Andrea Sterk

Andrea Sterk

 

Nel 1918 Francesco Sterk, di origini austriache, classe 1875, arrivò ad Abbazia [1] diventando proprietario dell’Hotel Quisisana e poi dell’Hotel Eden, in Passeggiata Savoia 204, entrambi alberghi di seconda categoria, mentre al n. 54 si trovava la dependance di Villa Edera, struttura di terza categoria [2]. Sedici anni prima aveva sposato Giulia Löwy, nata in Ungheria nel 1878, che condivideva con lui le frenetiche giornate di lavoro nelle rinomate strutture alberghiere, senza dimenticare i due figli nati a Budapest, Andrea, nel 1903, e Ladislao, nel 1905. Il primo, sposatosi con Maria Steiner il 1° dicembre 1932, viveva in Passeggiata Savoia 6, ad un passo dai genitori. Dalla loro unione, il 12 luglio 1933, a Fiume, nacque Eva. Il giorno del suo settimo compleanno, tra gli echi della guerra, la aspettava una festa amara: suo padre era stato arrestato il 19 giugno e il 5 luglio il prefetto del Carnaro ne aveva proposto l’internamento in un campo di concentramento. Quell’“elemento indesiderabile”, che aveva “sempre tenuto un atteggiamento agnostico” nei confronti del fascismo [3], non poteva meritare altra destinazione secondo uno squadrista della prima ora come Temistocle Testa, l’artefice delle retate di quel giugno 1940 in cui furono arrestati anche i Lipschitz.

Il 28 luglio Andrea entrò nel campo di concentramento di Campagna [4] e pochi giorni dopo presentò un ricorso al Ministero. Per molti ebrei stranieri, giunti in Italia o nei territori annessi molti anni prima delle leggi razziali, l’arresto e l’internamento furono vissuti come una spaventosa sorpresa. Ciò li spingeva, proprio come nel caso di Eugenio Lipschitz, non solo a cercare di comprendere gli sviluppi di una situazione inaspettata, ma a tentare l’unica strada possibile: scrivere alle autorità dai luoghi di concentramento.

Contro tale misura mi permetto di valermi del presente ricorso facendo presente che vivo in Italia sin dalla mia infanzia, dove mi sono trasferito con la mia famiglia nell’anno 1918 [5]. Sono diventato suddito italiano fin dal 1925, mio padre essendosi valso del diritto di opzione, non appena le disposizioni di allora lo resero possibile, e sono rimasto apolide in seguito alle leggi razziali. Ho soddisfatto agli obblighi militari e durante 22 anni d’ininterrotto soggiorno in Italia la mia vita si è svolta sempre alla luce del giorno, in perfetta armonia con le direttive e con lo spirito del Regime; la mia attività professionale era fra quelle di importanza e merito dal punto di vista generale e modestamente ho dato il mio contributo continuativo all’economia nazionale. A prescindere dei miei modesti meriti civili, le misure applicate nei miei confronti sono in assoluto contrasto con i sinceri e profondi sentimenti ch’io nutro per il popolo italiano ed il suo destino; gli stessi sentimenti invocano equità e revisione. Formo perciò istanza di voler fare oggetto la mia pratica d’un esame particolare ed ho piena fiducia che tale esame verrà seguito dalla mia immediata messa in libertà. (…) i miei genitori anziani e privatissimi sia di malattie, sia della sorte, si trovano, dopo una vita laboriosissima ed onorata, senza colpa propria, in gravissima stato di dissesto finanziario ed hanno bisogno della mia attività per evitare un completo crollo e per non rimanere privi di sostenimento [6].

Dalle parole di Andrea emergono tutta l’incredulità e probabilmente la rabbia di fronte alla cancellazione di una vita, non solo sul piano personale, ma anche su quello sociale ed economico. Non afferma mai di aver aderito al fascismo, ma sottolinea l’armonia con uno stato e un regime, dettata soprattutto da un’adesione al Regno d’Italia e da una vita improntata ad una ricerca dell’integrazione e della condivisione dei “sentimenti” e del “destino” del popolo italiano. Le conseguenze delle leggi razziali furono devastanti, tanto che lo stesso prefetto del Carnaro ammise, rispondendo all’omologo di Salerno e per conoscenza al Ministero, che “in seguito a dissesto familiare che lo ha privato di tutto il suo patrimonio trovasi in assoluta indigenza e, pertanto, deve essere sussidiato” [7]. Nella procedura attivata dal Ministero, atta a raccogliere informazioni sul caso [8], la Prefettura di Fiume fornì nuove indicazioni: “(…) non ha precedenti sfavorevoli in questi atti, ma non risulta nemmeno che abbia benemerenze vero il Regime e verso l’Italia. Egli ha esercitato ad Abbazia, insieme ai genitori, la professione di albergatore fino al 1939, ed ha cessato ogni attività in seguito alla revoca dell’autorizzazione di polizia in applicazione delle vigenti disposizioni. I due alberghi, di cui il padre era proprietario, sono stati sequestrati da un istituto di credito. I suoi genitori sono effettivamente vecchi ed ammalati ed avrebbero bisogno della sua assistenza” [9]. Non solo questi documenti sono una sorta di autoconfessione sugli effetti della “persecuzione dei diritti”, ma confermano le dichiarazioni dell’“elemento indesiderabile”, seppur per le autorità il concetto di benemerenza sia strettamente legato alle disposizioni impartite nel 1938 e non certo al riconoscimento di un merito o di un riconoscimento del valore reale di una persona, tantomeno se ebrea. Il Ministero, che si affidava comunemente al punto di vista delle autorità che operavano sul territorio, agiva in modo tale da raccogliere informazioni e nello stesso tempo richiedere dei pareri motivati sulle richieste avanzate dagli internati. In questo caso, davanti alle risposte che arrivavano da Fiume e che spiegavano la situazione senza esporsi sul da farsi, spinse affinché il prefetto si esprimesse “in merito all’eventuale revoca del provvedimento d’internamento” [10]. Temistocle Testa, a un mese di distanza, continuava a non esporsi sul provvedimento in generale, limitandosi indirettamente a sottolineare che “non si ritiene opportuno, nel momento presente, il ritorno dello Sterk in questa delicata zona di frontiera” [11]. Fatto sta che il messaggio era chiaro: l’istanza di Andrea non poteva essere accolta [12].

Mentre il fratello Ladislao veniva internato a Ferramonti, il padre decise di rivolgersi direttamente al Ministero spiegando e mostrando, tramite gli allegati certificati medici, lo stato di salute suo e della moglie e facendo notare che ormai era Andrea ad occuparsi degli alberghi e quindi rimaneva l’unico a poter sistemare gli affari rimasti in sospeso. L’unica soluzione, dal suo punto di vista, era che Andrea fosse “assegnato al confino”, possibilmente in una zona non lontana da Fiume [13].

In questa storia che, come altre, procede in maniera circolare, la risposta di Fiume, sollecitata da Roma, a quasi due mesi e mezzo di distanza, fu la stessa fornita a seguito della domanda di Andrea, ma con l’aggiunta che, per il prefetto Testa “date le circostanze esposte dal padre” si può dare il “nulla osta acché lo Sterk Andrea sia trasferito a Padova o in un comune di quella provincia” [14]. Evidentemente mancano alcuni documenti che potrebbero chiarire il motivo che portò il prefetto a indicare solo la provincia di Padova e non le altre località richieste in precedenza da Francesco Sterk, né si può sapere perché quest’ultimo, tra le varie destinazioni, indicò proprio Piove di Sacco e non altri comuni del padovano. Si può ipotizzare che conoscesse qualcuno o, ancor meglio, che Andrea avesse parlato con altri ebrei di Fiume presenti a Campagna come Eugenio Lipschitz arrivato poi a Piove di Sacco nel dicembre 1940. Comunque sia il 2 febbraio 1942 il Ministero dispose il trasferimento da Campagna, dove era sussidiato [15], a Piove [16], nuovo luogo d’internamento per il quale partì il 27, seguendo l’itinerario indicato (San Severino Rota, Cancello, Cassino, Roma, Bologna, Padova) [17] e dove avrebbe dovuto risiedere a sue spese [18].

