L’odonomastica vicentina dal fascismo a oggi

L’odonomastica vicentina dal fascismo a oggi

di Antonio Spinelli

 

«La memoria dei viventi è labile e facile è la dimenticanza».

Fratture e continuità nell’odonomastica: il caso di Vicenza

L’intitolazione di una via a fatti, luoghi e personaggi ritenuti rilevanti in un dato momento e da una determinata classe politica è molto più che una semplice celebrazione o di un riconoscimento da lasciare ai posteri. L’odonomastica va inquadrata, infatti, all’interno di una visione di insieme che si ha della città e della progettazione di un futuro in cui inserire storia e memorie. L’analisi di questo pensiero e degli effetti visibili nelle vie di una città permette senza dubbio di comprendere le basi culturali di chi ha compiuto e compie determinate scelte. Non solo. Attraverso l’odonomastica è possibile capire l’impostazione e l’articolazione del discorso politico, ma anche, in periodi storici come quello del Ventennio fascista, qual è il livello di imposizione delle memorie e fin dove si spinge il controllo del territorio attraverso intitolazioni, lapidi, monumenti e modifiche urbanistiche.

Guardando a questi elementi di discussione attraverso lo studio di caso delle città di Vicenza, appare evidente il tentativo riuscito da parte del Fascismo di modellare le città attraverso i nomi delle vie, oltre che con la monumentalizzazione degli edifici. L’intenzione era quella di costruire una memoria mediante una triplice scelta di fondo: dare un senso agli eventi del passato con cui voleva riconnettersi; omaggiare protagonisti maggiori o minori delle sue imprese, per lo più caduti in battaglia; ipotecare le future conquiste di territori che secondo la visione fascista spettavano all’Italia.

L’accesso agli archivi comunali, la possibilità di accedere agli stradari [1] e la presenza di alcune pubblicazioni sul tema [2] hanno consentito di approfondire quanto accaduto a Vicenza  durante gli anni del Fascismo e, nello stesso tempo, di capire quali modificazioni e quali continuità sono intervenute con la nascita dell’Italia repubblicana.

Se guardassimo una mappa delle città oggi, sarebbe difficile individuare subito dei riferimenti al Ventennio, eppure diverse vie devono il proprio nome a quel periodo. Tralasciando le intitolazioni che richiamano artisti, scrittori e personaggi di fama nazionale o legati alle singole città vissuti tra il Medioevo e l’età moderna, sono ancora molte le strade i cui nomi derivano dalle delibere podestarili e che possono favorire una riflessione su quella triplice motivazione a cui si è accennato.

Non è un caso se il primo atto significativo a Vicenza risale al 1924. Nella retorica fascista il richiamo al primo conflitto mondiale, ai caduti e alla Vittoria era sicuramente qualcosa di più di una celebrazione di eventi di un passato recente, anzi, serviva per forgiare l’identità stessa del giovane regime. Così, davanti al progetto voluto dai vicentini e risalente al 1919, Mussolini riuscì a sfruttare il sentimento popolare. Dopo la guerra, in città emerse nuovamente con forza l’idea di liberare la basilica di Monte Berico dal dosso che la separava visivamente dalla città sottostante. La nascita di un Comitato cittadino, guidato dal proposito di commemorare i caduti della Grande Guerra, diede una spinta decisiva verso la costruzione di un piazzale [3]. I costosi lavori affrontati dal Comune videro pure lo spostamento di un monumento ai caduti del 1848 e l’inserimento di una lastra di marmo con il bollettino della Vittoria del 1918. Il 24 settembre 1924, Benito Mussolini arrivò in città per l’inaugurazione solenne del piazzale intitolato appunto alla Vittoria [4] che negli anni diventò anche il luogo di adunate fasciste [5].

Qualche mese prima, il 22 maggio, il consigliere Augusto Tescari chiese espressamente che la famosa e trafficata piazza Castello, punto di ingresso al centro storico, fosse intitolata a Benito Mussolini che «non è soltanto benemerito della nostra Città. Egli è benemerito della Patria. E perciò un ricordo, per ora ancora modesto, che eternasse pubblicamente il suo nome nella nostra Vicenza, sarebbe atto di doveroso omaggio reso all’Uomo che fermamente vuole l’elevazione di tutti i cittadini d’Italia al posto d’onore che loro spetta nel mondo, e resterebbe come insigne esempio ai presenti e futuri (…). La bella piazza Castello (…) rimane col suo vecchio nome che ricorda soltanto un castello. Ma il castello, con quanto rimane della sua antica costruzione e con l’imponente sua torre, si ricorda da sé». Il sindaco Franceschini appoggiò la proposta, ma fece notare che non era all’ordine del giorno e andava prima approvata dal Ministero. Per questo intendeva inviarla alla Commissione per la nomenclatura delle vie di imminente nomina. Il consigliere Giovanni Peronato, pur dicendosi d’accordo con Tescari, si oppose al cambiamento della denominazione della piazza per motivi tecnici e storici [6]. Alla fine l’idea non si concretizzò.

Come visto, a Vicenza il piazzale della Vittoria fu il primo di una serie di riferimenti alla Prima guerra mondiale, ai luoghi in cui si era combattuto, ai caduti vicentini e al fascismo stesso. Nel giro di pochi anni, infatti, si intensificò il lavoro di riconoscimento formale degli eventi legati al conflitto, esaltandone l’importanza e mostrando l’eroicità dei soldati, tutti decorati con medaglie al valor militare. Anche se un primo segnale arrivò con la delibera del commissario prefettizio del 16 dicembre 1922, con la quale si decise di ricordare il generale Antonio Edoardo Chinotto [7], intitolazioni simili si concentrarono soprattutto nel 1927 [8]. Una delibera del 16 febbraio [9] del podestà Antonio Franceschini toccò ben undici vie di cui sei dedicate a luoghi e cinque a soldati. Non a caso, le decisioni furono prese a cinque mesi dal RDL n. 1910 che aveva esteso l’ordinamento podestarile a tutti i comuni del Regno. Inoltre lo stesso Franceschini, fascista della prima ora, già sindaco della città dal 1922 al 1926, aveva partecipato prima alla guerra italo-turca e poi alla Grande Guerra [10]. In quest’ultimo caso gli furono assegnate una medaglia di bronzo e una Croce di guerra al valor militare. Considerando l’esperienza personale e l’adesione al fascismo, non è quindi difficile immaginare come siano maturate le proposte di quel giorno di febbraio relative alle vie della città berica: i monti vicentini Cimone, Grappa, Cengio, Ortigara e Pasubio, insieme alla data del IV Novembre, furono messi accanto alle medaglie d’oro al valor militare Enrico Toti, Fabio Filzi, Nazario Sauro, Damiano Chiesa e Federico Saudino, tutti morti nel 1916 ad eccezione di Saudino caduto un anno dopo [11]. Non passano inosservate le presenze di Filzi e Chiesa, due della cosiddetta triade dei martiri trentini che il fascismo volle immortalare in quegli stessi anni nel Monumento alla Vittoria di Bolzano, tra le proteste di Ernesta Bittante e Livia Battisti, moglie e figlia di Cesare, che si opposero al progetto di strumentalizzazione della figura dell’irredentismo da parte del fascismo. A Vicenza, il podestà non dovette occuparsi del problema dato che Battisti era stato onorato con una via sin dal 17 novembre 1916 [12].

Come spesso accadeva, le delibere dei podestà erano improntate o ad un’elencazione delle scelte, a volte accompagnate da poche spiegazioni su personaggi e luoghi a cui venivano dedicate le vie, oppure ad una esposizione del caso che non di rado raggiungeva punte parossistiche di demagogia traboccante di esaltazione del fascismo e della sua visione del mondo. Mai era prevista una discussione e i documenti mostrano in maniera chiara questa dinamica. Gli unici interlocutori del podestà potevano essere i membri del partito, la commissione incaricata di fare proposte e che spesso subiva le pressioni dello stesso podestà, la Consulta comunale, gli enti o le associazioni che erano riconosciuti o parti integranti dell’organizzazione socio-economica del fascismo. Giornali e bollettini si limitavano a riprendere le notizie delle intitolazioni in stringati articoli in cui non si faceva altro che ripetere le parole d’ordine delle autorità o al massimo pungolare le autorità per accelerare le pratiche [13]. Inoltre, le deliberazioni, prima di ottenere il beneplacito della Prefettura, erano pubblicate all’albo municipale per eventuali reclami di cui però non c’è mai traccia, come gli stessi podestà annotavano negli atti comunali.

Alla fine di quell’anno, il 1929, a Vicenza, Franceschini tornò sulle vicende della Prima guerra mondiale dedicando due nuove vie ad altrettanti battaglioni alpini, il Monte Berico e il Val Leogra [14]. Fu il nuovo podestà, Giambattista Cebba, in carica dal 1932 al 1940, a rispolverare con una delibera del 16 gennaio 1936 la memoria di altri tre caduti del primo conflitto mondiale: Filippo Corridoni, Francesco Rismondo e Francesco Baracca, i primi due morti nel 1915 e poi onorati con la medaglia d’oro, il terzo, asso dell’aviazione, nel 1918, già insignito di numerose onorificenze. Per completare il richiamo ai soldati decorati e racchiuderne il significato generale, il podestà inserì anche via delle Medaglie d’Oro. L’intero quartiere della città, che comprende le vie di cui si sta parlando, assunse il nome di Martiri della Patria. Conosciuto già come quartiere dei Ferrovieri, la presenza di molte vie dedicate agli “eroi” della Grande Guerra giustificò il cambio ufficiale dell’intitolazione [15]. Interessante osservare che entrambi i podestà non intervennero sulle strade del centro storico, ma sui nuovi quartieri a ovest o alle spalle della stazione ferroviaria.

Si nota come, al di là delle scelte legate più strettamente al territorio, alcuni nomi ritornino e ciò è testimoniato dalle ricorrenze presenti ancora nelle attuali mappe delle città italiane. Leggendo le loro biografie e considerando l’insieme delle intitolazioni di quegli anni si comprende bene quali fossero le intenzioni delle amministrazioni che legavano in un unico nodo di senso i protagonisti risorgimentali (pur se in misura minore), i caduti delle guerre coloniali ottocentesche, quelli della Prima guerra mondiale per giungere ai “martiri” della Rivoluzione fascista e delle guerre in Africa e in Spagna. Come si vedrà, tali accostamenti sono presenti sul piano decisionale anche nella seconda metà del Novecento. Non va dimenticato, inoltre, che tornarono utili alla causa figure di altro tipo, dagli scienziati come Guglielmo Marconi [16] agli assi dell’aviazione e agli sportivi.

Dall’altro lato, seppur nello stesso solco valoriale, le figure di spicco ebbero intitolazioni a livello nazionale che offrirono l’occasione ai singoli podestà per argomentazioni più ampie tese ad evidenziare la visione del mondo fascista. In questo caso possiamo prendere in esame le intitolazioni a Filippo Corridoni, a Costanzo Ciano e a Italo Balbo.

Il podestà di Vicenza, richiamando la biografia e le imprese di Balbo, sottolineò anche che, in Libia, «in sette anni di saggio governo era riuscito ad avviare il nostro possedimento coloniale per un grande progresso, valorizzandone le varie risorse con vaste oper di colonizzazione, così da farne una continuazione dello stesso territorio metropolitano (…), e da renderlo un centro di attrazione di tutto il mondo arabo» [17].

Tra i nominativi citati fin qui, alcuni si riferiscono alle guerre coloniali di fine Ottocento e, con l’occupazione dell’Etiopia, a personaggi e luoghi dell’impero. A differenza di altri comuni veneti come Padova, Verona e Venezia, a Vicenza non c’è traccia di nomi legati alla Libia o all’Etiopia. Né ci sono vie che portano i nomi di caduti in Africa Orientale o nella guerra civile spagnola (eccetto la tarda dedica a Monico).

Anni prima, l’attenzione del podestà di Vicenza Franceschini, al pari di quella dei suoi omologhi veneti, era stata rivolta a quei territori che l’Italia reclamava da tempo. Se viale Dalmazia, conosciuto come viale dei Platani, fu il frutto della delibera del 16 aprile 1927 [18] ed ancor oggi taglia in due il noto Campo Marzo, via Spalato e viale Fiume [19] nacquero con la delibera del 24 febbraio 1931, entrambe nella parte est della città.

Arrivando alla Seconda guerra mondiale, sono molti gli aspetti da prendere in considerazione, tenendo conto anche dei cambiamenti sopraggiunti con l’autunno del 1943 e poi con le prime giunte a guida CLN. È evidente lo sforzo del potere fascista locale di ampliare sempre più il raggio d’azione e di dare una nuova forma alla città. D’altronde le occasioni non tardarono ad arrivare. La prima si presentò nel 1937 quando da Milano giunse la notizia della morte del generale Giuseppe Vaccari. Nato a Montebello Vicentino nel 1866, la fama del generale, nominato nel 1928 senatore del Regno, incarico che conservò fino alla morte, si era rinsaldata grazie alla sua partecipazione alla guerra italo-turca, ma soprattutto alla Prima guerra mondiale. Già insignito di diverse onorificenze, Vaccari poté fregiarsi della medaglia d’oro al valor militare. Dal 1921 al 1923 prese il posto di Badoglio come capo di Stato maggiore del Regio Esercito. La sua terra di origine non lo dimenticò e, con la delibera del 13 ottobre 1927, Vaccari fu nominato cittadino onorario della città di Vicenza. Con queste premesse, non risulta difficile immaginare il nesso con la successiva intitolazione di una via, anche se risalta il fatto che tale decisione arrivò più tardi. Nel 1937, infatti, il suo nome fu dato al poligono di tiro della città e così risulta ancora oggi. Quattro anni più tardi gli fu dedicata una via, ma il processo fu articolato. A più di un anno dall’inizio della guerra, con una delibera del 23 agosto 1941 [20], il podestà di Vicenza decise di sopprimere il toponimo Cesare Lombroso [21], creato il 22 luglio 1911, «in omaggio alle direttive sulla politica della razza», seppur in ritardo di quasi tre anni. La scelta cadde per un tratto su Gabriele D’annunzio [22], per l’altro su Giuseppe Vaccari. Così, nel giro di pochi giorni fu cancellato il riferimento alla presenza ebraica e confermata la visione eroico-militarista del fascismo. Non è un caso che, sempre il 23 agosto, la piccola stradella dei Giudei diventò dei Nodari, tenuto conto che

tale denominazione (…), non è più consona con le attuali direttive politiche sulla razza, e che si rende opportuno introdurre nomi nuovi per strade aventi un loro passato; visto che per secoli detta strada era detta prima ‘dei Muzani’ e successivamente per l’insegna del Collegio dei Notari che aveva ivi la sua sede, ‘contrà Rua dei Nodari’, propone che la stradella dei Giudei sia intitolata ‘stradella dei Nodari’ a ricordo di un istituto civico che nella vita amministrativa e giudiziaria della città ebbe nei secoli passati una funzione importantissima [23].

