Gino Soldà e suor Gemma Paoletto
Si riporta una parte dell’articolo scritto da Paola Fargion il 13 luglio 2025 su Mosaico e intitolato 1943-2025: Serena, Beatrice e cinque Giusti Tra le Nazioni. Per leggere l’intero articolo si clicchi qui.
La storia di Beatrice

Sempre tra dicembre 2022 e febbraio 2023 su internet mi imbatto casualmente in un breve articolo relativo alla fuga disperata di una famiglia ebraica terminata fortunosamente sul Lago di Como. Nessun’altra notizia riguardo a questa storia inedita: solo scarni indizi, qualche luogo, pochi nomi. Mi do da fare ma mi rendo conto da subito che la vicenda è ammantata da estremo riserbo e discrezione. I protagonisti non vogliono comparire né farsi pubblicità. La ricerca, pur rivelandosi assai complessa, conduce al risultato sperato. E finalmente riesco a contattare uno dei protagonisti, la bambina in fuga per mezza Italia, rifiutata dalla Svizzera e nascosta con la famiglia fino alla Liberazione sulle alture del Lago di Como. La piccola di allora, nata in Bulgaria da famiglia ebraica con radici livornesi, si chiama Beatrice e ha passato la novantina. Donna minuta, di intelligenza acuta e profonda sensibilità, mi appare da subito come una persona che sente il bisogno di raccontare ma nel contempo intende preservare la sua privacy. E io la rispetto.
Inizia così tra noi una lunga serie di telefonate condite da rassicurazioni, risposte a tante domande, confidenze. Ben presto Beatrice si fida di me e decide che è giunto il tempo di consegnare al Memoriale Yad Vashem la sua storia, fitta di ricordi, gioie, dolori ma soprattutto nomi, indirizzi e numeri di telefono… quelli dei benemeriti che hanno salvato la vita di tutti i membri della sua famiglia: papà Raffaele, mamma Elsa, gli zii Giacobbe e Giulia con le due figlie. Scopro che da sempre Beatrice mantiene rapporti stretti di amicizia, fondati sull’eterna riconoscenza di chi ha avuto salva la vita, con le famiglie dei suoi Salvatori. E per me diventa tutto più facile…
Decidiamo di incontrarci nella sede del KKL a Milano. È giovedì 16 febbraio 2023 e Marisa è felice di mettere a disposizione il suo ufficio ma il giorno prima Beatrice, la novantenne con la voce di bambina, rinuncia all’incontro. Non vuole esporsi, chissà … Non ha il coraggio di farsi vedere. Avrei voluto guardarla negli occhi per poi abbracciarla, certa che si sentisse protetta tra ebrei all’interno di un’istituzione ebraica. “Dopo voglio offrirvi una bella merenda al bar” aveva detto solo qualche sera prima al telefono. “Quello là, nella zona ebraica, vicino al negozio kosher.” Intendeva Tuv Taam. “Prima il dovere, poi tutte le merende che vuoi!” le avevo risposto. E lei aveva annuito, con quella voce sottile rimasta intatta nei decenni, non scalfita dagli orrori della Shoah. Beatrice è lucida, ricorda ogni dettaglio, ogni volto, ogni tappa della sua fuga in cerca di salvezza. Porta ancora i segni dei due inverni gelidi e nevosi – quelli del ’43 e del ’44 – trascorsi per lo più nascosta in rifugi di fortuna. Lei, la bimba strappata al calore di casa sua, costretta a dormire tra pareti di cartone in mezzo agli sfollati o in rifugi gelidi, ha avuto la TBC e ancora adesso soffre di asma. Si illumina e cambia tonalità nella voce ogni volta che parla dei suoi Salvatori. Ancora adesso è in contatto con i discendenti di coloro che hanno protetto lei, mamma e papà. Beatrice sa che deve onorare il loro coraggio. Non le basta più telefonare per salutarli: è giunto il tempo di sottoscrivere la dichiarazione per Yad Vashem. Decidiamo di procedere online. E Beatrice accetta. Vuole vedere i suoi Salvatori riconosciuti “Giusti Tra le Nazioni”, lo vuole assolutamente.