Sempre in contatto con la sua famiglia rimasta a Fiume, a fine maggio si trovò nella situazione di dover avanzare una nuova richiesta al Ministero. Dalla sua abitazione di via Mazzini 19 [19] scrisse:

Vi prego di considerare che il mio internamento è avvenuto in seguito a misure generali di pubblica sicurezza, senza che o la mia posizione giuridica o la mia condotta civile e politica ci abbia fornito un motivo diretto, né generico, né tanto meno specifico. Sono residente in Italia ininterrottamente sin dal 1918 e le leggi razziali mi concederebbero la libera permanenza nel Regno. Dalla mia più giovane età sino al momento del mio internamento ho condotto vita irreprensibile sotto ogni aspetto; avevo una professione onorata ed ero apprezzato da chiunque, fono alle più alte personalità (…); sino alla perdita della cittadinanza ero considerato buon italiano, ciò che difatti era ed ho oggi gli stessi sentimenti; mi sono sempre astenuto, anche per inclinazione, di ogni manifestazione di ebraismo, non professando neanche la religione; tant’è vero che ho sposato una cattolica, sto dando educazione italiana e cattolica all’unica figlia e mi sono convertito anch’io alla fede cattolica. Tutto sommato ignoro i motivi che giustificherebbero delle misure più dure nei miei confronti di quelle generalmente vigenti ed applicate in tutto il Regno. A prescindere del grave discapito d’ordine morale, il mio internamento mi nega la possibilità di provvedere, anche in forma modestissima, al mio sostenimento e quello di moglie e figlia. Sono andato avanti vendendo i pochi beni mobili che possedevo, ma arrivato ad esaurire tali modeste risorse ho bisogno di condizioni di libertà per lavorare. (…) desidererei stabilirmi a Torino o Milano [20].

Alla lettera aggiunse una nota in cui chiedeva, in caso di parere negativo “per motivi ch’io ignoro”, di poter almeno recarsi ogni giorno a Padova per lavorare, tornando la sera a Piove di Sacco [21]. Questa nuova istanza, più dettagliata rispetto alla prima e con diversi riferimenti alla normativa e al suo status, risulta importante perché mostra la non adattabilità della razionalità dell’internato e dell’elaborazione del suo vissuto rispetto alle decisioni prese dal governo fascista, oltre a fornire altri particolari come quelli sulla religione. Non sarebbe stato possibile altrimenti sapere che il suo è un caso di matrimonio misto e che aveva scelto di allontanarsi dall’ebraismo, anche se non è chiarito con precisione se la successiva decisione di convertirsi fosse stata maturata prima o dopo le leggi razziali. Interessante notare che la dicitura “manifestazione di ebraismo” è un richiamo diretto alla legislazione antiebraica e in particolare all’art. 8 del RDL del 17 novembre 1938 con il quale veniva stabilita la tristemente nota definizione di ebreo [22]. Inoltre, Andrea e i suoi familiari devono aver visto le pubblicazioni degli avvisi sulla denuncia (meglio sarebbe dire dell’autodenuncia) di appartenenza alla razza ebraica, così come previsto dall’art. 9. Il 5 dicembre 1938, ad esempio, il podestà di Fiume, Carlo Colussi, diramò uno di quegli avvisi, che prevedevano l’arresto fino a un mese e l’ammenda fino a 3000 £ in caso d’inadempienza.

A distanza di tre anni, il tentativo di Andrea era di far notare che il suo caso si discostava da quanto previsto dalla legge, ma il fatto che rientrasse perfettamente nelle indicazioni della lettera a) dell’art. 8, non poteva venire meno davanti al suo essere cattolico. Tra l’altro la famiglia aveva ottenuto la cittadinanza nel 1925, ma si sa che questo elemento non poteva essere usato come un salvacondotto alla luce dell’art. 23: “Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte ad ebrei stranieri posteriormente al 1º gennaio 1919 si intendono ad ogni effetto revocate”. La perdita della cittadinanza avvenuta a seguito delle leggi del 1938 spingeva la famiglia nel limbo dell’apolidia e non lasciava molti margini a eventuali interpretazioni rispetto alla lettera d) dell’art. 8. È vero, però, come affermato da Andrea, che le leggi consentivano alla famiglia di non essere espulsi dal Regno, come successo a molti ebrei stranieri, perché l’art. 24 del RDL istituiva un netto confine temporale, il 1° gennaio 1919, per decidere chi avesse ancora il diritto di rimanere in Italia [23]. Essendo arrivati nel 1918 non dovevano, quindi, lasciare la propria abitazione. È anche vero che Abbazia passò all’Italia solo nel 1920 e che prima di quella data, in teoria, gli ebrei non si trovavano sul suolo italiano. In questo caso la questione si risolve pensando al riferimento che lo stesso Andrea fa all’opzione del 1925. L’ottenimento della cittadinanza è sicuramente legato al Regio Decreto n. 351 del 20 marzo 1924 sull’“estensione alla città di Fiume e al territorio annesso al Regno di alcuni Decreti già estesi alle nuove provincie”, che richiamava l’applicazione del R. D. n. 1245 del 7 giugno 1923 che, a sua volta, si occupava di stendere ai territori annessi nel 1920, tra cui Abbazia, la legge del 13 giugno 1912, n. 555, e il regolamento per la relativa esecuzione approvato con R. D. il 2 agosto 1912 (n. 949). L’art. 2 della Legge del 1923 prevedeva che “agli effetti delle disposizioni contenute nella legge 13 giugno 1912, n. 555, la nascita e la residenza nei territori annessi, anteriormente all’annessione, equivalgono alla nascita e alla residenza nel Regno.”

Tutti i ragionamenti fatti e l’immaginabile burocrazia affrontata non potevano nulla di fronte alle leggi razziali. Se i genitori furono risparmiati per via dell’età, come recitava la stessa circolare del Ministero ai Prefetti del 15 giugno 1940, Andrea avrebbe potuto contare sul fatto di avere una moglie cattolica, giacché i misti si trovavano sempre in una situazione liminare, ma Andrea era un uomo incasellato come ebreo e con un’età, 37 anni, che lo rendeva pericoloso agli occhi dei fascisti.

Su questo sfondo, spicca l’incipit della domanda di Andrea. Il suo far riferimento alla condotta civile e politica, alla mancanza di motivi da parte delle autorità, alla vita irreprensibile, alla professione onorata lo mette nelle condizioni di non comprendere come sia possibile che una vita possa essere ignorata e cancellata con un tratto di penna, come possa essere posta in atto una decisione che colpisce una persona integerrima. Lui stesso fa riferimento alla sua “posizione giuridica” che non può dare elementi a sospetti di nessun tipo, ma è proprio il suo status giuridico ad essere ora determinato, non da una qualche azione del passato o del presente, nemmeno dall’esercizio all’epoca illegittimo di una libertà di opinione, trattandosi al massimo di un “tiepido” nei confronti del fascismo, ma dal suo essere ebreo, tratto religioso-razziale-comportamentale che non può essere eliminato né dimenticato dal potere, indipendentemente da qualsiasi scelta personale. La frase “tutto sommato ignoro i motivi che giustificherebbero delle misure più dure nei miei confronti di quelle generalmente vigenti ed applicate in tutto il Regno”, restituisce il senso dell’interpretazione data da Andrea al suo arresto e al successivo internamento, tra impossibilità di cogliere le determinazioni governative e difficoltà di conoscere i contorni di ciò che stava accadendo in Italia, al netto della ferocia dei singoli prefetti, aspetto in cui Temistocle Testa probabilmente primeggiava.

Il 1° luglio 1941, dopo aver consultato i prefetti di Padova e di Fiume, il Ministero si oppose sia alla richiesta di essere trasferito a Torino o a Milano [24], sia alla revoca stessa del provvedimento d’internamento su cui, invece, Cimoroni si era detto favorevole [25], probabilmente con l’idea di alleggerire la provincia di Padova della presenza degli internati. Da parte sua il prefetto del Carnaro, respingendo ancora il rientro ad Abbazia, “almeno per ora”, non si opponeva al suo trasferimento nel capoluogo piemontese o in quello lombardo [26]. Prese nel loro insieme, le risposte fanno percepire una direzione: quella di allontanare il problema, di non avere altri casi di cui occuparsi, di scaricare su altri la presa in carico di un uomo.