 

Nel 1932 c’era stato un primo tentativo andato a vuoto di modificare il nome della stradella per intitolarla al compositore vicentino di origini ebraiche Giacomo Orefice, morto nel 1922. In quel caso il Ministero, interpellato dalla Soprintendenza all’Arte Medievale e Moderna di Venezia, si oppose in quanto il toponimo era tradizionale e suggerì di dedicare ad Orefice una via nuova [24]. La memoria del musicista dovette attendere una decisione del CLN, il 5 giugno 1945, per essere tramandata ai posteri [25].

Va aggiunto che già il 9 dicembre 1938 gli abitanti di Sant’Agostino, salutando «fascisticamente», inviarono una petizione al podestà per «togliere una cosa che offende il decoro e il patriottismo della città». Secondo loro bisognava subito abolire la via dedicata all’ebreo Lombroso, «stipendiato professore del R. Governo di allora», il quale, davanti all’uccisione del re Umberto I era stato l’unico a «difendere il vigliacco assassino». Facevano notare che quando Lombroso ottenne la dedica della via, «dalla cricca ebraico-massonica era adorato quasi fosse un luminare della scienza mentre in realtà era pieno di deficienze scientifiche anzi per parlarvi chiaro era uno pseudoscienziato». Si lamentavano anche che nei pressi della via si trovava il padiglione Umberto I, associando così «il nome della augusta vittima» a quella del difensore dell’assassino. Conclusione: «Può durare questo stato di cose così offensivo al decoro della città e al patriottismo dei vicentini? È ora che il nome dell’ebreo Cesare Lombroso figlio di Aronne sparisca dai nomi della città di Vicenza» [26].

Lungo il testo il podestà scrisse a matita il nome di Schievano con un punto di domanda. Pochi giorni prima aveva chiesto al prefetto l’autorizzazione per l’intitolazione di una via alla medaglia d’oro Enrico Schievano, vicentino di origine, caduto in Spagna il 26 agosto 1937, «combattendo volontario in una missine di guerra per l’affermazione dell’ideale fascista». L’assenso prefettizio arrivò a metà ottobre [27]. Solo nel 1942 arrivò l’indicazione della Commissione [28], ma non se ne fece nulla.

Sulla stradella dei Giudei si espresse, invece, il notaio Alessandro Novello che in quella via aveva il suo studio e che definì «molto opportuno» il provvedimento del podestà:

«Se tale nome poteva avere un qualche riferimento Storico, dati i criteri razziali ora seguiti, è ottima cosa dimenticare un passato al quale più niente ci lega. Non mancano certo a Vicenza nome di concittadini che in tutti i campi si sono distinti, (…). E assicuro (…) che il cambiamento di nome sarà (…) gradito a tutti, e in modo a me e ad altri professionisti per il quali il nome di Giudei poteva suonare come antipatico e mal tollerato e quasi come un ……. programma» [29].

 

Anche Il Popolo d’Italia pubblicò una segnalazione giunta da Vicenza:

«Pare impossibile, ma è vero: a Vicenza esiste tuttora la via dei giudei. In occasione della visita del Duce alla nostra città, nel settembre del 1939-XVIII, in seguito a proteste di privati cittadini la scritta fu cancellata e tale è rimasta. Ma di cambiar nome alla via non se ne è più parlato. Pare che per decidere di tanto grave cosa, occorrano riunioni su riunioni di commissioni e pratiche su pratiche. Intanto gli abitanti della via (…), dove abitano? Ancora in via dei giudei, o in una via senza nome?». Alle righe anonime seguiva un commento altrettanto senza firma: Se l’autorità comunale (…) fece scancellare la dicitura (…), è segno che avvertì l’opportunità (e non diciamo opportunismo) di non lasciarla vedere al Duce. Come non la vide il duce, adesso non la vedono più nemmeno i vicentini. Non dovranno più vederla. (…)» [30].

 

Qualche mese prima dell’apertura della pratica Vaccari, il 20 febbraio 1941 [31], il podestà, dopo aver avuto il via libera dal prefetto due settimane prima [32], si occupò di rinominare la stradella Sant’Antonio. In questo caso l’attenzione cadde sul vicentino Giuseppe Fontana e la piccola via diventò contrà. Guardiamarina nel 1923, sottotenente di vascello due anni dopo, tenente nel 1928, ufficiale in seconda a nove anni di distanza quando combatté nella guerra di Spagna, capitano di corvetta nel 1939 al comando di una Squadriglia di torpediniere, capitano di fregata durante la Seconda guerra mondiale, «trovava gloriosa morte (…) immolandosi con la sua nave» nel Canale di Sicilia, il 10 gennaio 1941 [33]. L’intitolazione arrivava quindi a 40 giorni dalla morte, anche sulla spinta di un giornale come La vedetta fascista che avanzò una precisa richiesta al podestà Angelo Lampertico nel numero del 21 gennaio [34]. Fu lo stesso podestà ad inviare al padre, l’avvocato Vincenzo Fontana, un telegramma per esprimere quanto fosse fiera la città di Vicenza per il conferimento della medaglia d’oro al valor militare a Giuseppe che «sarà per noi di perenne esempio e insegnamento» [35]. Un’altra medaglia d’oro entrava quindi nell’odonomastica vicentina, ma questa volta con un’intitolazione in pieno centro, a due passi dal Duomo e accanto alla facciata laterale del fascista Palazzo delle Poste costruito agli inizi degli anni Trenta e che ancora oggi è una ferita aperta nel contesto architettonico della città.

Le decisioni del 1941 segnarono una frattura tra l’operato del podestà e quello della Commissione per la toponomastica. La libertà di quest’ultima, spesso dichiarata e poco rispettata, dovette subire delle limitazioni rimarchevoli se nel verbale della riunione del 14 febbraio si scrisse:

Decise pertanto di sospendere le proprie riunioni in attesa di ulteriori chiarimenti da parte del Podestà, non senza tuttavia rilevare che gli intenti dell’Amministrazione di ricostruire la nomenclatura tradizionale cittadina o quanto meno di salvare i nomi tradizionali (…) non possono assolutamente conciliarsi con gli impegni che l’Amministrazione stessa è venuta assumendo sotto la pressione degli avvenimenti. (…) il Presidente e i singoli componenti si sono trovati d’accordo nel riconoscere che v’ha un conflitto ineliminabile tra il fine pratico della nomenclatura stradale, che per raggiungere i suoi fini ha da rimanere stabile e assolutamente inalterata, (…), e la tendenza, ormai fattasi consuetudine, di servirsi della toponomastica come mezzo di celebrazione di figure che in maniera eminente ben meritarono della città e della patria.

La Commissione subentrante, il cui presidente era il prof. Sebastiano Stocchiero, riconobbe i problemi pratici e la necessità di studi accurati che però si scontravano con il desiderio del podestà di risolvere rapidamente alcune questioni, tra cui quella relativa all’intitolazione per Giuseppe Fontana. Già la Commissione uscente aveva tentato di razionalizzare la toponomastica, in base alle indicazioni del 1935, per dedicare zone ben precise a determinate figure e luoghi, tra cui il settore tra la strada Durando e la strada marosticana da dedicare agli avvenimenti dell’era fascista. Il che significava ad esempio dover spostare nomi di vie e soprattutto limitare le denominazioni solo alle strade di nuova costruzione. Il problema stava proprio nella tendenza a modificare continuamente i nomi tradizionali e ciò accadde anche dopo l’intervento del Ministero dell’Interno per frenare tale fenomeno. Ciò portava «ad una revisione generale della toponomastica, cioè ad un vero e proprio processo al passato, (…). Poiché ciascuna generazione vuol celebrare se stessa attraverso le glorie della sua gente, si correrebbe il pericolo di uno sconvolgimento periodico della nomenclatura (…)». Come ne uscì la nuova Commissione rispetto alla richiesta di una via per Fontana? Negando il cambio con contrà Pescherie Vecchie, che era stata invece indicata dal podestà perché lì visse Fontana da adolescente ed ancora abitavano i familiari dell’eroico caduto, e scegliendo stradella sant’Antonio perché vi erano nati nuovi edifici ed era stata trasformata al punto da poter essere ritenuta una nuova via. Tra l’altro il toponimo sant’Antonio rimaneva nell’attigua contrà. Con questo escamotage, la Commissione propose la modifica al podestà e auspicò una sollecita deliberazione per «un immediato e tempestivo tributo di riconoscenza civica al gesto generoso dell’eroe vicentino e una giusta duratura celebrazione della grandezza del suo sacrificio» [36].

 

Che la toponomastica fosse strumento del potere, lo si può cogliere ancor meglio andando oltre le intitolazioni risalenti al periodo fascista e che ancora oggi sono presenti. Infatti, è solo attraverso uno studio delle stratificazioni delle intitolazioni che è possibile capire quanto sia stato profondo l’impatto del regime in una città che nel 1931 superava di poco i 64.000 abitanti [37].

Il 21 giugno una delibera portò alla dedica di un piazzale a Carlo Delcroix [38], medaglia d’argento per la Prima guerra mondiale, mutilato e, all’epoca della decisione del podestà Franceschini, ancora in vita [39]. Dopo essere stato tra i fondatori dell’ANMIG, entrò in parlamento nel 1924 con la Lista Nazionale e vi rimase a lungo per far parte, nel 1939, della Camera dei Fasci. L’intitolazione era legata al fatto che Delcroix era un «simbolo vivente dell’Italia martoriata nella Guerra di redenzione, quale animatore indefesso della rinnovata coscienza italiana sotto l’egida del Fascismo» [40]. La sua adesione al fascismo e la vicinanza a Mussolini sono note, ma sul finire degli anni Trenta e poi con la dichiarazione di guerra del 1940, Delcroix assunse posizioni critiche. Lo strappo arrivò a tal punto che, nell’ottobre del 1943, le autorità della Repubblica Sociale Italiana lo fecero arrestare. Le conseguenze si fecero sentire anche a Vicenza dato che gli fu revocata l’intitolazione che, con la delibera del 18 aprile 1944 [41], fu trasferita ad Ernesto Monico, nativo di Altavilla Vicentina, tenente, pilota, caduto in Spagna il 4 settembre 1936, «volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti», come recita il testo del conferimento della medaglia d’oro al valor militare [42]. A guerra finita, il 19 dicembre 1945, il consiglio comunale costituito dal CLN locale con a capo il socialista Luigi Faccio, già sindaco di Vicenza prima di essere spodestato con la violenza da un gruppo di fascisti guidati proprio da Franceschini, decise di incorporare il tratto di strada a contrà Cantarane [43]. Solo l’11 gennaio 1963 [44] si mise la parola fine alle modifiche apportate negli anni. Su input dell’invalido di guerra Giuseppe Pozza, si ebbe una nuova intitolazione che collegò idealmente l’attuale nome, piazzale del Mutilato [45], a quello di Delcroix.

Le tracce invisibili dell’operato fascista sull’odonomastica ci conducono anche in altri luoghi della città. Sempre il 19 dicembre 1945 il CLN cancellò una delle prime espressioni dell’ideologia del regime applicate alle strade di Vicenza ovvero l’intitolazione di un intero quartiere, approvata nel 1925, alla data del Ventotto Ottobre [46].

Se il 24 febbraio 1931 [47] il podestà dedicò il suo tempo a trasformare in «vicolo cieco» le denominazioni francesizzanti Cul di Sacco Retrone e stradella Cul di Sacco Retrone (oggi vicolo cieco Retrone e stradella Retrone) insieme a Cul di Sacco Pusterla e Cul di Sacco S, Silvestro [48], fu la delibera del 15 gennaio 1934 [49] ad introdurre un altro elemento fortemente connotato a livello politico. Il personaggio onorato con un’intitolazione, su richiesta del Direttorio del Fascio vicentino di combattimento, «nell’imminenza dell’undicesimo annuale della marcia su Roma», fu Giovanni Berta, già conosciuto per la partecipazione alla guerra italo-turca e alla Prima guerra mondiale, ma che diventò un vero e proprio martire del fascismo il 28 febbraio 1921 quando, «colpevole soltanto di essere italiano e fascista della prima ora», fu ucciso da comunisti fiorentini. Membro dei Fasci di combattimento, la sua morte fu strumentalizzata per tutto il Ventennio e il suo nome, ancora oggi presente in alcune città, fu al centro di molte delibere podestarili fino all’intitolazione dello stadio di Firenze al momento dell’inaugurazione nel 1931. Anche in questo caso, come in altri che vedremo, la centralissima stradella dei Filippini di Vicenza, laddove il Fascio vicentino ebbe la sua prima sede fino alla metà del 1921 [50], tornò al suo nome originario grazie alla seduta del CLN del 19 dicembre 1945.