Ci aveva pensato molte volte ma non sapeva come fare. Ora ci siamo io e mio marito Meir a indicarle il modo corretto per procedere. E Beatrice si fida. “La mia famiglia viveva a Varna, in Bulgaria sul Mar Nero dove mio padre Raffaele e suo fratello Giacobbe – detto Giacomo – possedevano un’industria tessile. Papà era nato in Bulgaria nel gennaio 1898 mentre mamma era di origine rumena ed era del 1909. Quando nel 1940 il Parlamento bulgaro approvò la legge in difesa della Nazione sulla falsariga delle famigerate Leggi di Norimberga, tutti gli ebrei bulgari furono privati dei diritti politici e civili. Nel 1942 iniziarono le persecuzioni antiebraiche e fu così che la mia famiglia decise di lasciare la Bulgaria.” In realtà Raffaele si era trasferito a Livorno negli anni Trenta mentre Giacobbe era rimasto a vivere permanentemente a Varna per continuare a dirigere l’industria di famiglia. Grazie a Don Francesco Galloni, fondatore dell’Opera Ecumenica Pro Oriente con sede a Sofia, la famiglia di Beatrice raggiunge il Veneto, più precisamente Velo d’Astico in provincia di Vicenza, dove c’era una sede dell’istituzione di Don Galloni. All’ epoca dei fatti Beatrice aveva quasi 10 anni. “Ricordo tutto nei dettagli, sai?” mi dice un giorno.
E in effetti è proprio la sua memoria prodigiosa a compiere il miracolo. Per timore di essere catturati i membri della famiglia si dividono: il papà di Beatrice rimane a Velo d’Astico mentre lei e sua madre Elsa vengono accolte nell’ Istituto Beata Vergine Maria-Dame Inglesi in Contrada San Marco a Vicenza. Chi sono le suore appartenenti all’ordine delle Dame Inglesi? Nel 1837 su disposizione dell’Imperatore d’Austria erano giunte a Vicenza da Vienna dove tenevano un collegio per l’educazione e formazione di fanciulle. L’autorità imperiale sosteneva quest’opera e volle esportarla anche in Veneto dove non esistevano istituzioni educative come quella delle Dame Inglesi. Le suore si dedicavano, seguendo i dettami della Venerabile Mary Ward, fondatrice dell’ istituzione, alla formazione culturale, morale e religiosa delle giovani fanciulle. Inoltre tenevano corsi di lingue straniere e di arti pratiche.

La famiglia di Beatrice viene così nascosta in tre diversi istituti religiosi: a Vicenza presso la sede delle Dame Inglesi, a Schio nell’ Istituto di Maria Bambina e sull’ Altipiano di Asiago in un istituto per orfanelle. La famiglia si sposta da un posto all’altro ogni volta che viene segnalato il pericolo di perquisizioni da parte delle squadracce nazifasciste. Rimangono sul territorio dal dicembre 1943 al febbraio 1944 circa. Ottengono falsi documenti di identità da parte di Torquato Fraccon, riconosciuto Giusto Tra le Nazioni nel maggio 1978, deportato e morto a Mauthausen poco prima della liberazione del campo di concentramento insieme al figlio Franco. Un’anziana ebrea padovana da me recentemente contattata, che si è salvata grazie ai documenti falsi ricevuti dai Fraccon, dichiara che era il giovane Franco a prepararli essendo un esperto fotografo. E così Raffaele diviene “Renzo Rossi”, Elsa assume l’identità di “Lucia Rossi” e la piccola Beatrice diviene “Maria Teresa Rossi”, per tutti Teresina. La protagonista continua nei ricordi: “Nell’ Istituto Beata Vergine Maria –Dame Inglesi c’era Suor Laurentina, che si preoccupava di prepararci da mangiare… E poi ci rassicurava e consolava… Ma soprattutto c’era lei – Suor Gemma Paoletto – la Madre Superiora che ci prese sotto le sue ali protettrici e ci aiutò in ogni modo…” La famiglia Paoletto era composta da papà, mamma e otto figli: Rita, Mercedes, Raffaella, Mario, Iole, Vittorio, Carlo e Valeria che assumerà il nome di Suor Gemma in occasione della sua consacrazione avvenuta l’8 settembre 1930. Valeria Paoletto, nata a Lienz, in Austria, il 15 gennaio 1895 è morta il 5 aprile 1968 a Rovereto, in provincia di Trento. È stata Madre Superiora all’ Istituto Beata Vergine Maria –Dame Inglesi di Vicenza e successivamente in altre case del suo ordine, fino a Rovereto. Dall’8 luglio 2025 anche Suor Gemma è Giusta tra le Nazioni.