Ciò che Andrea riuscì ad ottenere, anche a seguito di una domanda della madre che aveva inviato un certificato medico sulle sue condizioni di salute [27], fu una licenza per far visita alla famiglia. La madre aveva chiesto che potesse rimanere ad Abbazia per “soli” 30 giorni, ma il Ministero si limitò a una licenza di 10 giorni [28]. Val la pena soffermarsi sulle parole utilizzate da Giulia Löwy, “madre dolorosamente depressa dell’internato libero Andrea Paolo”. La sua speranza era di rivedere il figlio “onde egli con la sua presenza possa allietare la sua lunga e dolorosa malattia”, perché “ormai da più di un anno è lontano dalla casa materna” dove lei “si trova molto depressa, e alle sofferenze fisiche causate dalla malattia, si aggiungono anche queste psichiche, che sono ancora ben più forti e dolorose” [29].

Solo il 15 settembre Andrea fu munito del solito foglio di via obbligatorio per raggiungere i genitori a Villa D’Annunzio ad Abbazia [30]. Tempo dopo, il 4 ottobre, il questore di Padova chiese al podestà di Piove di Sacco se fosse rientrato, dato che il 29 settembre aveva terminato la sua licenza e non si era presentato, come l’iter voleva, davanti al questore stesso [31]. Passarono altri cinque giorni e da Piove giunse l’informazione che Andrea non si era presentato con il foglio di via [32]. Sicuramente era nuovamente a Piove il 12 ottobre, giorno in cui scrisse la sua terza domanda, almeno di quelle rinvenute tra i documenti. Come visto, la caratteristica di queste istanze è quella di riepilogare ogni volta ciò che è stato già esposto in precedenza, ripercorrendo le tappe della propria vita, ma con piccole aggiunte che aprono nuovi squarci e permettono diverse interpretazioni delle vicende. Resta fermo, però, il punto di vista dell’internato su fatti e decisioni che non riesce a collocare con una motivazione valida all’interno della sua visione del mondo e dell’autoanalisi dei comportamenti adottati negli anni e che quindi non può controllare, anche se si viene sempre a creare una dinamica in cui la vittima cerca tutte le strade possibili per interagire con il potere e per modificarne le traiettorie decisionali. Ancora una volta, l’internato è posto in un gioco di specchi tra Joseph K. e K.

In quell’istanza del 12 ottobre, quindi, Andrea si spingeva ad utilizzare un linguaggio da avvocato, caratteristica riscontrata anche nelle missive di altri internati, nel tentativo di essere più convincente possibile in una sorta di corpo a corpo con la normativa e gli uffici ministeriali. Chiedeva, quindi, “in via principale”, di “revocare il mio internamento, sia in forma incondizionata, sia pure sotto l’esplicita condizione d’un mio atto di rinuncia al ripristino del mio domicilio ad Abbazia o nella Provincia di Fiume; in via subordinata, qualora la presente istanza non potesse venir accolta in pieno, ordinare il mio trasferimento quale internato libero in località di carattere commerciale-industriale di maggiore importanza, sita in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia o Toscana … e se in attesa vorreste concedermi il trasferimento nella città di Padova”. Le richieste finali non si discostano da quelle già presentate il 27 maggio, ma cambiano in parte il linguaggio e la forma in cui è presentata la domanda. Soprattutto è lo spazio dedicato a una sorta di arringa difensiva che merita attenzione perché, a distanza di mesi, dimostra come Andrea Sterk continui ad arrovellarsi sulla sua condizione d’internato, sul marchio di persona pericolosa e indesiderabile, da sospettare e sorvegliare. Ancor di più prosegue in una serie di argomentazioni che dovrebbero persuadere le autorità e che toccano tutti i possibili aspetti in base ai quali può essere stato accusato, dall’ebraismo al bolscevismo, dalle sue eventuali frequentazioni alla sua condotta:

Posso affermare in coscienza che lungi di aver provocato con atti specifici o con atteggiamento sospetto la misura dell’internamento, tutta la mia vita passata fu ispirata dalla massima lealtà verso le istituzioni della Nazione e del Regime, dal più sincero attaccamento alla terra ed al popolo italiano; nel campo della mia attività professionale di albergatore, (…), ho sempre operato come meglio potevo, nell’interesse generale, riscuotendo consensi ed apprezzamenti lusinghieri. Sono residente nel Regno sin dalla mia adolescenza; ero cittadino italiano per opzione, spontaneamente esercitata da mio padre ed estesa a me, allora minore; ho soddisfatto agli obblighi militari. Le stesse leggi razziali mi conservano il diritto della libera permanenza in Italia ch’io ho sempre considerato ed amato quale la mia patria. È paradossale che sarei tuttora in piena libertà se avessi conservato la cittadinanza ungherese, mentre ho preferito di dimostrare i miei sentimenti di lealtà verso la patria adottiva sin dal primo momento e con ogni mio atto. (…) Mi sono rifugiato in Italia nel 1918 quando lì imperversava il bolscevismo; è notorio che chi una volta vi ha vissuto, lo aborrirà per tutta la vita. D’aver trovato rifugio in Italia mi era abbastanza motivo di riconoscenza e mi sono messo subito ad imparare la lingua, a frequentare la scuola italiana, a diventare un italiano. Mi sono sempre sentito tale ed ho frequentato sempre ambienti italiani; ammesso che la vita d’una persona sia caratterizzata dalle proprie amicizie, posso ribadire come caratteristico il fatto che mentre proprio nessuno dei miei amici è stato mai colpito di misure di polizia, fra tutti quanti furono internati o confinati in Provincia di Fiume in questi ultimi tempi ed erano numerosi, non vi è nessuno ch’io abbia conosciuto più che superficialmente ed anzi quasi tutti mi erano ignoti del tutto. In quanto all’ebraismo, vi dichiaro che la mia appartenenza nativa a questa razza non era da me sentita né spiritualmente, né virtualmente, che sono estraneo agli scopi ed al programma dell’ebraismo ch’io ignoro, e non solo non ho mai profferto manifestazioni di assenso, ma bensì è risaputo il contrario, come ad esempio di non aver mai messo piede nel tempio e non esser mai intervenuto a sedute della comunità, d’aver sposato una cattolica ariana, d’aver dato educazione cristiana alla figlia e d’essermi finalmente convertito alla fede cattolica. Data la mia vita sempre rettilineare e realissima che pur avendo la caratteristica d’una assoluta astinenza della vita politica, è stata ispirata di deferenza e di gratitudine verso le istituzioni del paese, sento lo smacco subito come del tutto immeritato e tanto più doloroso, per cui oggi invoco revisione e riparazione. Sia per la mia vita passata, sia per il contegno dimostrato in 18 mesi d’internamento, ritengo di esser tuttora meritevole a non venire più oltre escluso della vita della nazione. Sono laborioso e capace, posseggo larga cultura generale, professionale e linguistica ed invece di stare inoperoso, la mia attività, reinserita nella vita della nazione, potrebbe rendere maggiore utile al paese. (…) ho degli obblighi di famiglia impellenti (…) sia verso i genitori (…) sia verso la moglie ariana, e la figlia piccola che non posseggono mezzi di sussistenza sufficienti e di cui esistenza è messa a repentaglio in seguito alla mia interdizione [33].

Trasmessa dal Ministero al Prefetto di Fiume il 19 novembre, la lunga “requisitoria” di Andrea non meritò, da parte della burocrazia, nessun commento. Qualunque cosa si potesse dire o provare era filtrata dagli uffici e vista solo nei termini tecnico-pratici di fattibilità e opportunità. Nulla di quella vita esposta allo sguardo del potere venne preso in considerazione, nulla poteva fare breccia nel muro dell’apparato fascista, creando quel senso kafkiano di incomunicabilità e incomprensibilità.