Contestualmente acquisirono il nome di contrà Burchi [51] e contrà Barche quelle che il 19 giugno 1936 avevano assunto rispettivamente i nomi di IX maggio («tra la Casa del Balilla e le nuove scuole di Piarda Fanton») e 18 novembre. A differenza di altre intitolazioni, è importante evidenziare la vicinanza tra i fatti e la decisione del podestà vicentino Gianbattista Cebba, approvata dal prefetto due mesi più tardi. Cebba motivò la delibera richiamando le «memorabili parole» con le quali il Duce «annunziava agli italiani e al mondo l’annessione irrevocabile dell’Etiopia all’Italia e l’avvento dell’impero. Contro la congiura delle potenze capitalistiche coalizzate a Ginevra e la minaccia rappresentata dall’assedio economico decretato il 18 novembre 1935, aveva avuto ragione la saggezza e la potenza dell’Italia nuova che (…) seppe realizzare la più grande impresa coloniale che la storia ricordi, e dar prova ammonitrice della sua ferma volontà e della sua formidabile preparazione e capacità bellica. Le due date, (…), sono pertanto strettamente congiunte nella coscienza di ogni italiano, come espressione di una doppia vittoria conseguita (…), e mentre una iscrizione marmorea, secondo le disposizioni del Capo del Governo, rammenterà nella sede del Comune ai nostri figli l’inaudita ingiustizia di cui fu oggetto l’Italia, altro ricordo marmoreo o bronzeo sarà posto dal Comune in (…) Piazza dei Signori, a eternare in Vicenza la fondazione dell’Impero. (…) imporre la data (…) a due vie cittadine esprimerebbe la completa partecipazione di Vicenza al glorioso periodo storico, e contribuirebbe, attraverso l’uso quotidiano, a tener desto nell’animo dei vicentini l’inizio della nuova epoca della storia italiana (…)» [52]. La Prefettura non ebbe nulla da eccepire, se non di dare il nome tradizionale di contrà a via 9 maggio [53].

Fu una nuova strada, costruita nel 1937, ad essere denominata via delle Milizie. Nelle vicinanze sorgeva la caserma della 42^ Legione Berica della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, inaugurata nel 1935 e intitolata ad Arnaldo Mussolini. La modifica che ha portato all’attuale nome di via Valdagno è tardiva perché risale ad una decisione del 9 marzo 1951 [54].

Dopo l’entrata in guerra si moltiplicarono i rimandi a persone e simboli legati al fascismo. Il primo è quello a Italo Balbo [55] a cui venne dedicata, a poco meno di due settimane dalla sua morte e a un mese dall’inizio del conflitto, nei pressi della sede della Federazione dei Fasci di Combattimento, la via che era conosciuta come contrà San Marco e che ancora oggi è così denominata a seguito del ripristino del nome effettuato dal CLN nel 1945.

Fu sempre l’amministrazione del partigiano Luigi Faccio, uscito vivo dalle celle di villa Giusti a Padova e dalle sevizie della Banda Carità, a dare alla città di Vicenza il senso delle sofferenze di quegli anni e la memoria della lotta di liberazione. Faccio dichiarò che la toponomastica doveva «essere sottoposta ad una attenta revisione, non già per sovvertire l’antico che va anzi conservato e tutelato come ogni altro aspetto della nobile e plurisecolare tradizione cittadina, quanto per eliminare sollecitamente nomi imposti dal più rovinoso regime che lo storia italiana ricordi, attraverso i quali si tendeva ad esaltare una ideologia nefasta ed estranea alla vera anima italiana». Il sindaco era consapevole della complessità del compito e ne delegò l’esame ad una apposita Commissione, decidendo di sostituire d’urgenza alcune denominazioni «con altre più consone con la tradizione storico-artistica cittadina, o che possano tramandare alla memoria il martirio vissuto e sofferto dagli italiani in quest’ultimo ventennio» [56]. Frasi che fanno trapelare, però, una visione degli italiani come vittime che avevano solo subito il fascismo, in una sorta di pacificazione post-conflitto che ebbe degli effetti proprio sulla toponomastica che si voleva rivedere.

Una manciata di nomi per indicare una nuova direzione alla Vicenza repubblicana: piazza Giacomo Matteotti, piazzale Torquato Fraccon, viale X Martiri, viale Antonio Giuriolo a cui possiamo aggiungere corso Palladio. A differenza delle intitolazioni a Fraccon [57], partigiano e Giusto tra le Nazioni morto a Mauthausen ai primi di maggio del 1945, e ai X martiri [58], uccisi per rappresaglia dai nazisti nel novembre 1944 proprio in quel luogo, le altre tre si intrecciano con l’odonomastica del periodo fascista. Sia piazza Matteotti, «simbolo della libertà stessa sopraffatta dalla violenza e soffocata nel sangue», sia corso Palladio nacquero con la decisione del 5 giugno 1945. Nel primo caso proprio il luogo che chiude corso Palladio ed accoglie la facciata di palazzo Chiericati, progettato dall’architetto padovano, fu trasformato con la delibera del 10 gennaio 1944 in piazza della Rivoluzione (fascista), togliendo l’intitolazione a Vittorio Emanuele II che risaliva al 26 giugno 1867. Anche il corso portava il nome di un Savoia, il principe Umberto, così come era stato deciso il 29 luglio 1866. Sennonché, il 17 novembre 1943, a quasi due mesi dalla nascita della Repubblica Sociale Italiana, si volle dare un segnale preciso di cesura tra il fascismo e la famiglia reale e l’attuale corso Palladio assunse il nome di Ettore Muti, non senza aver espresso una arzigogolata motivazione che non voleva «sconfessare il deferente sentimento della cittadinanza verso la memoria di un principe che entrò primo a Vicenza dopo la liberazione del Veneto dalla oppressione asburgica», ma che accusava il sovrano di connivenza criminosa con il nemico che aveva portato al tradimento dell’alleato, mentre la RSI si era posta «la infrangibile risoluzione di lottare fino all’estremo a qualunque costo e con disperata energia per risollevare l’onore e il prestigio della Nazione». Eliminare il nome del principe Umberto dalla principale via cittadina era quindi un atto di solidarietà del Comune «nel proposito eroico e nello sforzo immane che si prepara» [59].

Infine, il viale che dal 19 dicembre 1945 porta il nome di Antonio Giuriolo, il capitan Toni dei “piccoli maestri”, era indicato in precedenza come strada Nova, prima che, con una delibera del 22 luglio 1911, fosse dedicata a Vittorio Emanuele II e che diventasse, il 10 gennaio 1944, viale del Balilla. Va evidenziato che in quella seduta, Faccio riportò che «il movimento popolare è giunto a intervenire direttamente, togliendo e spezzando le targhe marmoree che recavano scolpiti i nomi invisi, come avvenne per le contrà Italo Balbo e Giovanni Berta» [60]. Faccio ammise che non si era ancora pervenuti ad una generale revisione della toponomastica, ma che una circolare dell’Istituto Centrale di Statistica aveva chiesto di provvedere entro il 20 dicembre ad aggiornare le denominazioni in vista dell’imminente censimento. Ciò dava l’opportunità di intervenire su altri nomi, ma veniva rinviata ancora una disamina più puntuale. Un documento del 1947, diretto all’amministrazione comunale di Vicenza e contenente una sintesi di quanto accaduto negli anni precedenti sul piano della toponomastica, spiega chiaramente quali furono le difficoltà delle commissioni durante il periodo fascista. I membri designati, infatti, «discussero a lungo, talvolta anche con cognizione e con informazione particolare, ma il timore di destare polemiche o di incontrare comunque resistenza nel campo politico le trattennero dall’assumere una posizione netta. Resistettero viceversa, per quanto poterono, a che altre denominazioni storiche venissero sacrificate. La sostituzione della denominazione “stradella dei Filippini” con quella di “via Berta”; di “stradella S. Antonio” con quella di “comandante Fontana”; di “contrà S. Marco” con quella di “via Balbo” non è dovuta ad iniziative della Commissione, ma a provvedimenti diretti dei Podestà del tempo che non sapevano resistere a pressioni di carattere politico». Si tratta di dettagli importanti, accompagnati da altre considerazioni sull’applicazione del criterio delle zone e sulla scelta dei nomi da dare alle vie. Nel sottolineare che ogni epoca tende ad imporre i propri miti in contrasto con quelli della generazione precedente, la relazione voleva indicare nella toponomastica una finalità pratica e la necessità che la politica rimanesse fuori, affidandone il compito a personalità competenti che potessero rappresentare appieno il territorio [61].

Come si può notare i casi di modifiche volute dalla RSI che riguardano i Savoia sono ricorrenti. Per comprendere questo passaggio bisogna guardare anche ai riferimenti al Risorgimento che l’amministrazione fascista di Vicenza aveva dosato con attenzione. Si possono contare, infatti, otto intitolazioni: due nel 1927 (Giacomo Zanellato e Francesco Crispi) [62], tre nel 1931 (Luigi Cavalli, Martiri di Belfiore, Pasquale Cordenons) [63] e tre nel 1944 (viale del Risorgimento Nazionale, viale dell’Unità e il quartiere Unità d’Italia) [64], denominazioni tuttora esistenti. Se, però, le prime cinque furono scelte mirate volte a ricordare fatti e personaggi del Risorgimento [65], le decisioni prese nel 1944 avevano il preciso scopo di cancellare dalla città il nome dei Savoia, «affinché non rimanca alcuna indicazione, intestazione o insegna riferentesi all’ex casa regnante a ai suoi attuali componenti» [66]. Nel caso di viale del Risorgimento Nazionale si trattò di bandire il nome di Carlo Alberto, entrato nell’odonomastica vicentina il 22 luglio 1911. Per le altre due, invece, fu proprio il fascismo, con la delibera del 16 gennaio 1936, a voler dedicare un intero quartiere e un viale ai Savoia. Viale dell’Unità, tra l’altro, proprio per la concomitante dedica del quartiere, il 15 marzo [67] prese il nome di viale Manzoni. D’altronde quest’ultimo rientrava proprio nel perimetro del quartiere dell’Unità insieme ad altre vie dedicate, quello stesso giorno, a famosi scrittori: via Foscolo (già via Adalberto di Savoia) e via Alfieri (già via Filiberto di Savoia duca d’Aosta). A questo elenco possiamo aggiungere altre due intitolazioni, una coeva, dedicata a Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi [68], l’altra, risalente al 22 luglio 1911, ad Emanuele Filiberto [69]. La scure della RSI trasformò la prima in via Giuseppe Parini e la seconda in via Alessandro Volta, entrambe esistenti oggi.

Le modifiche volute dal governo di Salò risalgono almeno al novembre 1943 quando i podestà furono invitati a rimuovere tutti i simboli e le scritte di carattere monarchico [70]. Le mutate condizioni politiche e militari ebbero quindi una conseguenza anche su questo piano e si notano non solo l’astio e l’acribia nel cancellare i nomi dei Savoia, ma anche la precisa volontà di ricostruire, attraverso le nuove intitolazioni, le fondamenta ideologiche della Repubblica Sociale Italiana con i richiami alla Rivoluzione fascista o a personaggi come Ettore Muti.

Se l’insieme dei dati forniti permette di comprendere l’ampiezza del fenomeno in città di medie dimensioni, soffermarsi sulle intitolazioni ancora oggi presenti nello stradario significa non solo riconoscere i segni dell’intervento fascista, ma riflettere sulle scelte effettuate nel secondo dopoguerra sia dall’amministrazione del CLN sia da quelle nate dopo il voto del marzo 1946.

A Vicenza la Democrazia Cristiana staccò di dieci punti percentuali il Partito Socialista e del 28% il Partito Comunista. Fu l’inizio di un lungo dominio della DC, durato fino alla metà degli anni Novanta, che vide alcuni allargamenti della maggioranza ed esperimenti pentapartitici sulla scia di quanto accadeva a livello nazionale. Ebbene, in tutti quegli anni, se si escludono i primissimi interventi delle giunte del CLN, probabilmente ci furono ulteriori controlli che, però, non condussero a modifiche o a un ripensamento ponderato dell’odonomastica. Non a caso, in una seduta del Consiglio comunale di Vicenza del 1946, Giuseppe Faggionato dovette constatare che “mentre molte città, molti Comuni, anche della Provincia, hanno sentito il dovere di ricordare i Caduti per la libertà, a Vicenza nulla è stato fatto finora al riguardo. Io penso che sia questa una gravissima dimenticanza (…)» [71]. Il sindaco Faccio fece sua la proposta e assicurò un intervento con l’affissione di una lapide per onorare tutti i caduti per la libertà. Il 24 novembre 1947 i consiglieri Carlo Segato e Jacopo Ronzani presentarono un’interpellanza per l’erezione di un monumento ai caduti della lotta per la liberazione. Non solo lamentarono la mancata realizzazione delle promesse di più di un anno prima e dell’assenza di un luogo di riferimento dove raccogliersi per ricordare, come avvenuto pochi giorni prima in una manifestazione di partigiani, ma si soffermarono sul fatto che «sembra quasi che tutti i valori della lotta di resistenza impallidiscano nel ricorso degli Italiani». Aggiunse Ronzani: «(…), la memoria dei viventi è labile e facile è la dimenticanza e vediamo quante memorie, quanti sogni, quante belle idee sono oggi naufragate nel dimenticatoio». Ancora una volta il sindaco appoggiò le iniziative esprimendo l’unanimità del Consiglio in tal senso ed affermando che «il più alto ed il più nobile monumento che noi potremo innalzare alla loro memoria sarà quello di perseguire fino alla loto totale realizzazione quegli ideali di libertà, di giustizia e di democrazie per il trionfo dei quali essi si sono sacrificati» [72].

La Commissione per la toponomastica [73], riunitasi nel luglio 1948, si soffermò su artisti, letterati e poeti vicentini, santi come Gaetano Thiene, l’aviatore Arturo Ferrarin, località legate al Risorgimento. Un anno dopo [74] fu ripresa la discussione sui nomi che poi sarebbero entrati a far parte della delibera del 1950 con cui furono dedicate tre vie a medaglie d’oro legate ai fatti del 1848, alla battaglia di Adua del 1896 e alla Seconda guerra mondiale [75]. Compare anche un’intitolazione per Arturo Ferrarin, «l’audace trasvolatore di oceani e continenti, cittadino onorario di Vicenza, caduto a Guidonia durante un volo sperimentale il 18.7.1941». L’invito in tal senso era giunto dalla sezione vicentina dell’Associazione Nazionale dei Combattenti e Reduci il 16 marzo 1949 e fu reiterato nel dicembre 1950. Morto da meno di 10 anni, il Comune chiese la deroga al Ministero dell’Interno. Nell’attesa il sindaco dispose comunque il collocamento delle targhe stradali. Accanto a questi nomi c’è l’unico riferimento alla Resistenza: Riccardo Boschiero, padovano, militare unitosi ai partigiani in Piemonte, catturato nell’aprile 1944, condotto a Borgo San Dalmazzo dove fu torturato e fucilato dai tedeschi [76].

