per l’apertura del campo e il trasporto degli internati dai territori della ex Jugoslavia o da altri campi utilizzati per gli stessi scopi, ossia l’internamento degli slavi. Subito dopo vanno analizzati gli arrivi e le partenze, nonché i rapporti tra il campo di Chiesanuova e gli altri campi.
Mancano del tutto, ed è uno dei punti principali della nuova ricerca, uno studio ed un’interpretazione delle incoerenze tra i dati sulle condizioni di vita, riportati nella sezione precedente, e le relazioni delle autorità, con particolare riferimento non solo al citato rapporto di Ivano Bottaccio, ma soprattutto alla relazione del comandante del campo, Dante Caporali [45].
Ancor più in profondità, per operare un confronto con gli aspetti generali e per verificarli è importante consultare, se possibile, i fascicoli personali degli internati di Chiesanuova. Nonostante si tratti di migliaia di documenti, che sono stati ignorati dalla storiografia, la loro analisi è fondamentale sia per comprendere i percorsi e i destini personali sia per poter predisporre un’analisi sociologica, politica, culturale, religiosa del gruppo degli internati. Nello stesso tempo studiare i fascicoli significa anche poter ragionare sugli elementi comuni che attraversano la documentazione. Ciò consentirebbe di astrarre una serie di categorie che, una volta strutturate e opportunamente descritte, potranno offrire uno spaccato della vita e del funzionamento del campo. Il rapporto tra ciò che appare “periferico” (la quotidianità, le richieste degli internati, le storie individuali, ecc.) e il “centro” politico-amministrativo del potere fascista può così essere diversamente illuminato perché le stesse decisioni e modalità d’azione del regime escono modificate dal rapporto con gli internati e, dall’altro lato, possono emergere in modo più chiaro le decisioni prese dal fascismo sia riguardo al campo di Chiesanuova sia, più in generale, all’internamento degli slavi in Italia.
In quest’ottica, pur rimanendo aperti ad ulteriori sviluppi, si possono già individuare alcune categorie:
- i percorsi di arrivo
- la tipologia degli internati
- la sistemazione all’interno del campo
- le necessità quotidiane
- il cibo
- la salute, le malattie, la cura e la morte (con l’analisi dei decessi, tra cui quelli di alcuni “zingari”, e delle cause di morte per capire la precisa correlazione tra la morte e le condizioni di vita nel campo)
- il lavoro
- lo studio, compreso quello universitario
- l’organizzazione culturale interna al campo
- gli elementi religiosi presenti nella vita degli internati
- la presenza di aspetti politici e il processo di politicizzazione nel campo
- le questioni legate alla cittadinanza e alla costruzione dell’identità degli “slavi”
- la censura
- il controllo delle autorità
- il rapporto degli internati con le autorità e con la popolazione della zona
- il legame con le terre di origine
- il sistema punitivo interno al campo
- i tentativi di fuga
- i destini individuali.
Tra i punti elencati vanno evidenziati tutti quelli che consentirebbero di comprendere meglio il rapporto tra il campo e il territorio, con particolare riferimento alla citata rete di aiuti in cui ha operato padre Placido Cortese, già insignito dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, della Medaglia d’Oro al merito civile alla memoria e dichiarato “Venerabile” da Papa Francesco in ragione delle sue “virtù eroiche”. Tra l’altro, approfondire la storia di Chiesanuova vorrebbe dire conoscere meglio in quale contesto ha operato lo stesso padre Cortese e arricchire, per quanto possibile, il lavoro svolto dalla Provincia francescana e dai Frati della Basilica di Sant’Antonio di Padova.
La storia del campo di Chiesanuova non si esaurisce con i circa 14 mesi di vita sotto il controllo del regime fascista. Andando in ordine cronologico, resta per lo più sommersa la storia del campo dopo l’armistizio, quando Chiesanuova funse da comando di una rete di luoghi di detenzione per soldati alleati, e nell’immediato dopoguerra.