La successiva risposta giunta dal Carnaro è tutta racchiusa nella ciclica ripetizione del già detto: nessun permesso di ritornare nella provincia di Fiume, nulla osta per altre destinazioni [34], anche perché non sarebbero cadute comunque sotto la competenza di quella Prefettura. Non diversamente il Ministero si limitò a respingere l’istanza e non diede nessuna risposta al problema del mantenimento economico della famiglia e dello stesso Andrea [35].

Nella psicologia di un internato, come si evince da molte lettere e istanze rinvenute nei fascicoli, si crea un cortocircuito tra l’autopercezione di sé e della propria vita e le disposizioni prese, tra racconto ed esposizione dei fatti e inspiegabilità delle scelte delle autorità, nel doppio senso di decisioni che l’internato non riesce a spiegarsi e di mancanza di chiarimenti e risposte di più ampio respiro da parte del Ministero o dei prefetti che non entrano nel merito e nel dettaglio delle situazioni. Si può capire, allora, quali possano essere state le reazioni degli internati. Alcuni hanno scelto la via della reiterazione delle istanze. Una sorta di impulso a dover ancora chiarire, mostrare, delucidare, dettato dalla non accettazione di risposte parziali o di silenzi amministrativi di fronte a delle motivazioni ritenute razionali e valide. Un atto razionale che finisce con il diventare irrazionale nei gangli della macchina burocratica che, muta e immobile, respinge qualsiasi tipo di elaborazione concettuale o emotiva delle proprie vicissitudini. Altri internati sembrano far decadere ulteriori tentativi; una rinuncia ponderata o meno, ma che sembra concretizzarsi trasformandosi in rassegnazione, in un silenzio disarmato o in consapevolezza dell’inutilità di ogni azione. A metà strada si possono forse considerare le richieste di piccolo cabotaggio, almeno per l’autorità, tendenti all’ottenimento di brevi e circoscritti miglioramenti che spesso ottengono più soddisfazione da parte delle autorità: una visita medica, le cure, l’acquisto di occhiali o di scarpe, un esame universitario, la visita di o ad un parente e così via. Certamente gli atteggiamenti degli internati dipendono dalle condizioni familiari, sociali ed economiche e probabilmente anche dal grado d’istruzione che porta ad appellarsi a un’immaginabile cultura giuridica o almeno alla fiducia nelle proprie competenze. Considerando tutti questi aspetti, si può provare a ipotizzare un punto di rottura visibile in quegli internati impossibilitati a far qualcosa per sé e i propri cari, che vedono crollare tutto ciò che avevano costruito negli anni, che si accorgono che a nulla valgono sforzi e meriti, che percepiscono che la vita scorre mentre loro restano bloccati in un limbo che non è premessa di possibilità migliorative, ma di discesa nei gironi infernali della persecuzione. Un podestà, un prefetto o un questore vedevano solo l’aspetto esteriore di tale irrequietezza che è definita e inquadrata in una delle categorie previste dalle misure di polizia: “generici sospetti”, “inviso alla popolazione”, “condotta irresponsabile”. Se l’internato non ottiene nessuna risposta, se tutte le proposte sono respinte, anche se hanno un margine di operatività che non determinerebbe un allentamento della sorveglianza, cosa resta? La suddetta accettazione silente oppure il passaggio dall’iter dell’istanza legale, in un sistema ideologico che ha sospeso o annullato le forme di garanzia e di legalità, a quello di un agire che cerca da sé uno sbocco alla necessità. Non solo il nazifascismo ha creato i propri nemici e li ha fatti diventare devianti non per ciò che facevano, ma per ciò che erano o pensavano, istituendo forme d’illegalità basate su un etichettamento negativo dell’innocente, ma all’interno di questo sistema ogni atteggiamento di insofferenza di chi si era già piegato alla logica ferina della violenza e dell’imposizione veniva letto come un affronto al potere. Nel meccanismo di etichettamento e internamento si andavano creando sottocategorie, gradazioni di pericolosità dell’internato che erano successioni di punizioni e di dolore.

Perché quindi Andrea poteva essere visto come insofferente? Perché davanti alle ristrettezze economiche si spostava da Piove di Sacco a Padova, cercava un contatto, tentava la strada di qualche commercio che potesse garantire un livello di sussistenza per una famiglia dichiarata, dalle stesse autorità, in dissesto finanziario. Qui val la pena evidenziare come la concessione del sussidio non era garantito né dovuto. In una visione dall’alto si nota un generale rispetto del trattamento economico degli internati civili di guerra. Dal basso il governo fascista creò una serie di diversificazioni per cui non tutti gli internati erano considerati allo stesso modo e sussidiati.

Seguendo la documentazione è possibile interpretare la storia di Andrea Sterk alla luce delle considerazioni fin qui esposte. Meno di due mesi dopo il respingimento della sua istanza, Andrea inviò una quarta richiesta manifestando apertamente la sua reazione: “Tale diniego mi è molto doloroso, in quanto ho la coscienza di non aver meritato né l’internamento, né tanto meno la durata dell’interdizione, ormai di 20 mesi”. La decisione, quindi, è quella di chiedere un “ulteriore esame, schiarendo meglio i miei precedenti e la mia figura” affinché ciò “possa valere a determinare la revisione auspicata del mio caso”. Non c’è resa, non c’è accettazione. Solo la necessità di spiegare ancora e ancora, di tornare a chiarire, illuminato dalla percezione che qualcosa non deve essere stato compreso dalle autorità, che forse bisogna approfondire, creando così una stratificazione di spiegazioni che continuano a non aver nessun peso nella visione fascista degli ebrei. Ciò che interessa qui è l’analisi che lo stesso Andrea fa della sua situazione: “(…) mi permetto di far presente che il mio internamento, oltre ai disastrosi effetti morali che colpiscono la mia persona e si ripercuotono anche sopra i membri della mia famiglia, ha provocato delle malattie gravi, causate dalle intemperie subite durante due inverni durissimi passati in condizioni di alloggiamento in ambienti malsani, irriscaldabili, umidi, battuti dal vento” [36].

Il contraccolpo psicologico o “morale” è sicuramente evidente nelle storie di molti internati, così come i problemi di salute legati alle condizioni di internamento, in particolar modo nei campi di concentramento, ma anche in alcune località dove gli ebrei erano inviati senza tener conto delle singole situazioni. Ciò comportò un flusso considerevole di richieste di trasferimenti da un comune all’altro per potersi garantire un miglioramento del proprio stato di salute.

In quest’ulteriore istanza, troviamo quindi un’evoluzione dei ragionamenti di Andrea, non più solo volto al passato, ma agli effetti dell’internamento. La sua nuova richiesta di essere spostato a Treviso o a Vicenza fu respinta dai prefetti e dal Ministero come le volte precedenti [37]. Né furono presi in considerazione gli accurati certificati medici del dott. Rosario Scianna Orlando di Abano Terme, dove si sottopose a delle cure [38], e del Prof. Angelini dell’Ospedale civile di Padova, utilizzati nelle successive domande di Andrea [39].

Braccato, dunque, dalle preoccupazioni e dall’inazione, si vide precipitare in un vortice di misure restrittive a causa di comportamenti che Vittorelli bolla come meritevoli di biasimo e di diffide:

Il 24 aprile c.a. quest’Ufficio si vide costretto ad allontanarlo da detto Comune e trasferirlo a Mestrino per aver destato generici sospetti col suo comportamento e per essersi reso anche inviso a parte della popolazione. Nell’occasione egli fu diffidato a tenere condotta più irreprensibile in modo da non suscitare ulteriori sospetti. Lo Sterk continuò nonostante tale diffida a dimostrarsi insofferente delle restrizioni impostogli e spesso si è recato senza autorizzazione in questo Capoluogo ove ha avuto rapporti con persone non ancora identificate ed anche con certo Dall’Orco Pantaleo di Donato da Bisceglie di Bari, di anni 40, residente a Milano in via Ravenna n. 3, viaggiatore di commercio, al quale ha offerto per conto di alcune ditte, ingente quantità di merce (salumi, liquori, tavole ecc ecc.) da collocare entro e fuori il territorio nazionale. Contestatogli tali addebiti lo Sterk non ha voluto e non ha potuto dare alcuna plausibile spiegazione sia sulla reale esistenza della merce promessa, né sulla provenienza di essa, né sulle persone con le quali ha avuto qui degli abboccamenti. Ciò posto lo Sterk si è appalesato elemento quanto mai infido sotto ogni punto di vista, e pertanto si propone che egli venga allontanato da questa Provincia al più presto possibile ed internato in un Campo di Concentramento o quanto meno trasferito altrove. Frattanto è stato fermato e rinchiuso alle locali carceri (…) [40].