D’altronde, a proposito della toponomastica, è possibile immaginare la difficoltà nell’eliminare nomi di soldati e generali medaglie d’oro della Prima guerra mondiale, così come dei caduti tra il 1940 e il 1943 la cui memoria fu poi compresa anche in lapidi riassuntive. Decisamente diverso è il discorso quando le vie portano i nomi di luoghi coloniali, appartenenti a Jugoslavia e Albania o a personalità del fascismo, ancorché legate al territorio.

La questione si complica se si pensa che accanto alla mancata epurazione degli stradari c’è stata, e in alcuni casi c’è ancora, una moltiplicazione dei rimandi diretti o indiretti all’epoca fascista. A Vicenza troviamo così 14 intitolazioni relative a luoghi della ex Jugoslavia [77] tutte risalenti al periodo 1958-1964, tranne Zara già presente dal 13 aprile 1954 [78]. Allo stesso modo, sempre tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si denota un’ipertrofia delle dediche a luoghi, battaglioni e soldati della Prima guerra mondiale [79], mentre le delibere legate al secondo conflitto sono decisamente più limitate [80]. Spicca la decisione del Consiglio comunale, risalente al 1969 [81], di dedicare una via a Paolo Boselli, in un quartiere a ovest del centro storico. Nato nel 1868, Boselli [82] ebbe rapporti diretti con il fascismo al quale aderì con convinzione, ricevendo nella Pasqua del 1924 la tessera ad honorem del P.N.F. con un plauso di Mussolini. Già senatore dal 1921, nel maggio del 1929 fu presidente e relatore della Commissione centrale del Senato dedicata ai Patti lateranensi. Quando morì, nel 1932, a Boselli furono dedicati dei funerali pubblici a spese dello Stato e il presidente del Senato, Luigi Federzoni, lo ricordò prima di togliere la seduta in segno di lutto.

La differenza del periodo repubblicano rispetto a quello fascista è più evidente, oltre che nelle dediche al movimento resistenziale [83], proprio a quelle che rimandano al Risorgimento: una novantina di vie, create tra il 1949 e il 1966, a suggellare l’idea di un’Italia libera.

 

La lottizzazione della memoria

L’idea di suddividere la città in zone o quartieri le cui vie fossero dedicate a determinate categorie era già contenuta in una relazione della Commissione vicentina del 20 settembre 1930, sulla scorta di quanto veniva realizzato in altre città: «(…) perché così i vari quartieri o sestieri avrebbero acquistato una particolare fisionomia, ma ciò non era attuabile, non essendo tale regola stata applicata dal principio, trovandosi da per tutto vie con denominazioni già date» [84]. Le difficoltà descritte furono in qualche modo superate negli anni seguenti, soprattutto con la nascita di nuovi quartieri in cui quel principio poteva essere applicato senza problemi. Si è visto, infatti, che nel 1936 ci fu la nascita di quartieri (Savoia, Martiri della Patria, XXVIII ottobre) che comportarono la costituzione di zone omogenee. Così, dopo il silenzio dei primi anni, nel 1957 la Commissione per la toponomastica, guidata da Eugenio Colbacchini, ribadì i criteri di massima per l’intitolazione delle vie, indicando alcune zone tra cui quella per i caduti vicentini medaglie d’oro al valor militare, adiacente al quartiere delle Medaglie d’oro creato in epoca fascista [85]. I suggerimenti, fatti propri dal Consiglio comunale un mese dopo [86], contenevano nomi di luoghi, battaglioni e caduti del primo conflitto mondiale accanto ai partigiani Chilesotti e Carli, senza dimenticare il Risorgimento. Situazione immutata un anno dopo, compreso l’elenco dei criteri adottati per altre zone della città, con quattro vie dedicati a partigiani (Arnaldi, Brandellero, Zaltron e Viola) a fronte di un lungo elenco di battaglioni, monti, marescialli (Enrico Caviglia e Gaetano Giardino) e generali (Marcello Prestinari e Armando Diaz) legati alla Prima guerra mondiale ma anche al fascismo [87]. Sono anche gli anni in cui compaiono nomi di città “irredente”. Se si discute, lo si fa sui toponimi tradizionali, su illustri figure vicentine e nazionali, senza mai entrare nel merito della direzione che ormai avevano preso le denominazioni nei 15 anni intercorsi dalla fine della guerra. Spesso ci si rifugiava in personaggi talmente lontani nel tempo da risultare oscuri ai più, tranne alla Commissione stessa che brillava comunque di originalità e cultura. Qualche cambiamento si nota con la giunta Sala, sempre a guida Dc come per tutto il periodo 1948-1995, ma con un asse spostato verso il centro-sinistra. Nel 1964, pur non essendoci rivoluzioni nelle denominazioni suggerite dalla Commissione [88], in concomitanza con l’intitolazione di una via all’ex sindaco e partigiano Luigi Faccio, i consiglieri cominciarono ad esporsi maggiormente. Fernando Bandini, consigliere dal 1956 per il PSI, poeta e futuro accademico olimpico [89], perorò la causa del partigiano Fiorenzo Costalunga e raccomandò la commissione di tenere in considerazione le proposte che potevano arrivare dalle associazioni combattentistiche vicentine, mentre Giuseppe Fantini (PCI) propose Gramsci, «illustre vittima del passato regime» [90]. I consiglieri approvarono ma, passati due anni [91], ancora aviatori (il noto Gino Allegri e Romeo Sartori, medaglia d’argento morto nel 1933), generali (Alberico Albricci, morto nel 1936), brigate (in questo caso la Forlì), un riferimento al deputato del PSI Domenico Piccoli, trovato morto nel 1921, e a Cefalonia, ma nessuno ai partigiani e tantomeno a Gramsci. Da alcuni passaggi dei verbali del 1968 si comprende che le intitolazioni a personaggi come Gramsci, ma anche Einaudi, Croce e De Gasperi, furono spesso prese in esame dalla Commissione [92], anche a seguito di segnalazioni della Giunta Sala, ma furono rinviate in attesa dello sviluppo della città e di «soluzioni più interessanti e più decorose». Quell’anno, mentre i consiglieri discutevano anche di aspetti tecnici, fu approvata l’intitolazione per Giacomo Prandina, partigiano, morto a Mauthausen nel 1945, accanto a medaglie d’oro della Prima guerra mondiale come Oreste Salomone e Natale Palli, pionieri dell’aeronautica come Enrico Forlanini, il padre francescano Luciano Gaia, la benefattrice Lucia Rancan, senza dimenticare Pirandello e i Ragazzi del ’99, nel cinquantesimo della Vittoria, su richiesta dell’Associazione locale [93]. Il Giornale di Vicenza [94] e Il Gazzettino [95] diedero notevole spazio Ragazzi del ’99, mentre Prandina fu rilegato a due righe tra le tante denominazioni riportate dal Gazzettino. Nel 1969 fu la volta del colonnello Giovanni Fincato, partigiano morto nel 1944 dopo essere stato torturato. Si sottolineò che con Fincato si completava «l’impegno morale di ricordare tutte le medaglie d’oro della Resistenza». Se per Gramsci bisognava ancora attendere, come lamentò il consigliere Fantin, risaltava la scelta di limitare il ricordo della resistenza alle medaglie d’oro. Un tema dibattuto che Fantin portò all’attenzione del Consiglio chiedendo di proseguire con le medaglie d’argento e di bronzo [96]. Non si può ignorare però la presenza tra le intitolazioni del nome di Boselli di cui si è parlato.

A cavallo tra gli anni ’60 e ’70 si assiste ad un aumento dei riferimenti all’Europa, ma nonostante i mutamenti in atto la città sembrava ancora legata a schemi pregressi. Così, nel 1973, comparivano i nomi di Emanuele Filiberto di Savoia, sei luoghi della Grande guerra, i Cavalieri di Vittorio Veneto, gli ammiragli Luigi Rizzo e Paolo Thaon di Revel, il generale Giuseppe Perucchetti e De Gasperi che andò a sostituire piazzale Bologna. Tanto che Fantin non solo criticò i criteri adottati ma puntò il dito contro «nomi ed episodi che sarebbe bene dimenticare o perlomeno ignorare. Sono toponimi che si richiamano a nomi ed episodi della guerra, ingiusta e di conquista, del 1915-18, nomi dedicati a battaglioni militari, a brigate, a generali». Si rammaricò che nessuna via fosse dedicata al singolo soldato o al milite ignoto, ma il problema stava nel mancato riconoscimento dato ai «caduti della lotta antifascista (…), ad episodi nazionali e locali della Resistenza», e alle figure di Gramsci, Croce, Labriola, Curiel, Gobetti, Amendola, i Rosselli, don Minzoni, non escluso S. Vincenzo, patrono di Vicenza. Nel reclamare «un aggiornamento più corretto e democratico della toponomastica», chiese la sospensione della proposta portata in Consiglio. Uberto Breganze (DC), a cui a sua volta è stata dedicata una via nel 2008 in deroga al limite dei 10 anni dalla morte, interveniva spesso in quegli anni a favore del recupero dei vecchi toponimi, per correzioni nelle denominazioni o per suggerire nomi quali quello di Bartolomeo da Breganze, vescovo di Vicenza. Lo fece anche nel 1973, appoggiando in parte le parole di Fantin e riprendendone alcuni suggerimenti che sentiva a lui vicini (Croce, don Minzoni, S. Vincenzo), ma respingendo con fermezza le critiche alle vie dedicate alla Grande guerra, che non erano a suo avviso, segno di «esasperato nazionalismo o di altra natura politica», quanto un richiamo al «patrimonio storico cittadino, espressioni di sacrifici ed impegno». Chiese, quindi, di eliminare il sottotitolo di Maresciallo d’Italia per Emanuele Filiberto e di sostituirlo solo con Duca d’Aosta. Senza dirlo, ammetteva che il primo titolo, ottenuto nel 1926, mostrava chiaramente il legame con il fascismo. Anche altri consiglieri respinsero le valutazioni di Fantin sulla guerra del 1915-1918, ma apprezzarono il suo invito a ricordare eventi più recenti. Bevilacqua (PRI) chiese in aggiunta la sostituzione di via Perrucchini e via Lago di Tovel con Gramsci e Gobetti; Valentino Balzi una strada per i combattenti di tutte le guerre, ma anche per combattenti della guerra di Liberazione. Luciano Di Natale, invece, espresse quello che forse era stato l’indirizzo di quegli anni: «la volontà di evitare che la scelta di nomi possa dividere o far sorgere polemiche». Ormai al centro del dibattito, la riflessione sulla toponomastica fu ripresa da Rainaldi invitando la Commissione ad avere più «coraggio proponendo nomi che ancora oggi indichino valori validi, personalità (…) il cui valore sia indiscusso, a qualsiasi corrente politica essi siano appartenuti». Dopo questa frase dal significato ambivalente, suggerì di appuntare l’attenzione su Di Vittorio, Bruno Buozzi, Achille Grandi. Alla fine il sindaco Sala, pur difendendo alcune scelte della Commissione, riconobbe «una certa prudenza» e la sollecitò ad una maggiore apertura. Non dimenticò di rispondere a Di Natale argomentando che i nomi proposti non potevano essere divisivi, «dal momento che la storia recente è stata fatta proprio da uomini di così alto livello che hanno servito per un avanzamento generale della società italiana» [97]. Tra alcune sospensioni, tra cui quella di De Gasperi, la deliberà passò con 19 voti favorevoli e 5 contrari. Gli effetti della discussione si fecero sentire negli anni seguenti quando, approfittando dell’espansione della PEEP della Riviera Berica, nacquero le vie De Nicola, Einaudi, Gramsci, Sturzo, Vanoni, Giovanni Amendola, mentre De Gasperi prese il posto di piazzale Roma [98], e poi via Segni, don Minzoni, Fratelli Rosselli, Turati, Bonomi e Vittorio Emanuele Orlando [99]. L’unica discussione, nel 1976, nacque sul nome di Segni, non solo perché morto da poco, ma perché figura ancora molto discussa, a causa dell’affaire De Lorenzo, come indicato dal consigliere Gianfranco Lovison. Da un intervento di Tonino Assirelli sui possibili sostituti di Segni, tornò il nome di Croce e spuntò quello di Gentile. Due anni dopo arrivarono dalla Commissione le proposte relative a Salvemini (al posto di Segni), ai partigiani Fiorenzo Costalunga e Dino Carta e a Granezza [100], luogo del tragico rastrellamento nazifascista del 6 e dell’eccidio del 7 settembre 1944 [101]. Risale al 1979 [102] un caso particolare. Insieme all’intitolazione di una via a Salvo D’Acquisto e una a Umberto Tadiotto, nata su richiesta dell’unione Associazioni patriottiche, in cui la Commissione vedeva «tutti quei giovani vicentini, che, (…), hanno lasciato le loro speranze e progetti nelle nevi di Russia», fu dedicata una via a Luigi Massignan. Non si trattava ovviamente del noto partigiano e psichiatra, morto nel 2020 e al quale per l’omonimia non potrà essere dedicata una via, ma di un tredicenne, decorato con la medaglia d’argento al valore civile nel 1940, per aver perso al vita nel 1938 nel tentativo di salvare un compagno che stava per annegare nel Bacchiglione. Il nome era stato suggerito dal fratello, Primo Massignan, in una lettera del 1962 a cui allegò l’onorificenza concessa da Mussolini.

È del 1981 la via per Giorgio Mainardi, partigiano ucciso nel novembre 1943 [103]. Nulla da fare invece per Nerina Sasso il cui nome fu proposto a più riprese senza successo, data l’esistenza di via Marco Sasso. In quella stessa sede, Mario Giulianati propose di intitolare le future vie dei quartieri PEEP alle vittime del terrorismo. Da qui il nome di Dalla Chiesa per la strada principale del PEEP di Bertesinella e quelli di Vittorio Bachelet e di Guido Rossa [104], mentre il nome di Moro passò due anni prima [105] quando i consiglieri si soffermarono ampiamente sui fatti di quegli anni, senza divisioni.