Con la fine del conflitto, la destinazione d’uso della caserma venne modificata e il luogo che aveva visto passare migliaia di “slavi” fu trasformato in transit camp subito dopo la liberazione e fino al 21 ottobre 1945, quando i profughi furono spostati, a causa di un’epidemia di vaiolo emersa in città, nel campo 82 di Cremona. In quel periodo Chiesanuova ospitò un migliaio di rifugiati ebrei sostenuti dal Joint Distribution Committee e dalla DELASEM [46].
Nel corso del 1946, invece, il campo accolse «numerosi gruppi di profughi giuliani, di rimpatriati e di reduci che non è possibile per adesso avviare ai propri paesi di origine, e che sono a carico del Ministero di Assistenza Post Bellica» [47].
Da questa breve ricostruzione, dunque, appare quanto mai importante poter iniziare una nuova ricerca sul campo padovano di Chiesanuova, soprattutto se tale studio potrà inserirsi, come emerge dagli ultimi atti, in un processo di recupero e memorializzazione della ex caserma Romagnoli. Abbandonata dall’esercito nel 2009, la caserma è oggi oggetto di interesse da parte della società di investimenti Invimit e sul progetto di trasformazione del luogo si è già espresso il Comune di Padova. È di pochi mesi fa, infatti, la mozione “Segni tangibili di Memoria nell’area dell’ex Caserma Mario Romagnoli a Chiesanuova”, votata all’unanimità il 21 febbraio 2022. Ciò che appare evidente è la necessità di salvaguardare la storia e la memoria del campo, pur tenendo conto dei profondi cambiamenti che interesseranno l’area. D’altronde l’interesse mostrato dall’Associazione di Promozione Sociale “Viaggiare i Balcani”, dai “Frati del Santo” (Provincia Italiana di S. Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, Rettorato della Basilica, Direzione del Messaggero di S. Antonio, Vicepostulazione della causa di canonizzazione), dalla Consulta di Quartiere 6A, dal Comitato cittadini “Itinerario della Memoria Padova Ovest” e dalle Parrocchie di Chiesanuova e Cave esprimono un chiaro intendimento di non lasciare che la storia del campo e quella dei suoi internati venga dispersa. Il recupero di una parte del campo di Chiesanuova, anche grazie alla nuova ricerca storica, significa inoltre poter immaginare di fare storia con e per la cittadinanza, nonché prospettare il coinvolgimento degli studenti in una città in cui accanto alla ricostruzione di quanto accaduto agli internati militari (si pensi al Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto e al Museo Museo Nazionale dell‘Internamento), agli ebrei deportati (con il ruolo centrale della Comunità ebraica padovana e del Museo della Padova ebraica), ai deportati politici e ai partigiani (pensando in particolar modo al CASREC), ci possa essere finalmente spazio per studiare e ricordare altre vittime degli anni del nazifascismo, gli “slavi”, perseguitati, strappati alla loro terra e internati a Padova.
Obiettivi del progetto di ricerca in sintesi
- ricostruire il contesto storico che portò all’istituzione di campi di concentramento per slavi nel più ampio quadro della creazione di un sistema concentrazionario fascista
- evidenziare la rete di campi per slavi e i nessi tra i vari luoghi di concentramento
- ricostruire la storia del campo di concentramento per slavi istituito nel quartiere di Chiesanuova, a Padova
- analizzare i fascicoli personali degli internati per far emergere il rapporto tra internato e autorità e per categorizzare le caratteristiche dell’internamento stesso
- analizzare i rapporti tra il campo di Chiesanuova e il territorio, a partire dall’opera di padre Placido Cortese
- ricostruire la vita del campo di concentramento di Chiesanuova dall’estate del 1943 al secondo dopoguerra.
