Parte quinta – La scuola dello sterminio

Parte quinta – La scuola dello sterminio

 

L’eutanasia come “scuola dello sterminio”

Il programma di eutanasia condotto verso i bambini disabili venne attuato utilizzando iniezioni letali di scopolamina, morfina e barbiturici. Le enormi quantità di questi medicinali venivano fornite con tutta la discrezione necessaria dalla Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA), vale a dire dalle SS. In particolare era la Sezione della polizia criminale (Kripo) comandata da Arthur Nebe ad acquisire e spedire il veleno alle cliniche. L’eutanasia degli adulti pose un problema per certi versi nuovo: come uccidere grandi masse di uomini in modo sbrigativo e privo di controindicazioni? La soluzione cadde sull’utilizzo del gas.

Non è chiaro chi abbia avuto l’idea. Secondo alcuni storici fu Karl Brandt che prese spunto da una semiasfissia occorsagli a causa dei fumi difettosi di una stufa. Secondo altri, più probabilmente, fu il professor Werner Heyde che la suggerì a Hitler. In ogni caso nel gennaio 1940, il metodo venne sperimentato per la prima volta nella clinica di Brandenburg. All’esperimento erano presenti i vertici del programma: Bouhler e Brandt, Leonardo Conti, Herbert Linden del Ministero degli Interni e Christian Wirth funzionario di polizia e futuro comandante delle unità di sorveglianza dell’operazione.

Il direttore della clinica, il dottor Irmfried Eberl gassò per i suoi ospiti 8 malati mentali con pieno successo. Da allora in poi l’uso delle camere a gas camuffate da docce si diffuse. I cadaveri venivano poi affidati agli addetti alle caldaie che li bruciavano nei forni crematori. A coloro che ne possedevano venivano strappati i denti d’oro. Queste stesse modalità vennero poi utilizzate nei campi di sterminio, per questo motivo a buon diritto si può affermare che l’Aktion T4 fu la “palestra” alla quale si allenarono i carnefici che avrebbero condotto il massacro nei campi.

Quando nell’agosto del 1941 l’operazione di eutanasia verso gli adulti venne sospesa, il personale e i mezzi tecnici vennero impiegati immediatamente per l’inizio della “soluzione finale”.

Viktor Brack, il braccio destro di Bouhler, ricorderà così gli eventi al processo:

Nel 1941 ricevetti l’ordine di sospendere il programma eutanasia. Per non lasciar disperdere il personale che in tal modo veniva messo in libertà e per essere eventualmente in grado di riprendere il programma eutanasia dopo la guerra, Bouhler mi invitò – credo dopo averne parlato con Himmler – a mandare questo personale a Lublino e a metterlo a disposizione del generale delle SS Globocnik. Solo molto tempo dopo, verso la fine del 1942, mi resi conto che veniva impiegato nello sterminio in massa degli ebrei, oramai di pubblico dominio nelle sfere più alte del partito.

Così, senza alcuna soluzione di continuità, si passò dall’eutanasia allo sterminio di milioni di persone nei campi. Il personale della operazione T4 venne inviato in Polonia dove creò i più terribili campi di sterminio: Treblinka, Sobibor e Belzec.

Documento del Ministero dell’Interno di Wuzttemberg riguardante la clinica di eliminazione di Grafeneck. In basso l’avvertenza.
“Non lasciar cadere nelle mani del nemico! Distruggete in caso di pericolo nemico!”

Il cimitero della clinica di sterminio di Hadamar

 

Le vittime: eliminare per uniformare

Il programma di eutanasia soltanto formalmente si rivolgeva ai disabili psichici e fisici. In realtà la sua applicazione si estese anche a quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori della norma venivano considerati una “minaccia” biologica. Ogni comportamento non conforme alla logica nazista poteva essere sanzionato come pericoloso per il popolo tedesco. Di qui la necessità di eliminarlo dalle radici.

Due casi emblematici di questa tendenza sono Gerda D. e Helene Melanie Lebel.