La risposta del Ministero, veloce e decisa, portò ad assegnare Andrea al campo di concentramento di Alberobello [41] dove giunse il 3 luglio 1942 [42]. Il trasferimento avvenne mentre Francesco, il padre di Andrea, chiedeva udienza al Commissario Pennetta [43] e presentava un’istanza per la revoca dell’internamento [44]. Al Ministero, che lo aveva sollecitato al proposito, la Prefettura del Carnaro rispose in maniera netta, facendo notare che il nuovo invio in un campo di concentramento era stato voluto da Padova e “vedrà pertanto cotesto Ministero se sia il caso di accogliere la richiesta (…) da parte di questo Ufficio nulla osta” [45]. Senza battere ciglio, un mese dopo, il Ministero utilizzò lo stesso modulo per chiedere un parere alla Prefettura di Padova [46]. Nella risposta Vittorelli si oppone alla richiesta del padre confermando il quadro accusatorio già esposto [47]. Anche in questo caso a nulla servirono le tre pagine d’informazioni e ricostruzioni avanzate da Francesco Sterk, né il suo puntualizzare quanto il “Dicastero veda chiaramente, quante peripezie attraversò mio figlio, e benché noi genitori oramai da due anni distaccati da lui, nello spirito attraversammo le medesime sue peripezie”. Il padre spiegò anche i motivi per cui Andrea si recava a Padova senza permesso: “Dato che causa la sua malattia alcune volte egli doveva recarsi a Padova non avendo il tempo di chiedere un permesso per ciò, cosa ben comprensibile poiché egli ci doveva andare quando ebbe i disturbi, delle volte verificatesi in momenti che non lasciarono il tempo utile causa l’orario ridotto degli mezzi di comunicazione, il 1° di questo mese egli trovandosi senza il permesso a Padova, venne ivi fermato dagli agenti della R. Questura, ed ora detenuto alle Carceri Giudiziarie”. Le affermazioni non dovettero essere sufficienti per Vittorelli che da quelle carceri spedì Andrea ad Alberobello. Né fu mosso dalle richieste conclusive del padre che chiese “1. La liberazione di mio figlio dalla sua attuale attroce situazione, dove egli non può godere le necessarie cure mediche; 2. La revisione dello stato di internamento di mio figlio, poiché io quale capo di famiglia mi trovo sin dal 1918 nella mia attuale residenza nel Regno; 3. Ove il capitolo 2° della mia presente non potesse essere evasa, il trasferimento di mio figlio in una città a Vostra scelta preferibilmente tra le seguenti: Bologna, Trieste, Vicenza, Verona o Treviso” [48]. La richiesta, che ricalcava in parte precedenti istanze di Andrea, rimase lettera morta. Inoltre, mentre il 20 agosto 1942 il Ministero respingeva la domanda del padre [49], il giorno dopo, in pieno spirito burocratico, girava al prefetto di Fiume e per conoscenza a quello di Macerata l’istanza della madre, Giulia Löwy, tendente ad ottenere una licenza affinché il figlio potesse far visita ad “una madre profondamente afflitta ed addolorata dal lungo periodo di internamento del proprio figlio”, non in grado per motivi di salute di intraprendere un viaggio per poterlo rivedere [50]. Anche in questo caso il prefetto del Carnaro oppose un netto rifiuto mettendo in discussione anche lo stato di salute della signora Lowy: “(…) è risultato che la madre del soprascritto straniero, per quanto in avanzata età e in malferme condizioni di salute, non è affetta da alcuna specifica malattia che possa comunque giustificare la concessione della licenza a favore del figlio” [51].

Questo scambio di documenti ha sullo sfondo un’ulteriore e precedente decisione: il 13 luglio 1942 Andrea fu spostato da Alberobello a Ferramonti di Tarsia, insieme ad altri 30 uomini [52]. S’ignorano i motivi che condussero Andrea nel settimo luogo di “detenzione” in due anni: carceri di Fiume, Campagna, Piove di Sacco, Mestrino, carceri di Padova, Alberobello, Ferramonti. E il suo peregrinare non era destinato a concludersi nel campo calabrese, dato che Andrea, come prevedibile, non poté fare altro che evidenziare la discrasia tra le sue condizioni di salute e il “clima malsano” del campo di concentramento, “dove regna durante la maggiore parte dell’anno una forte umidità” [53]. Le testimonianze di molti internati sulle condizioni ambientali del campo di Ferramonti convergono e molti chiesero il trasferimento per motivi simili. Sfibrato dagli anni d’internamento e dalla malattia, Andrea non propose più sintesi della sua vita, non ragionò più su motivi e argomenti. Scivolato fisicamente e moralmente nel sistema concentrazionario, l’obiettivo era quello di strappare miglioramenti e piccole concessioni, non rinunciando, però, alla possibilità di avvicinarsi ai suoi familiari: un “alloggiamento con possibilità di calefazione (…) preferibilmente in ambiente cittadino, perché difficilmente in un comune piccolo potrò trovare un alloggio in subaffitto con possibilità di riscaldamento e le cure mediche di cui abbisogno assolutamente (…) anche l’avvicinamento alla mia famiglia (…) nella città di Trieste od in una città della Venezia o dell’Emilia” [54]. La lettera chiudeva con un’offerta che avrebbe potuto solleticare gli interessi del Ministero: vivere in un comune a proprie spese, senza contare, quindi, sul sussidio giornaliero.

Oltre che dai certificati medici già prodotti, l’istanza fu corredata da un’ulteriore attestazione del Dirigente Sanitario di Ferramonti, Emilio Continelli [55], favorevole all’internato, e inviata dal direttore del campo al Ministero, ricordando però la natura “infida” dell’internato garantita dal prefetto di Padova tre mesi prima [56]. A novembre Andrea fu sottoposto ad una visita del Medico Provinciale [57] che comportò un altro parere a sostegno della situazione descritta nella sua lettera [58]. Negli stessi giorni il padre di Andrea tornava a chiedere premure per il figlio anche in vista dell’avvicinarsi dell’inverno [59], ma un altro avvenimento spinse lo stesso Andrea a chiedere una licenza: il decesso della suocera Erminia [60].

Ciò che è chiaro è che la famiglia Sterk e le autorità si muovevano su due piani paralleli che ogni tanto s’incrociavano, pur con tempi sfasati. Non si faceva in tempo a chiudere una pratica che giungeva una decisione su una richiesta precedente. Così il 1° febbraio 1943 il Ministero, seguendo una sua logica, acconsentì sì a modificare il luogo di internamento, ma in nessuna delle località richieste. La scelta cadde sulla provincia di Matera [61]. Eppure una settimana dopo, ancora da Ferramonti, evidentemente ignaro delle decisioni prese, lamentava con il Ministero il fatto che dopo tre mesi restava ancora in attesa di essere trasferito, “comunque in Alta Italia”. Unica consolazione: da dicembre del 1942 al suo fianco c’era il fratello Ladislao [62]. Contando sulla possibilità che spesso era offerta dal Ministero, quella del ricongiungimento familiare, Andrea chiese di potersi avvicinare alla famiglia con suo fratello. Nemmeno quest’aspetto fu preso in considerazione e i due fratelli furono separati, dato che Ladislao fu inviato a Capestrano, nell’aquilano, nel giugno 1943 [63].