Archivi
Per una ricerca è necessario consultare almeno i documenti presenti nei seguenti archivi:
- Archivio della Provincia Sant’Antonio di Padova
- Archivio Padre Placido Cortese
- Archivio Comunale di Padova
- Archivio di Stato di Padova
- Archivio Centrale dello Stato di Roma
- Archivio Storico del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito (Roma)
- Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (Roma)
- ARS (Arhiv Republike Slovenije) di Lubiana
- Arhiv Vojnoistorijskog instituta (AVII) – Vojni arhiv (VA – Archivio militare) di Belgrado
- American Jewish Joint Distribution Committee Archives
Bibliografia di massima
- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004
- Ivo Dalla Costa, Monigo: un campo di concentramento per slavi. Luglio 1942-settembre 1943, Treviso, ISTRESCO, 1988
- Paolo Damosso, Padre Placido Cortese. Il coraggio del silenzio, Padova, Edizioni Messaggero, 2007
- Costantino Di Sante, I campi di concentramento in Italia: dall’internamento alla deportazione, Milano, Franco Angeli, 2001
- Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana: documenti 1941–1942, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione fondato da Ercole Miani, 1994
- Tone Ferenc, Pavel Kodrič, Si ammazza troppo poco: condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana; 1941–1943, pubblicato da Società degli scrittori della storia della Lotta di Liberazione, 1999
- Daniele Finzi, La vita quotidiana di un campo di concentramento fascista. Ribelli sloveni nel querceto di Renicci-Anghiari (Arezzo), Roma, Carocci, 2004
- Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013
- Pierantonio Gios, Il contributo del clero del comune di Padova alla Resistenza. I parroci della città si narrano e si giudicano, Asiago, Tipografia moderna, 2002
- Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Roma-Bari, Laterza, 2013
- Davide Gobbo, L’Occupazione fascista della Jugoslavia e i campi di concentramento per civili jugoslavi in Veneto – Chiesanuova e Monigo (1942-1943), Padova, Centro studi E. Luccini, 2011
- Ivo Jevnikar, Apollonio Tottoli (a cura di), Padova-Chiesanuova. Un campo di concentramento e la carità di un frate, Padova, 2009
- Alessandra Kersevan, Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941–1943, Roma, Nutrimenti, 2008
- Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Udine, KappaVu, 2010
- Erika Lorenzon, Un lager sotto casa. Memoria e oblio di un campo di concentramento per slavi a Treviso, in Venetica, 2005
- Carla Liliana Martini, Catena di salvezza, Padova, Edizioni Messaggero, 2005
- Francesca Meneghetti, Di là del muro. Il campo di concentramento di Treviso (1942-43), Treviso, ISTRESCO, 2012
- Gianni Oliva, «Si ammazza troppo poco». I crimini di guerra italiani. 1940-43, Milano, Mondadori, 2006
- Franz Potocnik, Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab, a cura dell’ANPI, Torino 1979 dall’originale sloveno della casa editrice Lipa, Capodistria
- Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2003
- Luigi Francesco Ruffato (a cura di), Milena Zambon. Memorie, Padova, Edizioni Messaggero, 2008
- Cristina Sartori, Padre Placido Cortese, Padova, Edizioni Messaggero, 2010
- Cristina Sartori, Maria Borgato. Ravensbrück, solo andata, Padova, Edizioni Messaggero, 2020
- Francesco Scattolin, Maico Trinca, Amerigo Manesso, Deportati a Treviso. La repressione antislava e il campo di concentramento di Monigo (1942-1943)Treviso, ISTRESCO, 2006
- Apollonio Tottoli, Padre Placido Cortese vittima del nazismo, Padova, Edizioni Messaggero, 2002
- Maico Trinca, Monigo, un campo di concentramento per slavi a Treviso, Treviso, ISTRESCO, 2003
- Enzo Zatta, Maria Borgato. Una vita firmata dono, Padova, CLEUP, 2002
- Enzo Zatta (a cura di), La staffetta. Delfina Borgato. Storia di una giovane deportata a Mauthausen, Comune di Saonara, 2002
DVD
- Un campo di concentramento a Chiesanuova (1942-1943),a cura di Franco Biasia, regia di Antonio Bonadonna (2011)
Materiali
- Silvio Cecchinato, Prefazione “Tra Pianti, Pianti, Pianti”, Parte I
- Silvio Cecchinato, Padova-Chiesanuova nella cartografia e nella fotografia, Parte III
- Silvio Cecchinato, Un campo di concentramento fascista per Slavi in Padova-Chiesanuova 15 luglio 1941 – 8 settembre 1943, 2006
NOTE
[1] Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004.