Helene era nata il 15 settembre 1911 da padre ebreo e madre cattolica e venne cresciuta come cattolica. Suo padre morì in guerra nel 1916. Nel 1926 la madre di Helene si risposò. A 19 anni sviluppo’ un esaurimento nervoso subito dopo la fine degli studi superiori. Nel 1935 abbandonò gli studi di legge che aveva intrapreso e il suo lavoro di segretaria in uno studio legale. La sua condizione si aggravò dopo aver perso il suo cagnolino Lydi. Le venne diagnosticata una schizofrenia e ricoverata all’Ospedale Psichiatrico di Steinhof vicino Vienna. Quando i tedeschi occuparono l’Austria ad Helene venne proibito di lasciare l’ospedale anche se si era manifestato un netto miglioramento. I genitori confidavano che sarebbe stata presto dimessa ma poco tempo dopo – nel 1940 – la famiglia venne informata che Helene era stata trasferita nell’ospedale di Niedernhart in Baviera. In realtà era stata inviata in una clinica di eliminazione, a Brandenburg dove venne uccisa.

Gerda D. fu per certi versi più fortunata. Commessa di negozio le venne diagnosticata una leggera malattia classificata comunque come schizofrenia. Venne immediatamente sterilizzata. Negli anni successivi Gerda D. cercò invano di ottenere il permesso di matrimonio che le venne sempre negato.

L’eliminazione di un numero così elevato di persone affette soltanto da lievi disturbi della personalità si accompagnò all’eliminazione di alcolisti, di ragazzi “difficili” ma mentalmente sani, spesso anche di ospiti di orfanotrofi in perfetta salute psichica e mentale.

Questo atteggiamento si spiega con un preciso progetto degli psichiatri tedeschi: trovare la soluzione biologica della malattia mentale, vale a dire ricercare cause fisiche. Per questo ad essere protagonisti degli studi basati sull’eutanasia furono i medici dell’Istituto di Studi sul cervello del Kaiser Wilhelm Institut di Berlino.

 

                                                                                                           Gerda D.                    Helene Melanie Lebel

Studiare il cervello: i mostri del Kaiser Wilhelm Institut

Il Centro per lo Studio del Cervello del “Kaiser Wilhelm Institut” era stato negli anni precedenti la guerra una delle istituzioni mediche internazionali più rinomate.

Nel 1937 a capo del Dipartimento di Istopatologia Cerebrale venne nominato il professor Julius Hallervorden. Il Dipartimento sino al 1945 operò a Brandenburg tutte le sue attività anatomiche. Nel 1939 Brandenburg venne trasformato in “Asilo di Stato” e qui vennero svolte le principali attività di eutanasia dei bambini e degli adolescenti.

Tutto ciò grazie all’appoggio del Direttore del Kaiser Wilhelm, il professor Hugo Spatz, amico, oltreché collega di Hallervorden. Intorno ad Hallervorden si formò presto un gruppo di studiosi e di studenti interessati all’idiozia, alla sindrome di Down, e ad altre malattie congenite. L’occasione per poter sperimentare con un vasto numero di reperti non poteva essere perduta.

Hallervorden e i suoi colleghi si mossero per ottenere cervelli sui quali lavorare da Brandenburg. Facevano parte del gruppo il tossicologo Waldemar Weinmann (che dopo la guerra visse indisturbato ed onorato); il patologista Georg Friedrich che per concessione di Brack dissezionò cervelli a Lipsia per conto dell’Istituto.

Lo stesso Hallervorden dissezionava cervelli ed anzi sceglieva personalmente le sue vittime tra i ragazzi del cosiddetto “Asilo” di Brandenburg: ricercava i portatori delle malattie che studiava e il 28 ottobre ne scelse 33 dai 7 ai 18 anni, alcuni di questi perfettamente sani.

Particolarmente attivo era il giovane assistente di Carl Schneider, Julius Deussen, che organizzava il lavoro per il suo capo. Schneider era “infaticabile”, in un suo scritto precisa a proposito dei suoi studi che “Non si possono ottenere risultati certi se non prima di aver sistematicamente esaminato almeno 300 idioti“.

La collezione di cervelli di Hallervorden arrivò a contare 697 esemplari. I cervelli di queste povere vittime sono stati usati fino al 1990 dal “Max Planck” Institut per le ricerche sul Cervello, il nuovo nome del Kaiser Wilhelm Institut. Praticamente nessuno dei medici ha pagato per questi orrori. Hallervorden è morto come stimato professore e come lui i suoi colleghi.