Intanto a Vicenza la situazione diventa insostenibile: agli inizi del 1944 la Madre Superiora viene fatta oggetto di un ignobile ricatto a cui non cede: i suoi protetti sono scoperti e il rischio di essere arrestati si fa sempre più evidente. Pertanto Suor Gemma raccomanda alla famiglia di Beatrice di lasciare il rifugio vicentino per cercare una via di fuga oltre confine. I ricordi di Beatrice si fanno sempre più vividi. “Tentammo allora di espatriare in Svizzera accompagnati e scortati da un montanaro esperto, nonché partigiano vicentino – un certo Gino Soldà – che ci condusse, a rischio della propria vita perché poteva essere catturato insieme a noi, fino al confine svizzero di Maslianico, non lontano da Como, provenendo con noi da Vicenza. Questo nome – ‘Maslianico‘ – mi è rimasto impresso indelebilmente perché me lo ricordava mamma in continuazione. Io avevo già compiuto 10 anni… Gino Soldà ci condusse fino alla rete metallica che separava la Svizzera dall’ Italia facendocela oltrepassare e tornando indietro, con il rischio altissimo di essere catturato dalle pattuglie tedesche che controllavano il confine…. Una volta in territorio svizzero vi restammo un giorno intero, nel vano tentativo di farci accogliere dalle Autorità svizzere che pretendevano da noi un documento comprovante la nostra appartenenza alla religione ebraica. Noi non lo avevamo in quanto ci muovevamo solo con i documenti falsi rilasciati da Torquato e Franco Fraccon per non essere scoperti dai nazifascisti. Purtroppo le guardie di frontiera svizzere ci ricacciarono indietro in mano ai tedeschi. Era la sera del giorno dopo. Trovammo rifugio in una casetta non lontana dal confine presso una famiglia che era a tavola. La signora ci trascinò dentro non appena bussammo alla loro finestra…”

Nato a Valdagno, in provincia di Vicenza, l’8 marzo 1907 Gino Duilio Soldà negli anni diventa noto alpinista e sciatore tanto da gareggiare alle Olimpiadi di Lake Placid nel 1932. Uomo coriaceo e grande amante della montagna, d’estate si dedica al lavoro di guida alpina mentre d’inverno è maestro di sci e fondista sulle piste delle sue amate vallate. Dall’ avvento del fascismo decide di non partecipare a gare indette dal regime in quanto profondamente contrario ad esso. Dopo l’8 settembre 1943 Gino Duilio Soldà entra in clandestinità per combattere contro l’occupazione nazista, nonostante i rischi a cui avrebbe sottoposto la moglie Lena e i piccoli figli Manlio ed Eva. Gino diventa partigiano con il nome di battaglia ‘Paolo’ e da subito entra nella rete vicentina coordinata da Torquato Fraccon. Sotto il suo comando viene costituito il Battaglione Tordo di Valdagno che sarà impegnato in diverse azioni contro i nazifascisti. Un altro partigiano del territorio – Luigi Massignan detto Gino – deportato a Mauthausen, nella primavera 1944 scrive: “Con Gino avevo collaborato al trasferimento di ebrei e prigionieri alleati: io li accompagnavo dai Monti Berici ad Arsiero e Gino da Arsiero alla Svizzera.”