[2] Ivi, pp. 56-84.
[3] Già pubblicate con lievi differenze in Antonio Spinelli, Vite in fuga. Gli ebrei di Fort Ontario tra il silenzio degli alleati e la persecuzione nazifascista, Cierre, Sommacampagna 2015, pp. 48-51.
[4] Alcuni campi furono gestiti dai Carabinieri o dal Ministero dell’Africa Italiana.
[5] Cfr. Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 56-58.
[6] https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:regio.decreto:1938-07-08;1415.
[7] Allegato A Legge di guerra, Titolo V Del trattamento delle persone di nazionalità nemica e dei beni nemici, e dei rapporti economici con il nemico. Capo I Del trattamento delle persone di nazionalità nemica nel territorio dello Stato.
[8] Ivi, Titolo II Delle operazioni belliche, Capo VI Dei feriti, malati e prigionieri di guerra. Sezione II Dei prigionieri di guerra e del loro trattamento.
[9] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/1940/06/15/140/sg/pdf.
[10] La sintesi delle circolari del 1° e dell’8 giugno è presente in Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. II, La Nuova Italia, Scandicci 1996, p. 7. Il testo integrale della circolare è presente su http://www.annapizzuti.it/normativa/testocircolari40.Php.
[11] Il testo della circolare è presente su http://www.annapizzuti.it/normativa/testocircolari40.php.
[12] ACS, MI, DGPS, Massime M4, b. 99. Il 25 giugno il testo fu integrato e inviato alle Prefetture. Se ne trova traccia in ACPdS, fondo D487, Alloggi internati 1941 – Corrispondenza elenchi, 25 giugno 1940 Copia Min. Interno Direzione Generale della P.S. Div. A.G.R. Sez. II Prot. N. 442/14178 Riservata ai Prefetti del Regno.
[13] “Disposizioni relative al trattamento dei sudditi internati”, pubblicate nella «Gazzetta Ufficiale», a. 81, n. 239, dell’11.10.1940.
[14] RDL 17 settembre 1940, n. 1374 “Modificazioni ed aggiunte al Testo Unico delle Leggi di P.S. per il periodo dell’attuale stato di guerra”, pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale», a. 81, n. 240, del 12.10.1940.
[15] Cfr. Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940–1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003.
[16] Capogreco, I campi del duce, cit., p. 68.
[17] Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Laterza, Roma-Bari 2013.
[18] Circolare 3C, Parte seconda – Misure di sicurezza e protezione, Capitolo II – Misure precauzionali nei confronti della popolazione, par. 15. La circolare 3C fu aggiornata il 1° dicembre 1942. Il testo integrale di quest’0ultima versione a cui si fa qui riferimento è reperibile all’indirizzo https://www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it/wp-content/uploads/2021/04/circolare_No.-3-C_-1942bis.pdf.
[19] Il testo integrale è scaricabile da https://www.sistory.si/cdn/publikacije/38001-39000/38033/circolare_n3_1943.pdf.
[20] Ivi, pp. 395-40.
[21] Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 135-152.
[22] Circolare 3C-L, p. 404. Il punto f del testo riportava in modo errato la data del 15 novembre 1942. Per il bando del duce n. 143 si veda https://campifascisti.it/scheda_provvedimento_full.php?id_provv=32.