 

Julius Hallervorden

Hugo Spatz

Julius Deussen

Georg Friedrich

 

Centro di eutanasia di Bernburg. Sospesa la T4, al suo interno furono gasati 5.000 ebrei provenienti dai lager della Sassonia

In genere le vittime venivano fatte spogliare subito dopo l'arrivo e quindi avviate alle "docce"

Uno spioncino permetteva di seguire dall'esterno la gassazione e constatare la morte

Alcuni corpi erano trasportati su tavoli di dissezione ed analizzati dai medici

Infine si procedeva alla cremazione dei corpi

La deportazione dei disabili ebrei

Nell’ambito del processo di Norimberga Viktor Brack affermò sotto giuramento che nessun disabile ebreo fosse stato internato nei campi di uccisione nell’attuazione del piano di eutanasia delle persone handicappate, dello stesso furono le testimonianze di Karl Brandt e dei medici che avevano operativamente partecipato al T4. Per rincarare la dose si disse anche che ai disabili ebrei non era dovuta quella “morte compassionevole (la gasazione), riservata agli handicappati tedeschi. Non servivano certo le testimonianze contrarie per rivelare l’assoluta falsità di queste affermazioni. Come affermò tra gli altri, Herbert Kaslich, detto “l’elettricista del T4. I disabili ebrei furono inclusi nel programma di eutanasia, fin dall’inizio: prima come singoli e poi non più solo in quanto disabili, ma come appartenenti al gruppo etnico ostracizzato e perseguitato. Secondo le statistiche più aggiornate, nell’ambito del programma di eutanasia, vennero assassinati nel corso del 1940, dai 4.000 ai 5.000 handicappati ebrei.

La persecuzione dei disabili ebrei si svolse esattamente sulla falsa di quanto era avvenuto per gli handicappati tedeschi.

Nel 1938 un decreto del Reich escluse gli ebrei dall’assistenza pubblica: i servizi di assistenza erano demandati alle sole organizzazioni ebraiche, solo se queste dimostravano di non potersene fare carico, subentrava lo Stato. Le misure furono notevolmente inasprite nel 1939: un decreto impose che la “Rappresentanza ebraica del Reich”, un organo di autonomia della comunità israelitica tedesca, si trasformasse in “Associazione ebraica del Reich” e perdesse molti dei suoi poteri, diventando molto più controllabile. Da ora in poi gli ebrei di sesso maschile dovevano anteporre al proprio nome di battesimo quello di Israel, mentre alle donne era fatto obbligo di anteporre al proprio nome di battesimo quello di Sara. L’ostracismo e la progressiva esclusione dalle professioni dagli uffici pubblici non fecero che impoverire le casse della comunità ebraica tedesca, con ovvie ricadute sui disabili. Molte famiglie israelite sceglievano la via dell’emigrazione senza poter portare con sé i congiunti disabili. Molti parenti continuarono a pagare le rimesse a favore dei disabili internati, ma molti di essi, già ricoverati in ospedali tedeschi, finivano sotto il controllo dello Stato. Nelle case di cura tedesche si cominciavano a prevedere reparti per soli pazienti ebrei.

La persecuzione di massa nei confronti dei disabili ebrei e la loro integrazione nel programma di eutanasia come gruppo etnico, non più solo come disabili, avvenne a partire dal 15 aprile 1940.

Herbert Linden, uno dei massimi responsabili del T4, emanò in quella data una circolare che imponeva a tutti gli ospedali di dichiarare la presenza di pazienti ebrei al fine di riunirli in appositi centri di raccolta che altro non erano se non l’anticamera dei campi di uccisione.

I pazienti ebrei del Nord e della provincia di Berlino, furono riuniti nel campo di raccolta di Buck, da cui i famigerati autobus grigi del Gekrat, il braccio operativo dell’ufficio trasporti del T4, con carichi di circa duecento persone alla volta, li prelevasse e li conducesse al campo di uccisione di Brandeburgo. La sorte che li attendeva è ben nota.

Nel caso dei pazienti ebrei le pressioni di parenti, magistratura, ospedali e associazioni per avere notizie sulla loro sorte, furono certo più incisive rispetto a quelle esercitate in rapporto ai disabili tedeschi, anche perché gli ospedali di provenienza, con il trasferimento dei disabili ebrei ad altra sede o con la loro dipartita, vedevano congelati i cespiti loro dovuti per l’assistenza.

Fu allora che i vertici del T4 architettarono quella che può veramente definirsi “la maxitruffa di Cholm” (o Chelm che dir si voglia, visto che nelle prove documentali questa struttura fantasma viene nominata in tutti e due i modi).