Sarà sempre Gino Duilio Soldà a scortare anche gli zii di Beatrice con le figlie fino al confine svizzero di Campocologno, in alta Valtellina. Essi avranno più fortuna di Raffaele, Elsa e Beatrice perché in possesso dei documenti di identità originali che, attestando la loro origine ebraica, permetteranno loro l’ingresso in territorio elvetico con lo status di rifugiati. Gino Duilio Soldà è mancato l’8 novembre 1989 ed è stato riconosciuto Giusto Tra le Nazioni il giorno 8 luglio 2025.
Una volta espulsi dalla Svizzera e accolti da sconosciuti per una notte il racconto di Beatrice si fa drammatico. “La mattina dopo, molto presto, la signora si offrì di accompagnarci alla stazione ferroviaria più vicina. Io non stavo bene perché avevo preso molto freddo. Tossivo ed ero molto stanca. Fu in quell’ occasione che contrassi la TBC. Così la signora mi caricò sulle sue spalle e io mi addormentai. Dopo la guerra andammo molte volte da questa famiglia per ringraziarla, ma purtroppo ora non ricordo più il loro nome.” La fuga disperata di Beatrice e famiglia continua confondendosi tra gli sfollati a Lodi, Bergamo, Vercelli e di nuovo a Vicenza dove Suor Gemma Paoletto li nasconde ancora. E finalmente, grazie alla rete di contatti della Madre Superiora Raffaele, Elsa e Beatrice raggiungono Como. Nel locale seminario studia un certo Pietro Damiani che li accompagna a casa dei suoi genitori, Nazzareno Damiani e la moglie Anna Cincini Damiani. Nazzareno è la guardia forestale di Pellio, piccolo paese della Val d’Intelvi, zona montana al confine con la Svizzera. Nato a Vercelli nel 1900 e morto nel 1986 è originario di Cagli, nelle Marche. Anna Cincini, del 1904 è mancata nel 2000. I coniugi hanno avuto tre figli: Alfio, Pietro e Giovanni, nati rispettivamente nel 1927, nel 1932 e nel 1935. L’ultimogenito Giovanni è morto nel luglio 2022 a Vercelli dove vive attualmente la figlia Maria Grazia, il cui aiuto è stato determinante per ottenere le informazioni sulla sua famiglia che saranno inserite nel sito di Yad Vashem ed entreranno così nel patrimonio storico collettivo.
Di Pellio d’Intelvi Beatrice si ricorda bene. “Ci fu assegnata una camera al piano superiore della casa in cui viveva la famiglia Damiani. Oltre a papà Nazzareno e mamma Anna c’erano i tre figli della coppia: Alfio, Pietro e Giovanni che aveva circa la mia età e che mi faceva giocare e divertire tanto. La casa era defilata e dunque tranquilla anche se da lontano – ricordo – sentivo i soldati. Papà mi portava a camminare nei boschi, facendo molta attenzione, perché dovevo respirare aria buona per curare l’asma. La signora Anna non ci fece mai mancare nulla: non avevamo denaro e dunque ci pensarono i signori Damiani a mantenerci. E soprattutto nessuno di loro parlò della nostra presenza a casa loro, nemmeno i tre bambini fino alla fine della guerra. Ricordo che durante le nostre brevi uscite nei boschi io e papà da lontano vedevamo il Lago di Lugano con nostalgia, pensando alla salvezza… Ricordo anche di aver pregato che finisse presto la guerra! Rimanemmo nascosti dai Damiani dall’ autunno 1944 fino alla fine della guerra. Dopo il 25 aprile 1945 lasciammo Pellio in Val d’Intelvi alla volta di Milano.” Anche i coniugi Damiani sono stati riconosciuti Giusti Tra le Nazioni l’8 luglio 2025.