[23] Capogreco, I campi del duce, cit., p. 75.
[24] Ivi, pp. 77-78.
[25] Pierantonio Gios, Il contributo del clero del comune di Padova alla Resistenza. I parroci della città si narrano e si giudicano, Asiago, Tipografia moderna, 2002, pp. 32-33.
[26] Ivi, p. 35.
[27] Ivi, p. 36. Appunti del 15 luglio 1941.
[28] Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 251-252.
[29] Lo schema riportato da Capogreco restituisce il seguente andamento: 1429 presenze al 15 agosto 1942, 2129 al 17 settembre, 3039 al 29 dicembre, 3403 al 1° febbraio 1943, 3015 al 19 aprile, 2857 al 1° giugno, 3410 al 1° luglio. Ivi, p. 252. Per i dati al 1° febbraio 1943 si veda il documento presente su https://campifascisti.it/documento_doc.php?n=771, per quelli al 1° giugno 1943 il documento pubblicato su https://campifascisti.it/documento_doc.php?n=774.
[30] Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 138-152.
[31] Di questi aspetti parla un rapporto sanitario del 15 gennaio 1943 redatto da 14 ufficiali medici internati a Chiesanuova e riportato, senza indicazioni sulle fonti, in Ivo Jevnikar, Apollonio Tottoli (a cura di), Padova-Chiesanuova. Un campo di concentramento e la carità di un frate, Padova, 2009, pp. 23-25.
[32] Gios, Il contributo del clero, cit., p. 41.
[33] Cfr. Appendice. Elenco dei morti di Chiesanuova in Davide Gobbo, L’occupazione fascista della Jugoslavia e i campi di concentramento per civili jugoslavi in Veneto – Chiesanuova e Monigo (1942-1943), Centro Studi E. Luccini, Padova 2011, pp. 137-139. Sui deceduti si vedano anche le pp. 105-106. Di 72 morti parla Franco Biasia in Ivo Jevnikar, Apollonio Tottoli (a cura di), Padova-Chiesanuova, cit., p. 25.
[34] Apollonio Tottoli, Padre Placido Cortese vittima del nazismo, Edizioni Messaggero, Padova 2002, pp. 130-131.
[35] Gobbo, L’occupazione fascista della Jugoslavia, cit., p. 113-114.
[36] Ivo Jevnikar, Apollonio Tottoli (a cura di), Padova-Chiesanuova, cit., p. 37.
[37] Gios, Il contributo del clero, cit., p. 3.
[38] Ivi, p. 40.
[39] Capogreco, I campi del duce, cit., pp. 159-160.
[40] Ivi, pp. 162-163.
[41] Secrétairerie d’Etat de Sa Sainteté, Actes et documents du Saint Siege relatifs à la Seconde guerre mondiale, vol. VIII, Le Saint Siège et les victimes de la guerre. Janvier 1941 – Decembre 1942, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1974, p. 699. Il testo è presente su https://www.vatican.va/archive/actes/documents/Volume-8.pdf.
[42] Capogreco, I campi del duce, cit., p. 167.
[43] Di quei giorni parla anche don Silvestri in Gios, Il contributo del clero, cit., p. 44. Il testo della relazione di Bottaci è reperibile su https://campifascisti.it/documento_doc.php?n=136.
[44] Cfr. ad esempio Gobbo, L’occupazione fascista della Jugoslavia, cit., pp. 108-111.
[45] Riportata in Ivo Jevnikar – Apollonio Tottoli (a cura di), Padova-Chiesanuova, cit., pp. 83-88.
[46] Cfr. https://archives.jdc.org/.
[47] ASPD, fondo Questura, b. 59, f. Padova – (Chiesanuova) Campo profughi n. 1, 01.08.1946, Questura di Padova al Comando Divisione Guardia di P. S.