Quando i parenti di pazienti ebrei o chi per loro, dopo il trasferimento, chiedevano notizie dei propri congiunti ricoverati, la direzione degli ospedali di provenienza, si limitava a dire che i soggetti erano stati trasferiti nell’unità di Chelm, vicino Lublino, in Polonia, con tanto di indirizzo e di casella postale. I cespiti dovuti quindi, dovevano essere versati a questa struttura .

Va da sé che Chelm altro non era se non una casella postale fittizia. Un corriere addetto all’operazione, provvedeva ad imbucare le lettere di risposta presso Lublino, recapitando poi i cespiti alle casse del T4, già rimpinguate da effetti personali e denti d’oro prelevati ai cadaveri. Due o tre mesi dal trasferimento, la direzione di Cholm, comunicava ai parenti l’avvenuto decesso del congiunto. In caso di obiezioni, era intimato di rivolgersi al governo centrale.

La truffa, molto lucrosa, ma anche abbastanza maldestra, durò per più di un anno. Quando nell’agosto del 1941 il Reich decise la deportazione in massa degli ebrei tedeschi ed austriaci, anche i disabili israeliti seguirono la sorte dei loro correligionari nei campi di sterminio.

Il 22 giugno 1941 la Wermacht tedesca penetrò in territorio sovietico e il regime nazista s’imbarcò nella sua seconda e più imponente operazione di sterminio. Il primo obiettivo fu la soppressione degli ebrei sovietici, degli zingari, e, quando possibile, dei disabili. Il comandante di questa operazione, il generale Edward Wagner così annotava nel suo diario nel settembre del 1941: “I russi considerano i frenastenici, Sacri. Ciò nondimeno, la loro eliminazione è necessaria“.

La soluzione finale è quindi intimamente correlata, nei metodi e nelle modalità allo sterminio dei disabili. Prove documentali testimoniano infatti che dopo un primo periodo di fucilazioni di massa, sotto la direzione di Adolf Eickman si passò alla costituzione di quell’universo concentrazionario che ebbe in Auschwitz il suo simbolo più drammatico e dolente.

I campi di concentramento furono pensati e strutturati sul modello presistente dei campi di uccisione per disabili. Gran parte del personale del T4, rimasto disoccupato dopo la chiusura dei centri di uccisione, venne massicciamente impiegato nella soluzione finale.

Si hanno prove concrete che nel 1943, il dottor Dietrich Allers, già direttore dell’ufficio amministrativo del T4 nella sua seconda fase, abbia architettato e gestito il campo di transito italiano della Risiera di San Sabba, dove non pochi ebrei e partigiani morirono per gas e iniezione letale.

Anche l’Italia pagò il suo prezzo, anche l’Italia ebbe le sue vittime tra i disabili. Ma un computo esatto appare ancora difficile. Le vittime italiane, furono soprattutto ebrei, destinati alla deportazione verso Auschwitz, che non fecero neanche in tempo a scendere dai convogli. Nella maggior parte dei casi infatti vennero uccisi subito dopo il loro arrivo al campo.

 

I manicomi di Venezia: una storia italiana

La storia della deportazione dei pazienti ebrei ricoverati negli ospedali di S. Servolo e S. Clemente a Venezia, nella dinamica ed esemplarità delle vicende personali, assume una valenza paradigmatica nell’ambito della più ampia degli ebrei italiani.

L’11 ottobre del ’44, su ordine del comando tedesco, coordinato dal capitano Stangl con l’attiva partecipazione della polizia italiana, i cinque pazienti ebrei dell’ospedale psichiatrico di S.Clemente ed i sei ricoverati di religione ebraica presso l’O.P veneziano di S. Servolo, furono prelevati per essere prima custoditi coattamente presso l’ospedale civile, che divenne un vero e proprio lazzaretto prigione per gli israeliti malati e poi condotti al campo di concentramento di Birkenau.

Se si guarda alle vicende personali dei singoli soggetti, la cui ricostruzione storico-documentale è dovuta al lavoro certosino degli studiosi Angelo Lallo e Lorenzo Torresini, ci si rende conto di come all’indomani delle leggi razziali, anche in Italia il malato mentale, specie se ebreo, fu sottoposto ad una vera e propria eutanasia sociale, ne mancarono peraltro i tentativi di salvataggio da parte di singoli medici ed operatori sanitari.