Suor Luigia Gazzola, Suor Gemma Paoletto, Gino Duilio Soldà, Nazzareno e Anna Damiani: cinque nuovi “Giusti Tra le Nazioni” i cui nomi sono entrati nel novero dei tanti italiani che durante la Shoah osarono sfidare il male con le armi del coraggio, dell’ amore e della preghiera. Beatrice è ora al mare in vacanza ma sa che è in debito di un incontro con me. Chissà se riusciremo mai ad incontrarci tutti insieme in occasione della cerimonia di consegna delle medaglie… Forse chiedo troppo. Mi basterebbe esserle vicina qualche minuto per stringerle la mano e guardarla negli occhi, magari seduta da Tuv Taam davanti a un cabaret di pasticcini…”
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Questo, invece, l’articolo di Marianna Peluso apparso il 20 luglio 2025 sul «Corriere della sera» e intitolato Tre veneti proclamati «Giusti tra le Nazioni»: salvarono una famiglia di ebrei in fuga dai nazifascisti
Un dossier di testimonianze raccolte dagli studiosi Paola Fargion, scrittrice, e dal marito Meir Polacco, insegnante e traduttore, ha riportato alla luce una vicenda sepolta dal tempo: la rete di aiuti costruita attorno a una famiglia ebrea rifugiata nel Vicentino durante l’occupazione nazifascista. Un lavoro paziente di memoria, fatto di documenti, racconti, verifiche, che ha condotto il Memoriale della Shoah dello Stato di Israele, lo Yad Vashem di Gerusalemme, a proclamare l’8 luglio “Giusti tra le Nazioni” tre figure legate al Veneto: Gino Duilio Soldà, alpinista e partigiano nato a Valdagno nel 1907 e morto a Recoaro nel 1989; suor Gemma Paoletto, al secolo Valeria, nata a Lienz il 15 gennaio 1895 e morta a Rovereto nel 1968, all’epoca madre superiora dell’istituto delle Dame Inglesi a Vicenza; e suor Luigia Gazzola, nata Rita Gazzola ad Altivole (Treviso) nel 1900, operativa a Carate Brianza e morta a Bassano del Grappa nel 1983. Tutti coinvolti, in momenti diversi, nella salvezza di una bambina ebrea, Beatrice, e della sua famiglia, in fuga dalle persecuzioni razziali.
Oggi Beatrice ha novant’anni e preferisce non comparire pubblicamente con il suo cognome. Ricorda l’arrivo in Italia da Varna, in Bulgaria, dove era nata da famiglia ebraica con cittadinanza italiana, l’approdo a Velo d’Astico, in provincia di Vicenza, quando aveva 10 anni, poi la divisione del nucleo famigliare. Il padre restò a Velo, mentre lei e sua madre, a dicembre 1943, trovarono rifugio nell’istituto delle Dame Inglesi di Vicenza, dove c’era la madre superiora suor Gemma Paoletto, che a febbraio del 1944 consigliò loro di fuggire, perché i ricatti e le pressioni dei fascisti rendevano pericoloso continuare a nascondersi lì.
Insieme a loro, poche settimane fa il titolo è stato assegnato anche a suor Luigia Gazzola, originaria di Altivole, in provincia di Treviso, vissuta a lungo in Lombardia. Era in servizio nella clinica Zucchi di Carate Brianza quando, nel cuore dell’occupazione tedesca, nascose tre donne ebree nel reparto psichiatrico più temuto: quello delle “agitate”, dove nemmeno i soldati tedeschi osavano entrare. Oggi Beatrice conserva legami stretti con i discendenti di tutti i suoi salvatori. È stata lei stessa a firmare, con l’aiuto di Paola e Meir, la dichiarazione formale al Memoriale Yad Vashem, allegando indirizzi, numeri e ricordi. I nomi di Gino Soldà, suor Gemma Paoletto, suor Luigia Gazzola, Nazzareno e Anna Damiani sono oggi incisi sul muro d’onore dello Yad Vashem, tra le storie d’Italia che hanno sfidato l’odio con la protezione, il rischio, il silenzio. Un’altra pagina di memoria collettiva è salva. E, con essa, il nome di chi non voltò lo sguardo altrove