Nel 1985 [106] fu il missino Michele Dalla Negra a presentare un ordine del giorno, poi ritirato e trasformato in raccomandazione dal collega Assirelli, che prevedeva di intitolare due vie a Croce e Gentile. Un ordine del giorno identico fu portato in Consiglio nel 1989 da Assirelli, chiedendone l’esecuzione alla prima occasione, «con precedenza su altre intitolazioni» [107]. I voti favorevoli furono 12, 17 gli astenuti [108]. Croce e Gentile continuarono a essere inseriti nell’elenco in evidenza per nuove intitolazioni [109].

Il ricordo delle medaglie d’oro e d’argento è giunto fino ai nostri giorni. Anche quando sono state intitolate strade a figure presentate come medici, ingegneri o architetti, evidenti elementi biografici spingevano a riannodare i fili con le dediche dei decenni precedenti. Ciò vale ad esempio per alcuni nomi individuati durante il mandato di Quaresimin (centrosinistra): Valentino Giaretta, Gino Meldolesi, Luigi Malvezzi [110], Carlo Scarpa, Giuseppe Samonà, Carlo Mollino, Pierluigi Nervi [111], Antonio Sant’Elia [112], Giovanni Terragni [113].

Qualche anno prima, con Achille Variati sindaco (centrosinistra), si scelsero cinque premi nobel italiani per la zona PP4. Accanto a Quasimodo, Fermi, Montale e Natta c’era il nome di Ernesto Teodoro Moneta, premio nobel per la pace assertore dell’intervento italiano in Tripolitania e poi nella Prima guerra mondiale. Una sesta via fu dedicata alla Folgore, divisione paracadutisti costituita nel 1941 che perse molti uomini nella battaglia di El Alamein [114].

Anche il successore di Variati, Enrico Hüllweck (1998-2008), su cui torneremo, cercò un equilibrio che però in alcune occasioni si ruppe creando non poche divisioni. Così, se nel 2003 passò l’intitolazione a Falcone e Borsellino, l’anno dopo arrivò quella per Vincenzo Periz, tenente dal 1939, impegnato nella campagna d’Albania, poi nel 1940 in Grecia e nel 1942 in Russia. Dopo l’8 settembre fu imprigionato in un campo di concentramento in Polonia. Nel dopoguerra dedicò la sua vita all’Associazione Nazionale Alpini [115]. Il 2005 è stato l’anno di Giulio Bedeschi [116], ma anche di Laura Lattes e dei deputati DC presso l’Assemblea Costituente Egidio Tosato e Guglielmo Cappelletti, quest’ultimo internato in Germania [117]. Nel 2006 all’alpinista Gianni Pieropan, combattente sul fronte greco-albanese e storico della Grande guerra, è stato affiancato il nome dell’alpinista partigiano Gino Soldà [118].

I dieci anni delle nuove giunte guidate da Achille Variati tra il 2008 e il 2018 sono state caratterizzate da una maggiore attenzione alle donne, tra cui le partigiane Eleonora Candia [119] e Maria Setti, medaglia d’argento della Resistenza [120], ad altre figure legate alla Resistenza come il dott. Giorgio Pototschnig [121], il presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo [122], il giornalista Gigi Ghirotti [123], l‘editore Neri Pozza [124]. In quegli anni c’è stato posto anche per la Divisone Acqui e per Loris Gazzon [125] ma anche per la località di Nikolajewka [126] e per Giuseppe Milani. Ragazzo del ’99, Milani nel 1931 fondò la Sezione Combattenti di Campedello e nel 1937 contribuì alla costruzione del viale della Rimembranza nella stessa località, oltre a essere l’ideatore di monumenti ai caduti in vari comuni [127]. Infine, nel 2018, è stato ricordato Ermes Jacchia, editore ebreo vicentino, fuggito in Francia a causa delle leggi razziali, tornato in Italia nel 1943 per poi nascondersi in Svizzera [128].

I nomi di Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern, più volte presi in considerazione, non sono ancora stati oggetto di apposita delibera. Il primo rischia di non essere mai ricordato considerata la presenza di via Vittorio Meneghello.

Lo stesso andamento è rilevabile per gli anni successivi [129]. Il rapporto osmotico tra storia e toponomastica è ineludibile e di conseguenza ha come effetto un continuo aggiornamento dei nomi delle vie che si specchia, ad esempio, nell’intitolazione di strade alle vittime del terrorismo a partire dagli anni ’80 o nel dibattito apertosi dopo la legge sul Giorno del Ricordo approvata nel 2004. Così i capoluoghi veneti si sono riempiti di riferimenti ai Martiri delle Foibe, agli esuli giuliani, istriani e dalmati e a Norma Cossetto, con una serie di varianti [130]. A Vicenza, la Commissione per la toponomastica discusse dell’intitolazione ai “Martiri delle Foibe” già nella riunione del 3 settembre 1998. Un mese prima era giunto un invito in tal senso dal Comitato per le onoranze ai caduti delle foibe che inviò a tutti i Comuni una lettera [131], dopo aver rilevato che già diverse città, con l’attenzione mediatica che si era accesa sul tema, avevano deliberato utilizzando la richiamata dicitura.

In quella fase della politica vicentina, c’era un Commissario Prefettizio dopo le dimissioni di Marino Quaresimin che aveva guidato una maggioranza di centrosinistra. Probabilmente la Commissione pensò di rinviare la decisione in attesa delle elezioni e osservò che «un’intitolazione così particolareggiata poteva escludere altre “categorie” di vittime di altri conflitti, più o meno lontani, ma ugualmente sanguinosi ledenti la libertà dell’individuo e il diritto alla vita. Si è proposto, quindi, di attribuire intitolazioni incisive dal punto di vista commemorativo, ma più generiche, come “Martiri della Libertà” o “Vittime civili di guerra”. In tal modo, (…), nessuna vittima innocente di guerra verrà esclusa» [132]. Due mesi dopo subentrò la prima giunta di centrodestra con il sindaco Enrico Hüllweck. Ottobre 1999: davanti agli stessi membri della Commissione [133], l’assessore alla Cultura Mario Bagnara ripropose l’idea e i commissari ribadirono quanto già verbalizzato, aggiungendo che la parola “foibe” non faceva parte del corredo linguistico locale. La controproposta consisteva nell’insistere sui “Martiri della Libertà”, “Vittime civili di guerra” o “Caduti senza croce”. Come un anno prima suggerirono un vialetto vicino ad un parco per favorire il raccoglimento [134].

Alla fine la delibera fu approvata [135], ma la denominazione di piazza XX settembre [136] dovette lasciare il posto ai Martiri delle Foibe, nonostante il parere negativo della Commissione sulla soppressione del noto toponimo. La Giunta dovette fare marcia indietro e ritirare la delibera [137] a seguito di un acceso dibattito in città, soprattutto per la sostituzione del nome XX settembre.

Nel luglio 2000, infine, la Giunta fece passare i nomi di Martiri delle Foibe e Vittime Civili di Guerra assegnandoli a due nuove strade [138]. La seconda era stata già scartata nel 1951 a seguito di una richiesta della sezione provinciale dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di guerra, risalente al novembre 1949, che intendeva ricordare i morti per i bombardamenti del 18 novembre 1944. La Commissione si oppose perché a suo avviso il nome era troppo lungo e facile ad alterazioni e propose, invece, di dare all’ex quartiere XXVIII ottobre quello di Caduti Civili di Guerra [139]. Nella delibera del 2000, accanto ad una breve motivazione per la seconda denominazione («A ricordo di tutte le vittime innocenti di ogni nazione, religione, fede politica ed etnia travolte dall’orrore della guerra in ogni tempo ed in ogni parte del mondo»), c’è quella per i Martiri delle Foibe, ben più lunga, con cui si voleva ricordare il «genocidio degli oltre 16.000 italiani ad opera delle truppe slave titine e di altri criminali, assoldati dalle stesse, tra il 1943 e il 1947 in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. Ricostruire le vicende del popolo giuliano (…), riguarda non soltanto le popolazioni direttamente interessate, bensì la Nazione intera. Ricostruire sull’argomento una verità storica, troppo spesso sottaciuta o dimenticata per ragioni di ordine politico, che intendiamo e speriamo relegati al passato, appare un dovere civico ineludibile. Ciò che si è verificato (…) oggi si può ritenere con assoluta certezza un tentativo di vasta pulizia etnica, (…); migliaia di innocenti, di ogni appartenenza politica, colpevoli di essere istriani, furono torturati ed uccisi o gettati nelle foibe (…) dalle truppe slave del Maresciallo Tito. Studiosi e storici di tutto il mondo stanno portando alla luce una verità sulle foibe assolutamente sconosciuta ai più, ma che appartiene alla storia di questa Nazione. Finora un muro di silenzio ed omertà ha negato e taciuto lo sterminio di migliaia di italiani brutalmente torturati, trucidati e gettati, talvolta ancora vivi, nelle foibe». Un’evidente insistenza su alcuni punti e una ricostruzione che andrebbe aggiornata si affiancavano al richiamo delle dichiarazioni e agli atti del presidente Scalfaro. L’intitolazione si legava anche alla presenza a Vicenza di una comunità di esuli e quindi a maggior ragione era «doveroso ricordare degnamente quelle vittime e condannare ad eterna esecrazione gli istigatori e gli esecutori materiali di quei tragici eventi». Si scopre che la fonte di tale motivazione era la mozione degli stessi consiglieri comunali Giorgio Conte (vicesindaco di AN), Sante Sarracco (AN), Giancarlo Collese (AN) presentata il 3 febbraio 1998 e mai inserita all’ordine del giorno dei lavori consiliari perché il Consiglio fu sciolto a seguito delle dimissioni di Quaresimin. Sei anni dopo Hüllweck appose una targa commemorativa sul complesso di Santa Maria Nova per ricordare il luogo in cui il 3 febbraio 1947 gli esuli furono ospitati [140].

Va evidenziato che dal 1991 [141] la toponomastica diventò di competenza della Giunta comunale. In questo modo è stata sottratta alla discussione del Consiglio e al gioco dialettico con le opposizioni, rimanendo all’interno del perimetro della maggioranza. A meno di eventuali dissidi, la Giunta ha come argine argomentativo da una parte la professionalità delle Commissioni, il cui parere è obbligatorio ma non vincolante, dall’altro il controllo delle Prefetture che misurano il rispetto delle norme.

Durante il primo mandato di Hüllweck ci fu pure l’intitolazione del campo di calcio comunale di S. Pio X al tenente pilota Antonio Max Longhini, campione italiano di salto con gli sci nel 1939, morto il 16 novembre 1944 durante un combattimento aereo. La motivazione, scritta da Sarracco, assessore ai Servizi Sociali, metteva in risalto «l’attaccamento alla patria e alla terra vicentina» del «giovane dai grandi ideali e dal forte impegno sportivo». Secondo l’assessore l’intitolazione era ancora più opportuna visto che in quel frangente «i reparti operativi dell’Aeronautica militare (…), stanno per scomparire a seguito del trasferimento dei reparti stessi su altre basi aeree». Tra i materiali allegati fa bella mostra di sé un libretto su Longhin con le onorificenze ricevute, tra cui la decorazione tedesca, con tanto di aquila del Terzo Reich, ottenuta due giorni prima di morire [142].

Significativa anche la mozione dei consiglieri Gianfranco Pilastro e Maurizio Gennarelli [143] che chiedevano l’intitolazione di una strada per Sergio Ramelli, diciannovenne militante del Fronte della Gioventù, aggredito a Milano da militanti dell’estrema sinistra e poi morto il 29 aprile 1975. Questo l’incipit della mozione: «In nome di una pacificazione nazionale che accomuni in un’unica pietà i morti di un periodo oscuro della nostra storia e come monito alle generazioni future (…)». La loro attenzione andò all’esedra di Campo Marzo. In questo caso la Commissione fece notare che quell’area era poco adatta per qualunque proposta [144]. Se ne discusse in un Consiglio dell’ottobre del 2002 [145] e la mozione passò con 16 voti a favore, 1 contrario e 5 astenuti. La cosa non ebbe comunque seguito. Ancora nel 2007 la Commissione per la toponomastica diede un parere negativo per Ramelli e per Caduti di Nassiriya a causa della mancanza del criterio di “vicentinità” [146].

Ancora nel maggio 2021 la Gioventù Nazionale di Vicenza ha chiesto ufficialmente al sindaco Rucco di intitolare una scuola a Ramelli [147]. La proposta è stata sostenuta dall’ex vicesindaco e deputato Giorgio Conte e dal senatore Ignazio La Russa. Ramelli ha già una via [148] a Verona [149] e da ultimo a Lodi dove è stata inaugurata il 29 aprile 2021, tra le proteste di ANPI e PD che hanno chiesto invano un’intitolazione generica alle vittime dell’odio politico e ideologico, visto che al cimitero di Lodi, dove è sepolto Ramelli, e in via Paladini, dove avvenne l’aggressione, ogni anno si riuniscono gruppi di neofascisti [150]. Sette anni prima, a Brescia si tenne una manifestazione dei giovani di Forza Italia e Fratelli di Italia-AN con l’associazione “Noi di Destra Brescia” in cui fu posto il nome di Ramelli al posto della targa Martiri della libertà, con tanto di rito del “presente”, per avanzare la richiesta di una via per «il simbolo dell’odio comunista che diventa assassino» [151]. A guardare le notizie degli ultimi anni [152] sembra profilarsi un richiesta programmatica e pianificata in molte città italiane da parte di movimenti e partiti di destra e centrodestra.