Esemplare a questo proposito, appare il caso del paziente M.l. sulla cui identità ebraica, si erano avuti all’inizio forti dubbi. Il paziente in questione, sfollato da Palermo, non presentava chiari sintomi di malattia mentale, ma solo un disorientamento da postumi di bombardamento.Fu ricoverato in ospedale psichiatrico, presumibilmente con documenti falsi, nel tentativo di sottrarlo ad eventuali retate. Si sospetta che il direttore della casa di cura, fosse a conoscenza dell’escamotage.

La cattura dei degenti ebrei, come di tutta la popolazione ebraica del Veneto fu possibile a causa dell’intensa opera di delazione dell’ebreo Mauro Grini, noto alla polizia e al comando tedesco, col soprannome di Signor Manzoni, che non si faceva certo di denunciare i propri correligionari.

Per parte sua, il presidente della comunità ebraica veneziana Giuseppe Jona, dopo le leggi razziali, essendo stato costretto a fornire gli elenchi della comunità, si tolse la vita.

Dal ’38 al ’44, quando possibile i malati ebrei veneziani furono in qualche modo preservati dall’accoglienza e dal supporto della casa di riposo israelita, che nulla poté, comunque, al momento della deportazione.

La lettura delle prove documentali dimostra come ben pochi dei ricoverati ebrei di S. Servolo e S. Clemente, presentassero vere e proprie patologie mentali. In alcuni casi si trattava di gente perfettamente integrata nel tessuto sociale e, come nel caso del paziente, G.R., nato in Turchia, financo iscritta ai fasci di combattimento, cui le leggi razziali inflissero un trauma psichico difficilmente sanabile.

Caricati sui carri bestiame per Birkenau, degli 11 pazienti ebrei di Venezia non si seppe più nulla. Alcuni compresero ciò che li aspettava, altri salirono felici e ignari sui convogli.

Ai direttori dei manicomi arrivarono anche cartoline di saluto dai campi, non si sa se per comprovare un’esecuzione o per che altro. Le cartoline erano in realtà parte integrante di quel processo di dissimilazione della verità storica che abbiamo visto essere caratteristica del regime nazista. Molto probabilmente, gli undici degenti psichiatrici furono trucidati all’arrivo. I loro documenti, le loro tracce, furono bruciati. Le loro vite, cancellate. Come tutti i disabili, secondo i nazisti, non erano mai vissuti.

 

Dal processo a Viktor Brack

Quando le persone adulte venivano selezionate per l’eutanasia e trasportate a quello scopo nei centri di eutanasia, attraverso quali metodi era data loro la morte?
– I pazienti arrivavano ai centri d’eutanasia una volta concluse le formalità burocratiche. Così io non avevo bisogno di ripetere quelle formalità, si trattava di esami fisici, schede di comparazione, etc. I pazienti venivano lasciati nelle camere a gas e lì uccisi dai medici col monossido di carbonio (CO).

Queste persone venivano dunque messe in gruppo nella camera, e quindi vi si faceva penetrare il monossido di carbonio?

– L’ordine principale di Bouhler era che la morte doveva essere impercettibile, senza creare panico. Per questo motivo, le fotografie dei pazienti, fatte solo per ragioni scientifiche, venivano fatte prima che entrassero nella camera a gas, ed essi erano completamente sviati da ciò. Poi venivano lasciati nelle camere a gas, che era stato detto loro trattarsi di semplici docce. Erano in gruppi di 20 o 30. Venivano gassati dal medico in carica.

Cosa veniva fatto dei corpi di queste persone dopo la “morte misericordiosa”?

– Una volta fatto evaporare il gas dalla camera, venivano portate delle barelle, ed i corpi trasportati in una stanza adiacente, dove i medici constatavano la morte.

Poi cosa succedeva ai corpi?

– Una volta accertata la morte, si mandavano i corpi al crematorio.

C’era un crematorio in ognuna di queste istituzioni?

– Si, i crematori venivano costruiti all’interno.

E queste persone credevano veramente di stare per fare la doccia?

– Visto che erano completamente deficienti, non potevano avere alcun dubbio …

(in Trials of war criminals before the Nurenberg military tribunals,  U.S. Govt. Print. Off., Washington 1949-1953, vol. I, pp. 876-877, traduzione di Alessandro Berlini)

 

Il 9 dicembre ’46 di apriva il processo di Norimberga ai medici nazisti, davanti ad un tribunale militare statunitense. Dei 23 imputati i medici erano 20 e tra essi spiccavano per assenza i nomi più noti della medicina nazista. Molti di questi luminari, non solo non furono processati, ma continuarono ad esercitare nel dopoguerra e a essere onorati nei manuali di medicina.

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