A testimonianza della lentezza della burocrazia, il direttore del campo, Leopoldo Pelosio, trasmise la domanda al Ministero [64] quando quest’ultimo ne aveva già disposto il trasferimento. Solo più di un mese dopo il nuovo direttore di Ferramonti, Mario Fraticelli, consegnò ad Andrea il foglio di via per Matera il cui questore lo diresse verso il comune di Tricarico, dove avrebbe comunque dovuto vivere a proprie spese [65].

Proprio mentre Andrea si adattava alla nuova località, il prefetto del Carnaro rendeva noti i risultati delle indagini sulla morte della suocera, a due mesi e mezzo di distanza:

(…) è risultato che la suocera del soprascritto morì a Trieste nel decorso anno, ed egli non aveva nessun rapporto di interessi. Non risultando, quindi, vero il motivo posto a base della richiesta di licenza, si esprime parere contrario alla concessione” [66]. In realtà Andrea non aveva affermato propriamente di voler avere una licenza per interessi legati alla suocera, ma “per affari di famiglia, connessi col decesso, precisamente in interesse della mia figliuola minore [67].

Era evidente che comunque la città di Fiume era considerata un luogo fuori dalla portata degli ebrei stranieri, come si è visto anche nel caso di Lipschitz.

Identico risultato ebbe l’ennesima richiesta di Francesco Sterk, questa volta per la liquidazione degli alberghi: “La gestione della Società non è stata liquidata completamente e vari questioni sono ancora pendenti, (…), come risulta dalla lettera del suo legale avv. Antonio Vio Fiume, la presenza del figlio sarebbe assolutamente necessario. In special modo per la questione della riparazione della pigione del Albergo Quisisana, trasformato per ospedale civile, cioè succursale dell’ospedale civ. di Fiume” [68]. Questa volta dal nuovo prefetto del Carnaro, Agostino Podestà, i motivi erano stati ritenuti fondati e arrivò il nulla osta [69], trasformato in dieci giorni di licenza con decisione ministeriale a metà maggio 1943 [70]. A tre anni dal suo arresto, il prefetto di Matera, Giuseppe Zingale, dispose che un agente accompagnasse Andrea ad Abbazia [71] dove ottenne poi una proroga di 15 giorni [72]. Il ritorno ad Abbazia riaccese le speranze e donò nuove energie ad Andrea che il 9 luglio scrisse una lunga lettera al Ministero a cui fece seguito, il 24, una nota aggiuntiva e il 2 agosto un’ultima istanza. Il tono tornò quello dei primi documenti, così come il riferimento a vicende ed argomentazioni già utilizzate. Il richiamo alla fuga dalla bolscevica Ungheria di Bela Kun sembra strumentale, un modo per attrarre l’attenzione del governo fascista, ancor più se si pensa che al momento della “fuga” dalla terra natale, nel 1918, Bela Kun non ricopriva nessun incarico, anche se l’Ungheria era in preda ad una forte crisi economica, oltre che socio-politica. Nella lettera ripercorre nuovamente il suo lavoro, la sua professionalità, l’astensione da qualsiasi attività politica, la sua presenza attiva nella società con la vicepresidenza del Circolo Canottieri di Abbazia, la lontananza dall’ebraismo e l’avvicinamento al cattolicesimo. Tutte considerazioni per cui “in coscienza non sento d’aver provocato e comunque meritato il severo e umiliante provvedimento che m’ha colpito” e che, a suo avviso, nel 1943 come nel 1940, richiedevano una revisione del suo status “accertando, su quali presupposti, mancanza e sospetti che siano, si fonda detto provvedimento e, se è il caso, ridonare con atto di alta umanità e generosità la libertà a chi per sfiducia non meritata ne venne privato per ben tre anni”. Non mancò di aggiungere che “forse nessun’altra famiglia della provincia ha sofferto, in seguito alle misure razziali delle conseguenze rovinose pari alla mia, difatti, per una serie di avversità e d’imposizioni: – ritiro della licenza d’esercizio, diniego del sussidio statale alle passività onerose, sequestro non motivato delle proprietà, requisizione delle stesse e cavillose controversie nel pagamento del fitto con definizione e liquidazione dopo quasi tre anni, estromissione, procedura d’esproprio con incombente incanto -, mio padre s’è visto obbligato di vendere le sue proprietà in un momento assai sfavorevole, per una frazione del valore effettivo, salvando, dopo aver soddisfatto tutti i creditori solo una esigua parte del patrimonio famigliare, con cui condurre una modestissima esistenza. Ora i miei genitori, entrambi provati dall’età e dalle malattie, dopo una vita laboriosa, onestissima e ricca di meriti civici, conducono non solo una vita compromessa e incerta, ma per di più amareggiata ed emozionata per sapermi nella presente condizione d’umiliazione e disagi. Per colmare questa serie di sventure, è sopravvenuto l’internamento di mio fratello pure, sicché i genitori quasi settuagenari sono rimasti completamente abbandonati e privi di assistenza. Vi prego, Eccellenza, di tenere particolare conto di queste circostanze familiari, per cui non solo la mia persona, ma l’intera famiglia resta vittima delle misure a mio carico”. Nell’evidenziare che “in seguito agli strapazzi ed eccitamenti subiti in questi anni, anche la mia salute venne provata molto sensibilmente”, chiuse con lo slancio di chi credeva possibile che una mano paterna potesse “perdonare” e tornare ad avvalersi delle capacità di un suo “figlio” ritrovato: “Sento e posso assicurare che con le mie facoltà, la mia cultura professionale e generale, e con gli immutati fervidi sentimenti che mi legano indissolubilmente alla Nazione Italiana, potrò svolgere attività utile ed anche per questo confido che il vaglio del mio caso possa chiarire la mia posizione, maturando il proscioglimento dal mio presente stato d’interdizione” [73]. Le quattro pagine scritte con dovizia di particolari da Andrea furono respinte presto dal prefetto del Carnaro [74]. È evidente, infatti, che quello che chiamava “proscioglimento” non poteva diventare in nessun modo oggetto di trattativa. La successiva nota aggiuntiva inviata da Andrea Sterk aveva come obiettivo di proporre delle alternative alla liberazione. In questo scritto del 24 luglio, mentre andava in scena la seduta chiave del Gran Consiglio del Fascismo e alla vigilia dell’ultimo giorno in carica di Benito Mussolini e della caduta del fascismo, Andrea chiedeva al prefetto del Carnaro e per suo tramite al Ministero guidato dal Duce di adottare il criterio dell’avvicinamento alla famiglia e dello stato di salute nell’individuare un nuovo comune d’internamento. Si provi ad immaginare lo sguardo del prefetto, raggiunto dalle sconvolgenti notizie di quanto accadeva a Roma, mentre prendeva in esame le parole di Andrea:

La mia richiesta tende indi a venir assegnato in località nell’Italia settentrionale o centrale, non di montagna e con carattere prettamente cittadino, preferibilmente città media con oltre 50 mila e non meno di 20 mila abitanti. Mi permetto di elencare in calce alcune città, (…) anche perché di quasi tutte mi consta di esservi altri internati. Mi permetto inoltre di menzionare che sono rinunciatario al sussidio governativo previsto per gli internati. (…) Vi prego, infine, Eccellenza, di voler gentilmente concedermi di poter attendere l’esito della presente al mio domicilio di Abbazia, dove trascorro un periodo di licenza, per evitarmi, sofferente come sono e sotto cura medica, un duplice lungo viaggio fino in Lucania e di ritorno, nelle attuali disagiate condizioni del traffico [75].