Risale al 2021 l’intitolazione a Norma Cossetto passata durante il mandato dell’attuale sindaco di centrodestra Francesco Rucco. Già discussa in precedenza, la proposta era stata respinta perché la Cossetto non era vicentina (risposta del 2005) [153], perché anche altre donne vicentine subirono violenze durante la guerra (riunione del 2020 alla presenza del sindaco Rucco e del vicesindaco Matteo Celebron che non ebbero obiezioni) [154] e perché la tragedia accorsa alla Cossetto era dovuta a situazioni particolati e non a meriti personali. Nel 2021, invece, Matteo Celebron (Lega), presidente della Commissione, ha riaffermato la volontà e l’orientamento dell’Amministrazione spiegando che la Cossetto è diventata un’icona, che in altre città le sono stati dedicati dei luoghi e che sono pervenute delle richieste a suo favore. Della Commissione solo Giovanna Grossato ha tenuto il punto, mentre gli altri (Colla, Di Lorenzo e Parolin) in qualche modo si sono adeguati o si sono detti favorevoli [155].

Nel 2019, Celebron, in una riunione movimentata, aveva ricordato «il ruolo nobile della Commissione che, per il bene della comunità, deve essere al di sopra della politica» [156]. Insieme al nome della Cossetto, è stato approvato quello di Marcello Mantovani, medaglia d’oro della città, su richiesta dell’Associazione Nazionale del Fante. La presenza di un’omonimia con una via ha fatto cadere la scelta su un parco giochi, inaugurato ufficialmente il 24 ottobre 2021 [157].

 

Nelle città di oggi, accanto alle vie, restano gli edifici, i monumenti, i luoghi del potere fascista insieme a quelli della coercizione e della violenza trasformati in proprietà private o, più spesso, in immobili gestiti da autorità locali o nazionali della Repubblica Italiana o, nei casi peggiori, ridotti in stato di abbandono. Nell’attraversare una città si può così tranquillamente ignorare la “contaminazione” di quegli stessi luoghi. Si può distrattamente passare accanto ai muri che hanno ascoltato preghiere e lamenti dei prigionieri politici poi deportati nei campi di concentramento, si può parcheggiare in uno spazio nei pressi del centro senza sapere che lì sorgeva un teatro in cui alcuni ebrei attesero di essere condotti “per ignota destinazione”, si può entrare nelle medesime stanze in cui podestà, prefetti, capi delle province, questori davano alla macchina burocratica uno scopo persecutorio.

 

NOTE

[1] Per Vicenza si tratta degli stradari utilizzati per le elezioni (https://www.comune.vicenza.it/amministrazione/archivioelezioni/stradari.php).

[2] Giambattista Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, Comune di Vicenza, 1987 (ristampa integrale

della prima edizione del 1955); Id., I nomi delle nuove vie del Comune di Vicenza, Comune di Vicenza, 1988; Giovanni Mantese, Adolfo Trevisan (a cura di), Toponomastica ed ecografia a Vicenza, Comune di Vicenza, 1989; Luciano Parolin, Giornali di pietra, Vicenza, 2011; Id., Toponimi vicentini 2. I nomi del silenzioso ambiente campestre, fuori le mura, ricchi di fascino antico, Vicenza, 2014; Id., Le strade degli Eroi. Storie brevi di uomini, battaglioni, montagne, fiumi nella toponomastica dal 1848 al 1945, Vicenza, 2017.

[3] Si pensò anche ad un monumento celebrativo che alla fine non fu realizzato.

[4] Cfr. ACVI, Categoria III, Lavori pubblici, Piazzale della Vittoria. Inaugurazione 1924. Sono conservati anche i giornali dell’epoca che pubblicarono le notizie relative all’evento.

[5] Si veda ad esempio la foto A00003887, risalente all’11.06.1928, presente su www.patrimonio.archivioluce.com.

[6] ACVI, Categoria I Amministrazione, Consiglio comunale 1921-1926, Processo verbale della seduta del Consiglio comunale del 22.05.1024.

[7] Medaglia d’argento e d’oro per fatti legati al primo conflitto mondiale, morì nel 1916. ACVI, Cat. XII, Stato civile, Nomi delle vie 1922-1931, f. 1922, copia della deliberazione del Commissario Prefettizio Marigonda del 16.12.1922. Il commissario ricostruisce la biografia di Chinotto, nato a Udine nel 1858 e figlio del vicentino Bernardino, e delibera di dedicargli quella che era via Santa Caterina dove si trovava la casa dei familiari.

[8] La Giunta Municipale, il 14 giugno 1924 nominò una Commissione per lo studio delle modificazioni e aggiunte da apportare ai nomi delle vie. Ne facevano parte il prof. Angelo Alverà, l’avv. Giulio Tozzi e il segretario Giuseppe Bacco. Una vera e propria Commissione consultiva per la toponomastica stradale, in carica per 4 anni, nacque con la delibera podestarile n. 293 del 29.04.1935. Vi fecero parte l’avv. Giulio Tozzi, il comm. Arturo Novello, i prof. Giuseppe Zanetti e Giulio Fasolo. ACVI, Atti del Podestà, 1935.

[9] ACVI, Atti del Podestà 1927-1931, deliberazione n. 92 del 16.02.1927.

[10] Cfr. Sonia Residori, La “pelle del diavolo”. La giustizia di fronte alla violenza della guerra civile (1943-45) su https://www.istrevi.it/laboratorio-di-storia.

[11] Inizialmente era prevista anche una via per la medaglia d’argento Vittorio Locchi, autore del poema La sagra di santa Gorizia, caduto nel 1917 (cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-locchi_(Enciclopedia-Italiana)/), per il quale ci furono le richieste della Cooperativa La Postelegrafonica in data 12.05.1924 e dell’Associazione Nazionale Combattenti in data 16.05.1924. Il sindaco e la Giunta corressero le proposte della Commissione per la toponomastica, «mutamenti che non ritenne dì apportare d’imperio, ma bensì d’accordo con la Commissione». Fu così che via Giuseppe Fogazzaro (monsignore dell’Ottocento) passò a Nazario Sauro, via Giuseppe Marzari Pencati (botanico e geologo dell’Ottocento) a Filzi, via Ortensio Zago (matematico, archeologo, idraulico del ‘600) a Chiesa, via Locchi a Saudino. ACVI, Cat. XII, Stato Civile, Nomi delle vie 1932-1934, allegato B alla deliberazione del 16.02.1927.

[12] Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, p. 34. Cfr. anche il Verbale della seduta del Consiglio Comunale di Vicenza del 17 novembre 1916, Oggetto III, Proposta di dare il nome di Cesare Battisti ad una via della città in Mantese, Trevisan, Toponomastica ed ecografia a Vicenza, pp. 309-311.

[13] A Vicenza la Vedetta fascista riportava le delibere del podestà, come nel caso dell’articolo a p. 4 del 12.03.1927, intitolato «Le deliberazioni del Podestà». Oltre alle nuove vie, venivano riportano i nomi della Commissione nominata il 14.06.1925 e alcune biografie tra cui quelle di Enrico Toti, Federico Saudino, Carlo Delcroix. ACVI, Cat. XII, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950.

[14] ACVI, Atti del Podestà 1927-1931, Deliberazione n. 1750 del 1°.07.1929.

[15] ACVI, Atti del Podestà 1936, Deliberazione n. 15 del 16.01.1936.

[16] A Vicenza ci fu la nota prefettizia del 07 febbraio. Il 14 aprile il podestà garantì al prefetto che la commissione avrebbe preso in esame il nome di Marconi nella riunione del 18 aprile 1939. In quella sede si decise, e fu poi deliberato dal podestà il 22 aprile, di nominare piazza Marconi a quella che era piazza Lepanto, per dare un ordine alle vie della zona intitolate a personaggi illustri. ACVI, Cat. XII, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950, lettera del 14.04.1939.

[17] ACVI, Atti del Podestà 1940, Deliberazione n. 522 del 10.07.1940.

[18] ACVI, Atti del Podestà 1927-1931, Deliberazione n. 663 bis del 16.04.1927. La Commissione, riunitasi il 23.12.1925, si rammaricò di non aver trovato spazio «all’irredenta Dalmazia», ma nella riunione del 22.03.1926 viale Dalmazia prese il posto di viale dei Platani. Il 16 aprile si spiegava che fu inserita «quale auspicio alle immancabili mete della stirpe in terra che fu sua». Sempre in aprile nacque “via quattro Novembre”, «che tanto significa al popolo italiano», su sollecitazione della “pro Trastevere”, una società presente in quel quartiere,

[19] La Commissione formata da Franceschini, Giovanni Ghirardini, don Domenico Bortolan, Giulio Tozzi e Angelo Alverà aveva suggerito il nome di Fiume già nella riunione del 23.12.1925 per ricordare «la città cui Gabriele D’Annunzio conferiva il memorabile epiteto di “Fiume olocausta”». ACVI, Atti del Podestà 1927-1931, 1927, Delibera n. 92 del 16.02.1927. Nella riunione del 22.03.1926, da un confronto con il sindaco, Fiume fu espunta. Per via Spalato e viale Fiume si veda ACVI, Atti del Podestà, 1931, Delibera n. 425 del 24.02.1931.

[20] ACVI, Atti del Podestà 1941, Deliberazione n. 614 del 23.08.1941.

[21] Allo stesso modo a Verona, città natale di Cesare Lombroso, la delibera del 25 novembre 1940 voluta dal podestà Alberto Donella portò alla cancellazione di via Lombroso (presente dal 1921) e l’intitolazione andò a Guglielmo Marconi. L’attuale parco dedicato a Lombroso risale agli anni Cinquanta.

[22] Il 6 marzo 1938, la Vedetta Fascista, dopo aver chiesto tre giorni prima che fosse collocata una lapide con i versi del poeta, avanzò la richiesta di intitolare «una delle vie più monumentali della città». In effetti il comandante del reparto della Federazione Nazionale Arditi d’Italia di Vicenza aveva inviato al prefetto Cebba una proposta in tal senso il 3 marzo. ACVI, Cat. XII, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950, f. 1938.

[23] Come nota 66. L’argomentazione relativa alla stradella de Giudei, secondo la Commissione guidata dal prof. Sebastiano Stocchiero, si basava sul recupero dei toponimi tradizionali. Stocchiero lamentava il fatto che negli ultimi decenni c’era stata un’imposizione dei nomi dall’alto «e si ritenne di poter fare della istruzione a buon mercato», mentre prima «le denominazioni (…) sorgevano come per germinazione spontanea dell’anima popolare».

[24] ACVI, Cat. XII, Toponomastica (varie), f. Nomi delle vie, Giacomo Orefice, comunicazioni del 07.02 e del 30.05.1933. In realtà alcuni consiglieri comunali fecero il nome di Orefice già in una mozione del 9 gennaio 1926 indicando già come possibile via la stradella dei Giudei. ACVI, Cat. XII, Stato civile, Nomi delle vie 1932-1934.

[25] Ivi, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950, f. 1946, deliberazione n. 322 del 05.06.1945.

[26] Ivi, f. 1938.

[27] Ivi, lettera del 27.08.1938 e risposta del 15.10.1938. Il 06.09.1938 arrivò anche una richiesta del Gruppo rionale “B. Mussolini”, quando il podestà si era già mosso. Il 19 luglio il colonnello comandante Tombolan Fava chiese informazioni su Schievano per potere aggiungere il suo nome alla lapide presente nel Tempietto dedicato ai Caduti delle guerre e della rivoluzione fascista. Ivi. Sono del 27 agosto e del 3 e 10 settembre gli articoli de Le vie dell’aria intitolati Vita aviatoria di Enrico Schievano medaglia d’oro. Ivi.

[28] Ivi, Verbale di seduta del 02.06.1942. Oltre a quello di Schievano, erano presenti i nomi di Monico, Niotto, Masotto e Negri. Gli ultimi due furono ripresi nel dopoguerra. Vedi n. 136.

[29] Ibidem, lettera del 19.09.1938.

[30] ACVI, Cat. XII, Toponomastica (varie), f. Nomi delle vie, Giacomo Orefice, articolo del 17.12.1940, p. 5.

[31] Ivi, Deliberazioni del Podestà, 1941 Primo quadrimestre, Deliberazione n. 122 del 20.02.1941.

[32] Ivi, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950, f. 1945, Podestà alla Prefettura di Vicenza, 31.01.1941 e Prefettura di Vicenza al Podestà, 06.02.1941.

[33] Si veda https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/storia/la-nostra-storia/medaglie/Pagine/fontanagiuseppe.aspx.

[34] ACVI, Stato Civile, cit., f. 1945.

[35] Ivi, telegramma del 30.04.1941.

[36] Ivi, Commissione civica per la toponomastica. Seduta del 14.02.1941.

[37] Proprio quell’anno Mussolini dispose che con l’inizio del X anno dell’era fascista tutti i capoluoghi di provincia dovessero avere una via, non secondaria, dedicata a Roma, se non già esistente. ACVI, Categoria XII, Stato civile, Nomi delle vie 1922-1931, f. 1931, Riservata del prefetto ai podestà del 1°.08.1931.

[38] ACVI, Atti del Podestà 1932-1936, Deliberazione n. 606 del 21.06.1932. Il 12.12.1931 c’era stato un ordine del girono con cui la Sezione provinciale di Vicenza dell’Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi di guerra chiese l’intitolazione a Delcroix di ciò che era contrà Ponte delle Bele. Alla fine, ottenuti tutti i permessi, il podestà gli dedicò parte della contrà per non cancellare un nome storico.

[39] Intitolazione quindi in deroga alla legge n. 1188 del 23 giugno 1927. Quella legge deriva da un primo RDL del 10.05.1923 (n. 1158) che stabiliva l’obbligo di ottenere il consenso del Ministero dell’Istruzione pubblica nel caso di modifiche al nome di “vecchie strade o piazze comunali”, e servì ad organizzare meglio la materia. Nel 1927, infatti, si stabilì che le nuove intitolazioni dovevano essere autorizzate dal prefetto, dopo aver sentito il parere della Deputazione di storia patria, e che le vie andavano intitolate a persone morte da più di 10 anni. La deroga veniva concessa «per persone che abbiano bene meritato della nazione». Inoltre se fosse stato cambiato un nome recente, avrebbe dovuto essere ripristinato quello precedente. Il 28.07.1932 Delcroix firmò di suo pugno una lettera di ringraziamenti da inviare al podestà di Vicenza: «Accetto con sincera umiltà questo altissimo privilegio sapendo che si è voluto onorare in me l’idea del sacrificio». L’11 dicembre, quando Delcroix andò in visita a Vicenza, ricevette in forma solenne, in piazza dei Signori, una pergamena con il testo della deliberazione del 21 giugno. ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1932-1934.