Ancora ad Abbazia nei convulsi giorni seguiti all’arresto di Mussolini, Andrea Sterk si fece ardito e diretto nel rivolgersi al Ministero dell’Interno, guidato, anche se solo per un paio di settimane, da Bruno Fornaciari, l’ex fascista che si trovò a guidare il dicastero che collaborò alla stesura del R. D. L. del 2 agosto 1943, n. 704, sulla soppressione del PNF. Quello stesso giorno Andrea scrisse: “Con riferimento ai numerosi precedenti ricorsi presentati alle autorità fasciste, rimaste senza evasione o respinte senza motivazione, mi permetto presentarvi istanza di proscioglimento dal mio presente umiliante stato di interdizione” [76]. Potrebbe essere l’atto finale, una rivincita fattuale oltre che linguistica sul fascismo, il momento di ottenere la liberazione. Ora, senza autocensura e senza elemosinare attenzione, Andrea poteva ricostruire la sua storia, per l’ennesima volta, sapendo che dall’altra parte dovrebbe esserci un interlocutore diverso. Per questo motivo, i vaghi accenni allo spirito del Regime e alla distanza dalla politica riportati nelle precedenti istanze, qui si rivestono di nuova luce: “Mi ero sempre del tutto astenuto dalla vita politica non iscrivendomi al partito fascista per motivi di ideologia. Pur tuttavia i miei sentimenti patriottici erano al di sopra di ogni dubbio”. Non cambiava l’attaccamento all’Italia, né la mancanza di attività politica, ma ora poteva spiegare apertamente che quella tiepidezza nei confronti del fascismo era figlia di un solco profondo con le idee che esso esprimeva. Chiedeva che fosse fatta giustizia, per la “immeritata persecuzione, umiliazione e disagi”, per quell’internamento “avvenuto in lampante contrasto con le disposizioni generali in quel tempo emanate” [77]. Al di là dell’interpretazione che poteva dare alle norme applicate al suo caso, è evidente che la sua domanda è figlia dell’avvicendamento politico a Roma. È altrettanto ammissibile che tra vittima e potere si crei un continuo gioco di scambi, di tentati convincimenti, di frasi adattate alle circostanze pur di raggiungere il proprio obiettivo. Di questo l’autorità non ha bisogno, non deve convincere l’internato, ma ne dispone, al massimo concede, ma non lo libera. Si è consapevoli, quindi, della delicatezza e della difficoltà che pone la lettura delle lettere degli internati caratterizzate dalla proposizione di un punto di vista personale sui fatti e dalla necessità di uscire dalla situazione in cui si trovavano. Eppure qui colpisce anche una sorta di ingenuità, sicuramente guidata dalla sensazione che quel 25 luglio 1943 fosse la fine di un mondo, forse della guerra, quasi certamente l’inizio di una nuova fase per sé e per la propria famiglia.

Tre giorni dopo quella lettera, il 5 agosto, Andrea veniva riaccompagnato a Tricarico, nel materano, il suo ultimo luogo di internamento [78], mentre gli Alleati entravano a Catania.

Va evidenziato che il prefetto, con quella stessa comunicazione con cui informava il Ministero del ritorno in Basilicata di Andrea, trasmetteva l’istanza del 24 luglio, concedendo anche il suo nulla osta e chiedendo verifiche alla Prefettura di Matera sullo stato di salute dell’internato [79], quasi indifferente ai cambiamenti in atto, oltre che alla nuova istanza di Andrea. Solo il 7 settembre, nuovamente alla vigilia di una svolta, il subentrante prefetto del Carnaro, Pietro Chiariotti, prese in considerazione la richiesta di “proscioglimento”. Inoltrata all’altrettanto subentrante Ministero di Umberto Ricci, che sarebbe stato di lì a poco abbandonato da Badoglio e dal Re, l’istanza venne, in un ultimo gesto teatrale dell’assurdo, respinta [80]. D’altronde, durate i 45 giorni, il governo Badoglio non abrogò le leggi razziali, ma comunicò ad alcuni esponenti ebrei che sarebbero rimaste inoperanti [81]. A tutti gli effetti ciò significava comunque che le leggi erano ancora in vigore. Furono abrogate, invece, le misure non legislative. Per l’argomento qui trattato, è importante mettere in evidenza che il 29 luglio 1943 fu decretata la liberazione degli ebrei italiani internati, mentre per gli stranieri si dovette attendere il 10 settembre [82], tre giorni dopo la risposta del Ministero. Ormai né Andrea né la sua famiglia potevano in quel momento occuparsi più di internamenti e preghiere. Era il tempo di mettersi in salvo. Sterk rimase a Tricarico fino al mese di ottobre per poi raggiungere Taranto dove rimase fino al 1946. Passato a Roma per circa un anno, si trasferì a Milano, in via Ausonio 16. Fu lì che Andrea rese la dichiarazione di opzione per la cittadinanza italiana, il 13 settembre 1948, poi inoltrata due giorni dopo al Consolato Generale della RFPJ a Milano. Nel farlo probabilmente ripensò a quel suo attaccamento all’Italia più volte indicato nelle sue domande durante l’internamento. Ripensò anche ai suoi studi affrontati, dopo l’emigrazione dall’Ungheria, proprio a Fiume dal 1919 al 1921, quando aveva 18 anni, riuscendo a conseguire il diploma, prima di iscriversi alla Facoltà di Economia e commercio di Vienna. Lì frequentò per due anni, prima di spostarsi a Berlino per un anno e tornare nuovamente a Vienna. La sua vita e le sue esperienze gli avevano dato la possibilità di imparare diverse lingue, dall’ungherese all’italiano, dall’inglese al tedesco, dal francese allo spagnolo. Ciò lo metteva nelle condizioni di poter aspirare a una molteplicità di lavori dopo la guerra. Non a caso, quando giunse a Taranto, fu assunto subito come interprete nel British Claims and Hirings fino al 1944, per poi essere trasferito come impiegato al Wellfare Center for the British troops fino al mese di giugno del 1945, quando trovò lavoro alla MMA US WA [83]. A Roma dall’agosto del 1946, divenne un impiegato all’OFLC, un’agenzia governativa americana, fino al marzo 1947, dopo di che cercò di arrangiarsi prima di partire per Milano. Lì si mantenne, dalla fine di settembre, come impiegato per una ditta di import-export, la SIEPAS Continentale e, quando perse il lavoro, alla fine di settembre 1948, lavorò ancora per loro come agente di commercio. Il 31 agosto del 1949 chiese assistenza all’IRO e manifestò l’intenzione di lasciare l’Italia indicando gli Stati Uniti o l’Australia [84] come luoghi in cui emigrare. Come visto con altri ex internati, anche Andrea confermò di non voler tornare in Jugoslavia a causa della sua opposizione al comunismo. Inoltre, essendo stati imprenditori prima della guerra, gli Sterk si erano visti confiscare tutte le proprietà dal nuovo regime jugoslavo e temeva di subire ulteriori persecuzioni.

Nel frattempo i familiari di Andrea si erano spostati in Italia. Fuggiti dopo l’armistizio, i genitori, Francesco e Giulia, scapparono a Venezia dove vissero nascosti, contando sui propri risparmi, in Campo San Benedetto. Nell’ottobre 1945 tornarono ad Abbazia per cercare di recuperare qualcosa o di riavere i propri hotel che però erano stati sequestrati dagli jugoslavi che si rifiutarono di restituirli. Qualcuno suggerì loro di andarsene, così, a giugno 1946, riuscirono a procurarsi un permesso di viaggio fino a Trieste e poi arrivarono nuovamente a Venezia. Qui, il 15 novembre 1949, scelsero la cittadinanza italiana. Il problema, in questi casi, non erano soli i tempi burocratici, ma anche il riconoscimento della scelta da parte delle autorità jugoslave.

All’atto della compilazione della domanda di assistenza sottoposta all’IRO, il 17 dicembre 1949, i genitori si trovavano in Riva degli Schiavoni 4146, dopo aver abitato a Cannaregio 3597, da dove in precedenza avevano scritto all’IRO per poter essere inseriti tra i profughi, dato che “dovrò ricorrere a tutte le forme di assistenza che codesta spett. Organizzazione offre ai profughi bisognosi” [85].

Il fratello di Andrea, Ladislao Roberto, messosi in salvo fuggendo da Capestrano verso Termoli, dove riuscì a superare il fronte presentandosi agli Alleati, diventò interprete per l’Assistant Provost Marshal HQ 52 Area. Arrivato a Taranto, nel maggio 1944 diventò impiegato capo e, dal novembre 1944 al settembre 1946, direttore dell’US WA. A quel punto raggiunse i genitori a Venezia, per poi spostarsi a Milano per un lavoro di alcuni mesi e ritornare a Venezia nel settembre 1949, due mesi prima di optare per la cittadinanza italiana. L’IRO ritenne fondate le motivazioni degli Sterk e prese in considerazione le loro domande per l’espatrio. Purtroppo, il 14 febbraio 1953, Francesco morì, lasciando sua moglie Giulia e il figlio Ladislao che erano ancora assistiti dalle organizzazioni che si occupavano di profughi ed erano stati sistemati in quel momento presso l’Istituto G. B. Giustinieri “S. Trovaso”.