[40] Ivi, Deliberazione del 12.06.1932.

[41]ACVI, Deliberazioni del Podestà, 1944 Primo quadrimestre, Deliberazione n. 291 del 18.04.1944. Il Commissario Prefettizio fece proprio riferimento alla condotta politica tenuta da Delcroix nel periodo posteriore al 25 luglio 1943 e al mutato clima politico.

[42] Si veda https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/13763.

[43] Come nota 87.

[44] ACVI, Deliberazioni riguardanti la commissione consultiva per la toponomastica cittadina. Elenchi descrittivi, f. 1963, deliberazione n. 11 dell’11.01.1963.

[45] L’08.06.1948 l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra di Vicenza chiese espressamente di dare a contrada Cantarane il nome di piazzale del Mutilato o dei Mutilati. ACVI, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950. A Verona, nel 1934, fu inaugurata la Casa del Mutilato, poi con la delibera del 18 giugno 1936 fu istituita via dei Mutilati, su suggerimento dell’ANMIG.

[46] Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, p. 638. È interessante notare che attualmente ci sono circa dieci vie dedicate al Ventotto Ottobre, ma tranne in un caso (Santa Lucia di Piave in provincia di Treviso) in cui è specificato che si tratta del 28 ottobre 1918, nelle altre città, senza accedere agli archivi comunali, non è dato sapere se invece permane il riferimento alla marcia su Roma. Si potrebbe aggiungere che con la delibera podestarile del 16 febbraio 1927 la Giunta fascista aveva inserito nello stradario il viale della Pace, un dato che non farebbe pensare al regime se non fosse che, ancora una volta, ci sembra di poter dire che il fascismo volle intercettare una volontà popolare. Il 15 febbraio 1917 c’era stato un voto dei vicentini che chiesero protezione alla Madonna. Il viale altro non era che la strada che conduceva al tempio di Santa Maria Regina della Pace consacrata il 4 novembre 1922 ed eretta in parrocchia il 14 ottobre 1924. ACVI, Atti del Podestà 1927-1931, Delibera n. 92 del 16.02.1927. Il podestà Franceschini evidenziò anche che ricordava sia l’armistizio del 1848 sia quello del 1918.

[47] ACVI, Atti del Podestà, 1931, Delibera n. 425 del 24.02.1931.

[48] In ACVI, Categoria XII, cit. f. 1924, è presente una petizione firmata da diversi cittadini e datata 15.03.1924 con cui chiedevano di cancellare la denominazione Contrada Cul di Sacco perché suscitava scherno nei visitatori stranieri in quanto ricordava «le più triviali espressioni del nostro dialetto». Onde evitare brutte figure si suggeriva il nome di vicolo Retrone. Nella delibera del 1931 si diceva che «per un senso di schietta italianità propone che sia tolto quello sconcio gallicismo (…) sostituendolo colla voce nostra: “vicolo cieco”»

[49] ACVI, Atti del Podestà, Delibera n. 15 del 15.01.1934. La strada si chiamò via Giovanni Berta già stradella dei Filippini per non cancellare, su indicazione del Min. Educ. Naz., il vecchio nome della strada.

[50] Lì era stata posta una lapide: «Da questa casa le prima pattuglie fascista iniziarono la battaglia redentrice. Oggi XXVIII ottobre, anno XI della Rivoluzione, tutto un popolo, presenti i Caduti, ricorda la vigilia eroica». ACVI, Atti del Podestà, Delibera del 15.01.1934.

[51] Con delibera dell’8 luglio 1953 è stata poi chiamata contrà della Piarda.

[52] ACVI, Atti del Podestà 1936, Delibera n. 363 del 19.06.1936.

[53] Ivi, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, Prefettura di Vicenza al podestà, 27.08.1936.

[54] Ivi, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1940, Verbale di seduta della commissione per la toponomastica del 02.06.1942. Cfr. Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, p. 520.

[55] Ivi, Atti del Podestà 1940. Deliberazione n. 522 del 10.07.1940.

[56] Ivi, Deliberazioni del Sindaco, 3 maggio 1945 – 16 agosto 1945, deliberazione n. 322 del 05.06.1945.

[57] Ivi, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, f. 1945, deliberazione n. 639 del 15.09.1945. Il sindaco Faccio si soffermò a lungo sulla biografia di Fraccon.

[58] Nella deliberazione della Giunta n. 711 del 12.10.1945, la denominazione di viale Marmi fu sostituita da viale Dieci Martiri. Al proposito il 02.10.1945 era arrivata la richiesta del comandante del CVL di Vicenza a nome di tutti i partigiani. ACVI, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950, f. 1945.

[59] ACVI, Deliberazioni del Podestà, 1943 Terzo quadrimestre, deliberazione n. 987 del 17.11.1943. Cfr. anche Deliberazioni del Sindaco, 3 maggio 1945 – 16 agosto 1945, deliberazione n. 322 del 05.06.1945.

[60] Ivi, Deliberazioni della Giunta, 1° settembre 1945 – 26 dicembre 1945, deliberazione n. 908 del 19.12.1945.

[61] ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, lettera del 28.08.1947 firmata dal prof. Antonio Della Pozza, importante figura vicentina (cfr. https://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/dallapozza.htm), bibliotecario, capo incaricato dell’ufficio Istruzione, segretario delle precedenti Commissioni toponomastiche. La critica del prof. Antonio Della Pozza aveva sicuramente le sue ragioni, ma sembrava voler allontanare da sé la responsabilità di decisioni che lui stesso aveva condiviso e controfirmato in quanto segretario della Commissione per la toponomastica. Se in alcuni casi può aver avuto un ruolo marginale nelle decisioni prese, resta il fatto che né si dimise né emergono particolari prese di posizione sia nel caso di nomi legati al fascismo sia dei pochi riferimenti a quelli di ebrei che furono cancellati. Difficile poi ridurre la toponomastica a semplice questione pratica, avendo sempre e comunque anche una valenza politica. Lui stesso nel 1935 propose via del quadrumvirato e via del Martiri Fascisti, per citarne solo due. Cfr. ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, relazione del 30.12.1935.

[62] Ivi, Atti del Podestà, Delibera del 16 febbraio per il primo e del 21 ottobre 1927 per il secondo.

[63] Per Cavalli e i Martiri di Belfiore la delibera è del 24 febbraio, mentre per Cordenons risale al 17 dicembre 1931. Ivi, pp. 106, 123 e 245.

[64] Le delibere sono quelle del 10 gennaio 1944 per viale dell’Unità e del 15 marzo 1944 per viale del Risorgimento e il quartiere. ACVI, Deliberazioni del Podestà, 1944 Primo quadrimestre, deliberazione n. 10 del 10.01.1944.

[65] Zanellato, originario di Monselice, di distinse nella difesa di Vicenza dagli austriaci nel 1848 e successivamente di Venezia. Vicenza gli conferì la cittadinanza onoraria e, subito dopo la morte avvenuta il 27 settembre 1879, la salma di Zanellato fu condotta in città. Cfr. Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, pp. 548-549 e Rossetto Flaviano, Giacomo Zanellato, Comune di Monselice 1986 (http://www.bibliotecamonselice.it/wp-content/uploads/2018/04/zanellato.pdf. Luigi Cavalli, nato nel 1839 in provincia di Vicenza, a San Nazario, si unì ai garibaldini e partecipò all’invasione del Trentino nel 1866. Eletto deputato, nel 1901 fu nominato senatore. Morì a Vicenza e il suo corpo fu tumulato, come quello di Zanellato, nella tomba degli uomini benemeriti della patria. Cfr. Giarolli, cit., p. 106. Il veneziano Cordenonos aveva insegnato a Vicenza dove visse e morì nel 1866. Furono alcuni suoi ex studenti a spingere il podestà a dedicargli una via. Cfr. Giarolli, cit., pp. 123-124.

[66] ACVI, cit., deliberazione n. 10 del 10.01.1944. Vedi nota 91. Furono cancellate anche le denominazioni di quattro scuole intitolate a Principe Umberto, Principe di Napoli, Maria Pia di Savoia e Vittorio Emanuele III. Il 26 febbraio il podestà chiese alla Commissione per la toponomastica di indicare le denominazioni in sostituzione del quartiere dei Savoia, delle vie Adalberto, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Luigi di Savoia duca degli Abruzzi, Emanuele Filiberto e del viale Carlo Alberto. ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, lettera del 26.02.1944.

[67] ACVI, Atti del Podestà 1944, deliberazione n. 195 del 15.03.1944. In tutto, quel giorno, furono cancellate 6 vie e un quartiere legati ai Savoia.

[68] ACVI, Atti del Podestà 1936, deliberazione n. 15 del 16.01.1936. Veniva denominato Quartiere dei Savoia il nuovo quartiere sorto nei terreni ex Maello-Guardini Dal Santo. In quella zona nacquero 4 vie per i Savoia, le tre citate e Viale dei Savoia. Il prefetto, nell’approvare quella delibera, invitò il podestà a dedicare loro delle vie corrispondenti all’importanza dei personaggi “augusti” (ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1932-1934, lettera del 10.04.1936. Il Duca d’Aosta ottenne una nuova intitolazione con la delibera n. 2731 del 16.02.1973 (ACVI, Intitolazione di nuove strade e variazione al percorso di strade già denominate 1973-1974-1976).

[69] Giarolli, Vicenza nella sua toponomastica stradale, p. 606.

[70] A questo proposito si può consultare la delibera del podestà di Genova presente sul sito http://www.francobampi.it/genova/strade/savoia/po_271143.htm. A Milano una circolare del Capo della Provincia del 31 dicembre 1943 invitava i «Podestà ad abolire nelle vie e nelle piazze le intitolazioni alla ex casa regnante ed ai traditori del periodo 25 luglio – 8 settembre». Cfr. www.luoghidelfascismo.it.

[71] ACVI, Atti del Consiglio Comunale 1946, Processo verbale della seduta del 18.10.1946.

[72] Ivi, Processo verbale della seduta del 24.11.1947.

[73] Ivi, Stato civile, Nomi delle vie 1935-1950, Verbale di seduta della Commissione per la toponomastica stradale del 24.07.1948. I membri erano Rentao Tretti (presidente), Ettore Mingotti, Uberto Breganze, Emanuele Zuccato, Osvaldo Parise e Giambattista Giarolli (segretario).

[74] Ivi, Verbale del 26.07.1949.

[75] Ivi, Deliberazione n. 24 del 30.01.1950. Le tre vie erano per Pier Eleonoro Negri, Umberto Masotto e Alfredo Gregori. Quest’ultimo era un carabiniere, adibito a servizio d’ordine e polizia, aggredito e disarmato da ribelli slavi mentre operava per un censimento, sequestrato e poi ucciso con un colpo di pistola a Veli Dolav (Jugoslavia). Per loro e per Boschiero si trattò di una sostituzione di toponimi già esistenti ma che erano dei doppioni). Per Gregori, il padre Gregorio scrisse al Comune il 12.12.1945 per chiedere l’intitolazione della via in cui abitava (via Fusinato), ma fu poi scelta la stradella Enrico Toti. Non va dimenticato, tra le intitolazioni, quella al patriota sellaio Giuseppe Facchinetti, difensore di Vicenza nel 1848, nome sentito vista la vicinanza delle celebrazioni del centenario. Il 18.08.1954 arrivò l’intitolazione per il tenente colonnello Luigi Federico Marchetti, medaglia d’argento (e di bronzo per la battaglia di Adua del 1896), caduto sull’altipiano di Asiago il 25.08.1915. ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1951-1954, deliberazione n. 226. Da notare che il nome di Marchetti era stato già preso in esame durante il periodo fascista. I documenti risalgono al 1930-1931, ma ci fu anche una lettera al podestà firmata da alcuni cittadini e inviata il 02.05.1936. ACVI, Stato Civile, Nomi delle vie 1935-1950.

[76] Cfr. https://biografieresistenti.isacem.it/biografie/riccardo-boschiero/.

[77] Istria, Lussino, Muggia, Parenzo, Pirano, Pisino, Pola, Portorose, Postumia, Predil, Ragusa, Sebenico, Timavo, Zara. ACVI, Atti del Consiglio Comunale, anni 1958-1964.

[78] Zara fu oggetto di attenzioni già nel 1931: «È doveroso attestare il nostro fraterno appassionato amore a Zara “la Mutilata”, sentinella avanzata d’italianità in faccia all’oltracotanza jugoslava». ACVI, Atti del Podestà, 1931, allegati alla delibera del 24.02.1931.

[79] Trentadue sono le vie che portano nomi di luoghi della Grande Guerra (18 risalenti agli anni ’50, 4 agli anni ’60, 10 agli anni ’70 e 1 agli anni ’80), ventidue quelle con nomi di soldati, assi dell’aviazione, ammiragli e generali (18 negli anni ’60 e 4 negli anni ’70; comprese via Cavalieri di Vittorio Veneto e via Ragazzi del ‘99) e diciassette quelle dedicate a battaglioni e brigate (6 negli anni ’50, 9 negli anni ’60, 2 negli anni ’70).

[80] Via Nikolajewka è stata istituita nel 2010 a seguito della proposta avanzata dal gruppo alpini «M. O. Roberto Sarfatti» e avallata dalla giunta di centrosinistra. Altre due vie portano i nomi degli aviatori Tommaso Dal Molin (intitolazione del 30 agosto 1961) e Arturo Ferrain (30 gennaio 1950). Il primo, nato nel vicentino, morì nel 1930 mentre collaudava un apparecchio; il secondo, nato a Thiene, cittadino onorario di Vicenza nel 1928, si spense nel 1941 anche lui a seguito di un incidente durante un volo di prova. Non si tratta di soldati quanto di piloti che presero parte a gare ed esibizioni. Cinque sono invece le divisioni che furono protagoniste di diversi conflitti compresa la Seconda guerra mondiale. Più tardi fu intitolata una via anche a Umberto Tadiotto. La delibera del Consiglio Comunale n. 311 del 18.12.1979 (ACVI, Delibera toponomastica 1978-1980, deliberazione n. 311), infatti, decise di omaggiare il soldato vicentino. Nato nel 1916, fu richiamato alle armi e combatté con la Divisione Julia in Albania, Grecia e Russia dove, nel gennaio 1943, con gli arti congelati, fu abbandonato in seguito ad una ritirata.