 

NOTE

[1] Si veda https://www.bh.org.il/jewish-spotlight/fiume/?page_id=282.

[2] Si veda il Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 34 del 10 febbraio 1940.  Classificazione nazionale degli alberghi, pensioni e locande in base al Decreto Ministeriale del 16 dicembre 1939 (emanato dal Ministero della Cultura Popolare).

[3] ACS, MI DGPS DAGR, A4 bis, b. 340, fascicolo “Sterk Andrea di Francesco”, 5 luglio 1940.

[4] Ivi, 16 luglio e due documenti del 2 agosto 1940.

[5] In realtà la famiglia di Francesco dovrebbe averlo raggiunto ad Abbazia nel 1919 come emerge da un documento del 28 novembre 1949 conservato negli Arolsen Archives: https://collections.arolsen-archives.org/en/archive/80514538/?p=1&s=sterk%20andrea&doc_id=80514540.

[6] ACS, cit., 2 agosto 1940.

[7] Ivi, 9 settembre 1940.

[8] Ivi, 21 agosto 1940.

[9] Ivi, 20 settembre 1940.

[10] Ivi, 21 ottobre 1940.

[11] Ivi, 15 novembre 1940.

[12] Ivi, 24 novembre 1940.

[13] Francesco Sterk suggeriva una delle seguenti località: Cividale, Bassano, Vicenza, Camerino, Prato, Piove, Padova. ACS, cit., 23 dicembre 1940 (in base al timbro sulla busta della lettera).

[14] Ivi, 28 gennaio 1941.

[15] ACPdS, fondo D487, f. “Ebrei”, sottofascicolo 2 “Sterk Andrea di Francesco”, 27 febbraio 1941 – Direttore di Campagna alla Questura di Salerno e di Padova e al Podestà di Piove: “A Sterk alla partenza sono stati consegnati tutti i suoi oggetti e documenti personali e gli è stata praticata la vaccinazione antitifica per via orale. Qui buona condotta. Era sussidiato”.

[16] ACS, 2 febbraio 1941.

[17] ACPdS, 27 febbraio 1941.

[18] ACS, 5 marzo 1941 e ACPdS 1° marzo 1941.

[19] L’indirizzo fa pensare che abbia vissuto presso Romana Rossi, come risulta dai documenti presenti nell’ACPdS.

[20] ACS, 27 maggio 1941.

[21] Ivi, nota aggiuntiva del 27 maggio 1941.

[22] “a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera; c) è considerato da razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che alla data del 1º ottobre 1938 – XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica”.

[23] Art. 24: Gli ebrei stranieri e quelli nei cui confronti si applica l’Art. 23, i quali abbiano iniziato il loro soggiorno nel Regno, in Libia, e nei Possedimenti dell’Egeo posteriormente al 1º gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del regno, della Libia e dei Possedimenti dell’Egeo entro il 12 marzo 1939 – XVII. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno puniti con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire 5000 e saranno espulsi a norma dell’Art. 150 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con R. decreto 18 giugno 1931 – IX, n. 773.

[24] ACS, cit., 1° luglio 1941.

[25] Ivi, 14 giugno 1941.

[26] Ivi, 20 giugno 1941.

[27] Ivi, 26 giugno 1941.

[28] Ivi, 2 settembre 1941.

[29] Ivi, 14 luglio 1941.

[30] Ivi, 15 settembre 1941.

[31] Ivi, 4 ottobre 1941.

[32] ACPdS, cit., 9 ottobre 1941.

[33] ACS, cit., 12 ottobre 1941.

[34] Ivi, 5 dicembre 1941.

[35] Ivi, 13 dicembre 1941.

[36] Ivi, 25 febbraio 1942.

[37] Ivi, 17 aprile 1942 risposta della Prefettura di Vicenza, 22 aprile risposta della Prefettura di Treviso, 3 maggio risposta del Ministero dell’Interno.

[38] Ivi, 10 settembre 1942.

[39] Ivi, 13 e 16 aprile 1942.

[40] Ivi, 4 giugno 1942.

[41] Ivi, 15 giugno 1942.

[42] Ivi, 3 luglio 1942.

[43] Ivi, 17 giugno 1942.

[44] Ivi, 25 giugno 1942.

[45] Ivi, 13 luglio 1942.

[46] Ivi, 24 luglio 1942.

[47] Ivi, 11 agosto 1942.

[48] Ivi, 24 giugno 1942.

[49] Ivi, 20 agosto 1942.

[50] Ivi, 13 agosto 1942.

[51] Ivi, 7 ottobre 1942.

[52] Ivi, 14 luglio 1942.

[53] Così descrisse la vita nel campo ai genitori in una lettera del 22 agosto 1942: “Qui vi è ogni professione e mestiere: sarto, sarta, calzolaio, orologiaio ecc.; non vi è mestiere che non si faccia, questo è un sistema casalingo che ci dà modo di non avere pensieri. I giorni non passano mai, le giornate sono lunghe e noiose, però ammazzando il tempo con qualche occupazione si rendono più brevi e piacevoli: si ride, si scherza e in questo modo non ci si avverte del tempo. Anche per il mangiare ci si abitua, se si sa disabituarsi alla carne! Qua e là c’è sempre modo di ottenere qualche cosa pagando bene, però nello spaccio si trova roba migliore e più a buon prezzo, peccato che sia poca”. In Folino, Ebrei destinazione Calabria, cit., pp. 63-64.

[54] ACS, cit., 10 settembre 1942.

[55] Ivi, 11 settembre 1942.

[56] Ivi, 16 settembre 1942.

[57] Ivi, 9 novembre 1942.

[58] Ivi, 11 novembre 1942.

[59] Ivi, 13 novembre 1942.

[60] Ivi, 15 gennaio 1943.

[61] Ivi, 1° febbraio 1943.

[62] Ivi, 8 febbraio 1943. Si vedano anche i documenti conservati dagli Arolsen Archives, cit.

[63] Documenti degli Arolsen Archives.

[64] ACS, cit., 9 febbraio 1943.

[65] Ivi, 17 marzo e 26 marzo 1943.

[66] Ivi, 30 marzo 1943.

[67] Ivi, 15 gennaio 1943.

[68] Ivi, 7 aprile 1943.

[69] Ivi, 4 marzo 1943.

[70] Ivi, 15 maggio 1943.

[71] Ivi, 18 giugno 1943.

[72] Ivi, 7 luglio 1943.

[73] Ivi, 9 luglio 1943.

[74] Ivi, 20 luglio 1943.

[75] Ivi, 24 luglio 1943. Le località indicate in base alle Regioni erano le seguenti: “Veneto: Treviso, Vicenza, Bassano, Rovigo. Emilia; Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Parma. Romagna: Ravenna, Lugo, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini. Toscana: Pistoia, Prato, Lucca, Arezzo, Perugia”.

[76] Ivi, 2 agosto 1943.

[77] Ibidem.

[78] Ivi, 9 agosto 1943.

[79] Ivi, 9 agosto 1943.

[80] Ivi, 7 settembre 1943.

[81] Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 226

[82] Voigt, Il rifugio precario, vol. II, cit., pp. 208-209 e 398-399; Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, cit., p. 228.

[83] Maritime Merchants Agency US Warshiping Administration.

[84] L’indicazione dell’Australia è probabilmente legata alla presenza lì di Margherita Hofmann, sua sorella, che compare solo in una dichiarazione del padre e in un’altra del fratello Ladislao all’IRO nel dopoguerra, ma che dovrebbe essere arrivata ad Abbazia nel 1919 con il resto della famiglia. Si vedano i documenti presenti negli Arolsen Archives.

[85] Arolsen Archives, cit., documento del 28 agosto 1949.

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