[81] ACVI, Deliberazioni riguardanti la commissione consultiva per la toponomastica cittadina. Elenchi descrittivi, 1969, Deliberazione n. 120 del 07.07.1969

[82] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-boselli_%28Dizionario-Biografico%29/.

[83] Considerando i primi decenni dopo la fine della guerra e tolte le intitolazioni del CLN di cui si è parlato, risultano quasi 40 i luoghi della città di Vicenza che portano il nome di partigiani e oppositori politici. Una metà delle vie risale al periodo 1953-1966, l’altra a quello 1968-1983 anche se queste ultime sono nate quasi tutte tra il 1974 e il 1979. Alle strade si potrebbero aggiungere circa dieci lapidi.

[84] Mantese, Trevisan, Toponomastica ed ecografia a Vicenza, p. 187.

[85] ACVI, Deliberazioni riguardanti la commissione consultiva per la toponomastica cittadina. Elenchi descrittivi, 1957, Verbale di seduta della Commissione consultiva per la toponomastica cittadina, 07.08.1957. gli altri membri erano Rino Bigarella, Alberto Dalle Mole, Giovanni Battista Giarolli,don Albano Paulon, Filiberto Zamperetti (segretario).

[86] Ivi, DCC n. 140 del 16.09.1957.

[87] Ivi, DCC n. 172 del 28.11.1958. La Commissione si era riunita il 5 e 6.08.1958.

[88] Nel 1964 era composta da Riccardo Vicari, Berardo Da Schio, Giambattista Giarolli, Bianca Panozzo, una delle prime donne, Filiberto Zamperetti. Ivi, Verbale di adunanze della Commissione, 16.06.1964.

[89] Cfr. https://www.accademiaolimpica.it/wp-content/uploads/2016/09/Vita-e-opere-di-Fernando-Bandini_-di-Lorenzo-Renzi.pdf.

[90] ACVI, cit., f. 1964, Deliberazione n. 107 del 13.07.1964.

[91] Ivi, Deliberazione n. 82 del 07.07.1966.

[92] Nel 1967 entrarono in commissione Giuseppe Faggionato e don Giovanni Mantese che si unirono a Vicari, Da Schio e Panozzo.

[93] ACVI, cit., f. 1968, Deliberazione n. 92 del 03.07.1968.

[94] Ivi. L’articolo del 19.11.1967 dal titolo “Una via o una piazza della città sarà intitolata ai ‘ragazzi del ‘99’” si soffermava maggiormente sulla storia dell’associazione.

[95] Ivi. L’articolo del 23.07.1968 dava conto di tutte le 43 intitolazioni evidenziando quella per i Ragazzi del ’99.

[96] Ivi, f. 1969, deliberazione n. 120 del 07.07.1969.

[97] Ivi, Intitolazione di nuove strade e variazione al percorso di strade già denominate 1973-’74-’76, f. 1973, Deliberazione n. 28 del 16.02.1973.

[98] Ivi, f. Elenchi 1974.

[99] Ivi, f. Elenchi 1976, deliberazione n. 8 del 10.01.1976.

[100] In realtà il primo pensiero andò a Wladimiro Gasparello, medaglia d’oro morto nel 1916, ma il suo cognome era simile a quello di Gasparella.

[101] ACVI, cit., f. Elenchi 1978.

[102] Vedi nota 116.

[103] ACVI, Cippi Sant’Agostino. Delibera toponomastica, 1980-1982, 1983-1985, 1989, deliberazione n. 247 del 10.12.1981.

[104] Ivi, deliberazione n. 88 del 22.03.1985.

[105] Ivi, deliberazione n. 152 del 20.09.1983.

[106] Ivi, deliberazione n. 222 del 09.12.1985.

[107] Ivi, deliberazione n. 167 del 25.09.1989.

[108] Cfr. ivi anche l’articolo del Giornale di Vicenza del 26.09.1989.

[109] ACVI, Delibere di intitolazione 1991-1998, Verbale della Commissione Consultiva del 06.06.1991.

[110] ACVI, Delibere di intitolazione 1991-1998, verbale della riunione della Commissione consultiva per la toponomastica del 18.12.1990; deliberazione n. 1637 del 29.05.1991. Giaretta (1893-1916) e Meldolesi (1884-1943) sono stati presentati come medici, Malvezzi (1892-1959) come ingegnere, tutti e tre decorati con la medaglia d’argento al valor militare per la Grande guerra.

[111] I nomi dei sei architetti sono stati fatti dalla Società Quadri srl concessionaria del PP12 che ha proposto di dedicare la zona in costruzione ad architetti, urbanisti e ingegneri. Ivi, deliberazione n. 517 dell’11.04.1996.

[112] Architetto, volontario di guerra, decorato con due medaglie d’argento, morto sul Carso nel 1916. Ivi, Commissione consultiva per la toponomastica cittadina, Intitolazioni aprile 1996, Schede biografiche dei nuovi toponimi.

[113] Inizialmente vicino al fascismo, se ne staccò; reduce dalla campagna di Russia, si suicidò nel 1943. Realizzò vari edifici a Como, tra cui la Casa del Fascio (1932/36). Ibidem.

[114] Ivi, deliberazione n. 761 del 25.03.1992.

[115] Ivi, Delibere di intitolazione 2003-2005, delibera GC n. 383 del 09.12.2004. Parere positivo della Commissione in data 10.10.2002 (Ivi, Verbali Commissione Toponomastica I).

[116] Ivi, deliberazione della Giunta Comunale n. 106 del 30.03.2005.

[117] Ivi, deliberazione GC n 339 del 05.10.2005.

[118] Ivi, Delibere di intitolazione 2006-2010, deliberazione GC n. 218 del 07.06.2006.

[119] Ivi, Delibere di intitolazione 2011-2018, deliberazione della GC n. 12 del 20.01.2013.

[120] Ivi, deliberazione della GC n. 85 del 29.05.2018.

[121] Ivi, Delibere di intitolazione 2006-2010, deliberazione GC n. 75 del 31.03.2010.

[122] Ivi, deliberazione n. 110 del 20.04.2011.

[123] Ivi, deliberazione n. 272 del 21.09.2011.

[124] Ivi, Delibere di intitolazione 2011-2018, deliberazione n. 263 del 04.07.2012. Il largo Neri Pozza sostituì la piazzetta san Paolo.

[125] Ivi, Delibere di intitolazione 2006-2010, deliberazione n. 176 del 17.06.2009. La richiesta per Gazzon è arrivata dai sindacati di polizia SIULP-SAP-SILP nel 2007 al fine di ricordare l’agente di polizia caduto durante uno scontro con alcuni rapinatori a Olmo di Creazzo nel 1993.

[126] Ivi, deliberazione GC n. 90 del 14.04.2010. Cfr. n. 134.

[127] Ivi, Delibere di intitolazione 2011-2018, deliberazione n. 237 del 15.12.2015.

[128] Ivi, deliberazione n. 91 del 06.06.2018.

[129] ACPD, ACC, deliberazioni n. 58 del 18.06.1952, n. 176 del 17.11.1953, n. 17 del 19.01.1954, n. 98 del 13.05.1954, n. 229 del 1°.12.1954, n. 201 del 26.10.1955, n. 172 del 19.07.1957, n. 91 del 20.06.1958, n. 54 del 24.04.1959, n. 91 del 1°.04.1960, n. 297 del 17.05.1961, n. 406 del 18.10.1961, n. 47 dell’08.02.1963, n. 208 del 22.07.1964, n. 80 del 10.05.1965, n. 256 del 20.07.1965, n. 197 del 04.07.1966, n. 72 del 1°.03.1968, n. 351 del 20.11.1968, n. 192 del 1°.04.1970, n. 29 del 03.02.1971, n. 151 del 16.04.1973, n. 58 dell’08.02.1974, n. 63 del 17.03.1978, n. 114 del 02.02.1979, n. 548 del 04.04.1981, n. 951 dell’11.11.1985, n. 953 del 14.07.1986, n. 813 del 02.06.1989.

[130] Passaggio Martiri delle Foibe a Padova, via e viale Martiri delle Foibe a Vicenza, piazza Martiri delle Foibe a Treviso (frazione di Santa Bona), piazzale Martiri Giuliano e Dalmati delle Foibe a Venezia (Marghera), piazzale Vittime delle Foibe a Belluno; via Martiri Giuliani e Dalmati a Padova,
piazza dei Martiri d’Istria e Dalmazia a Verona (frazione di Santa Lucia Golosine), via Esuli Giuliano-Dalmati a Treviso; via Norma Cossetto a Padova (delibera della GC del 2018 e inaugurazione del 21.06.2019; cfr. https://www.padovanet.it/evento/intitolazione-di-una-dedicata-norma-cossetto) e a Rovigo. Va ricordata anche la via dedicata a Padova, con delibera n. 813 del 02.06.1989, a Pietro e Nicolò Luxardo, morti annegati nel mare di Zara dopo l’arrivo dei titini. A loro sono stati dedicati, tra gli altri, articoli su L’Arena di Pola nel 2005 (http://arenadipola.com/articoli/27028) e Il giornale nel 2007 (https://www.ilgiornale.it/news/zara-cos-scomparvero-i-due-fratelli-luxardo.html). Sul sito de L’Arena di Pola c’è un’intera pagina dedicata ai comuni che hanno intitolato vie ai martiri delle foibe e agli esuli: http://arenadipola.it/index.php/90-notizie-ultime/666-elenco-delle-citta-che-hanno-onorato-i-nostri-morti.

[131] ACVI, Toponomastica 1999-2000, f. viale Martiri delle Foibe – via Vittime civili di guerra, lettera del 03.08.1998.

[132] ACVI, Toponomastica, Verbali Commissione Toponomastica I.

[133] Prof. Franco Barbieri, prof. Mario Michelon, mons. Ermenegildo Reato e Antonio Di Lorenzo.

[134] ACVI, Toponomastica, Verbali Commissione Toponomastica I, Commissione consultiva del 19.10.1999.

[135] Ivi, b. 1999-2002, deliberazione n. 80 del 15.02.2000.

[136] La Giunta puntava sul fatto che vicino c’era anche contrà XX settembre, ossia un doppione.

[137] ACVI, Toponomastica, 1999-2002, f. Mariri delle Foibe – revocata.

[138] Ivi, b. 1999-2002, deliberazione n. 468 del 31.07.2000.

[139] ACVI, Stato civile, Nomi delle vie 1951-1954, Verbale di seduta del 14.02.1951.

[140] Ivi, b. 2011-2018, f. Targa profughi istriani e dalmati, Direttore Dipartimento Lavori Pubblici, 25.11.2005.

[141] ACVI, Toponomastica, Prefettura di Vicenza ai Sindaci dei Comuni della provincia di Vicenza, 06.04.1991. Il riferimento è la L. 142/90.

[142] ACVI, Toponomastica 1999-2002, deliberazione n. 85 del 04.03.2002.

[143] Ivi, f. Mozione dei consiglieri Pilastro e Gennarelli, mozione del 23.01.2002.

[144] Ivi, Verbali Commissione Toponomastica I, Verbale della seduta della Commissione del 17.02.2000.

[145] Ivi, deliberazione n. 69 del 22.10.2002.

[146] Ivi, Verbali Commissione Toponomastica II, Verbale della seduta della Commissione del 17.10.2007.

[147] Cfr. https://www.secoloditalia.it/2021/05/vicenza-gioventu-nazionale-chiede-dintitolare-una-scuola-a-sergio-ramelli/.

[148] Le altre città che hanno dedicato una via a Ramelli sono Ragusa, Codogno, Crotone, Rovigo, Modena, San Severo, Arezzo, Vigevano, Pellegrina, Casalpusterlengo, Corno Giovine, Desio.

[149] Cfr. https://www.sergioramelli.it/inaugurazione-via-sergio-ramelli-a-verona-il-23-04-1988/.

[150] Cfr. https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_aprile_29/lodi-inaugurata-via-sergio-ramelli-protestano-pd-partigiani-dell-anpi-03b7c754-a8fc-11eb-afd8-e23f23e9f8bf.shtml; https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/milano-scontri-cariche-tafferugli-milano-sergio-ramelli-forza-nuova-ab29cc0a-e0e6-4c81-b893-a121b91fad39.html; https://www.ilmessaggero.it/video/politica/milano_sergio_ramelli_saluti_romani_video-5931731.html.

[151] Cfr. https://www.bresciaoggi.it/argomenti/corso-martiri-della-libert%C3%A0-diventa-via-sergio-ramelli-1.4121364.

[152] Oltre alle città citate si veda la discussione a Forlì (https://www.forlitoday.it/politica/vitali-gioventu-nazionale-forli-cesena-intitolare-una-via-a-sergio-ramelli.html), a Lecce (https://www.lecceprima.it/politica/polemica-ramelli-fratelli-italia-sollecita-posizione-vertici-unisalento.html), a Catanzaro (https://www.calabriamagnifica.it/ultime-notizie/sergio-ramelli-intitolazione-via-comitato-scende-in-piazza/).

[153] ACVI, Toponomastica, Verbali Toponomastica II, Verbale della riunione del 09.06.2020.

[154] Ivi, Verbale della riunione del 21.12.2020.

[155] Ivi, Verbale della riunione del 19.01.2021. La notizia dell’inaugurazione è sul sito del Comune di Vicenza: https://www.comune.vicenza.it/amministrazione/sindaco/notizie.php/281690.

[156] Ivi, Verbale della riunione del 03.09.2019.

[157] Ivi, Verbale della riunione del 09.06.2020. Cfr. anche https://www.comune.vicenza.it/albo/notizie.php/271086.

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La ricerca presso l’Archivio Comunale di Vicenza (ACVI) è stata effettuata da Antonio Spinelli e Ilaria Faccin.

Si ringrazia Chiara Sterchele dell’Ufficio ecografico del Comune di Vicenza. 

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